Cosmopolis

Il film di Cronenberg. L’ho visto giorni fa ma ho dovuto aspettare che decantasse per farmi un’idea. E l’idea è frammentaria. Probabilmente integrabile da successive visioni. Ma d’altra parte è un film che si presta a molte letture. E il frammento inconcluso è l’unita minima su cui il esso stesso si basa. Quindi forse la frammentarietà della percezione non è risolvibile, anzi è perfettamente in linea con le caratteristiche intrinseche della pellicola.

Il bello delle opere antinarrative e aperte come questa è che ogni spettatore ci legge del suo. Di questa recensione e di quest’altra condivido gran parte dell’analisi. Il film della crisi. Il film sul corpo come esaltazione del paradosso della civiltà occidentale che del corpo ha fatto quasi una menomazione. Il film sul capitalismo efferato del cyber mercato su cui l’autore ironizza fino al ridicolo del topo-valuta.  Tutte queste letture mi convincono. Ma provo ad aggiungere ciò che ci ho visto io.

Intanto il titolo che già suggerisce la metafora che i contenuti rappresentano. La città (polis) che si fa cosmo (cosmos). La sua realtà e le sue malattie che si fanno paradigma. Parlando della città si riflette su un’intera civiltà e sui suoi percorsi.

Poi due parole. Sterilità e asimmetria.

Il bello classico si fondava sulla simmetria. Il bello anticlassico, moderno e poi post e neo col trattino hanno fatto dell’asimmetria un nuovo canone di bellezza. Fino alla celebrazione del brutto e del deforme in senso ribellistico o antisistemico. In Cosmopolis l’asse portante è quello dell’asimmetria. E le asimmetrie principali sono quelle del protagonista che gioca in questo il ruolo di fulcro. Come la città è paradigma del cosmo sociale, così il protagonista e le sue asimmetrie sono paradigma dell’uomo e della sua condizione individuale. La prostata asimmetrica è fisicamente il primo estremo dell’asimmetria. Quello dichiarato dallo specialista durante la visita periodica. L’altro è quello del taglio di capelli incompiuto. E la tragedia dell’individuo viene resa simbolica e profonda proprio dal fallimento dell’unico obiettivo dichiarato delle azioni compiute dal protagonista: “aggiustarsi il taglio”. Un compito apparentemente  insignificante che si risolve in una distruzione. Nell’annientamento di un’imperfezione (il taglio da aggiustare) con una imperfezione ancora maggiore (il taglio asimmetrico). O forse con una realizzazione di un nuovo bello asimmetrico. L’asimmetria si estende poi ai luoghi. Per l’80% girato nella limousine e in interni, la pellicola tratta l’esterno come zona di passaggio, luogo dell’apatia urbana o della protesta. Le pareti proteggono il protagonista e le sue asimmetrie. Ed è la sua guardia del corpo che lo informa su ciò che succede all’esterno.

Non solo, il discorso di Cronenberg celebra ancora di più il paradosso quando si nota la bellezza formale e simmetrica che come una spirale si avviluppa intorno all’asse delle asimmetrie. Uomini snelli e donne sensuali. Limousine candide e impeccabili. Tutte uguali. Giacche e cravatte, sia in primo piano che sullo sfondo, negli esterni che scorrono dietro ai vetri della limousine. Fanno eccezione la sommossa e l’interno finale con Paul Giamatti. Nuove asimmetrie che riguardano soprattutto il secondo tema. La sterilità

L’elemento sessuale è talmente esplicito in Cosmopolis che tutto il film assume le sembianze di una grande rito della sterilità. L’opposto esatto di quelle cerimonie della fertilità con cui le civiltà (storiche o contemporanee, piccole o grandi) si sono da sempre simbolicamente assicurate la propria sopravvivenza. L’Occidente cyberliberista e superpopolato celebra (forse con speranza ecologica) la sua sterilità. Sterilità in senso fisico. Con la Didi Fancher/Juliette Binoche il protagonista ha un rapporto “diversivo” e orientato al piacere fine a sé stesso. Con Vija Kinsi/Samantha Morton ha un rapporto simulato in cui vengono sovrapposti e confusi i ruoli e i piani. Con la moglie il rapporto vive della sua potenzialità e della sua assenza. Se ne parla ma si rimanda perché le energie vanno conservate per scrivere. Una civiltà che non produce più vita ma che non ha elaborato una nuova fertilità. Non produce ricchezza perché il mercato la distrugge con la stessa rapidità con cui la crea. Non produce felicità ma disperazione e sommossa. Non ha il coraggio di produrre nemmeno la morte violenta. Di fronte ad essa esita e si interrompe. Non dice. Come lo schermo nero con cui il film si chiude, lasciando allo spettatore la decisione rispetto alla vita o alla morte di Eric. La sterilità è anche nei dialoghi. Nella molteplicità dei temi che non concludono. Nel grottesco e nell’ironico con cui la realtà viene distorta e maltrattata senza che da essa fuoriesca un messaggio, una morale. La sterilità di una civiltà che non può più produrre nemmeno filosofia, perché il discorso è necessariamente destinato ad avvilupparsi su sé stesso. Interrotto dalla protesta e dalla contingenza. Affogato dal multitasking. E in quest’ottica anche la lunga limousine bianca assume le sembianze dello strumento fallico di questo rituale della sterilità. Che attraversa un utero urbano che la accetta con indifferenza, che ne rallenta la missione, che la assale e la danneggia. E che infine la consegna all’obiettivo quando ormai è tropo tardi ed esso può essere realizzato solo in parte. Incompleto. Asimmetrico.

Cronenberg e De Lillo costruiscono uno scenario apocalittico. Irridono la causa (il liberismo cibernetico e le follie della finanza) ma anche i modi della protesta (l’assalto della manifestazione, i flash mob a suon di ratti o l’attentato al singolo individuo). Nell’assenza e nell’impossibilità di un’alternativa o di una soluzione, la limousine riesce ad arrivare a destinazione. Ma la sua missione non si realizza. Il taglio non viene aggiustato mentre i capitali di Eric bruciano sull’altare dei mercati.


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