Parola di Britannico

In molti aspettavano il discorso di Cameron sull’Europa. E in molti si aspettavano una virata antieuropeista. Un “c’avete rotto er cazzo. Meno male che non siamo nell’euro. Ora ci mettiamo fuori pure la mercato comune”. Un po’ come Norvegia e Svizzera per capirci.

E invece no. Lo scaltro primo ministro di Sua Maestà si becca le pacche sulle spalle pure degli oppositori del Labour. Per un discorso equilibrato e conciliante. Non europeista ma nemmeno teso a fagocitare l’antieuropeismo di settori importanti della cittadinanza.

Il discorso infatti si può riassumere così:

1)      Il referendum non ora ma nel 2017 se ci sarà un nuovo governo conservatore

2)      Perché non subito? Perché stiamo a vedere quale Europa emerge dalla crisi

3)      La logica dell’integrazione più marcata non ci riguarda perché tanto abbiamo una nostra moneta

4)      Possiamo negoziare tante cose. Di fatto l’abbiamo già fatto. Ad esempio non siamo nel fiscal compact

5)      Meglio stare dentro a nuove condizioni che stare fuori

6)      A quel punto il referendum sarà “dentro o fuori”, una scelta radicale

In un discorso come questo però non contano solo i contenuti stringenti ma anche i simboli. Il discorso è stato trasmesso dalla sede londinese di Bloomberg e dietro a Cameron, sempre inquadrata, la scritta recita Britain and Europe. Diventa chiaro quindi a chi erano destinate quelle parole. Da una parte ai mercati finanziari per rassicurarli sulle intenzioni britanniche di contribuire a spingere l’Europa verso un assetto più market-friendly. Dall’altra i partner europei. Per puntare a una rinegoziazione più favorevole dei termini per il Regno Unito. Leggasi per le élite economico-finanziarie del Regno Unito. E’ infatti interessante notare come i cittadini nel discorso di Cameron vengano utilizzati esattamente per ciò che sono nelle democrazie moderne. Meri ratificatori di decisioni prese altrove.

A un certo punto del discorso infatti dice “lo so che vorreste votare subito il referendum. Ma sarebbe sbagliato”. E quindi ve lo farò votare solo quando saremo riusciti a far sì che accettiate la proposta che abbiamo scelto per voi. Non lo dice, ma il senso è quello.

Quando vivevo in Inghilterra molti fra i manager della city a cui insegnavo la lingua di Dante sottolineavano la miopia dei loro governanti di allora che avevano deciso di non aderire all’Euro. Era tutta gente che lavorava per grandi banche d’Investimento tipo GPMorgan o Leheman Brothers. Non complottisti da quattro soldi ma gente che li conta e li accumula, i soldi. Gente con il bonus da un milione di sterline che dorme in ufficio. E infatti nella loro ottica il discorso era giusto. Loro infatti ci avrebbero guadagnato di più con l’Euro. Molto più agile speculare. Se un referendum decidesse l’uscita dal mercato comune per loro sarebbe un bel casino. Ed è infatti loro che Cameron tranquillizza nel suo discorso.

I cittadini inglesi invece preferirebbero, ne sono convinto, sposare la via della Svizzera e della Norvegia. Ma francamente chi non vorrebbe? Fate una riflessione sul tenore di vita degli svizzeri e dei norvegesi – che ovviamente non dipende solo dal fatto di non essere in “europa”, ma almeno non è da questo appesantito – e dopo rifatevi la domanda. Dentro o fuori?

Un punto centrale del discorso è il 2. Stiamo a vedere. Quando capiamo cosa ne viene fuori agiamo di conseguenza. Sembra un innocua costatazione dei fatti. Quasi una strategia dettata dal senso comune. Cambia leggermente aspetto se ci si ricorda che il Regno Unito è stata una delle maggiori potenze coloniali fino agli anni ’60 del ‘900. Parlo del colonialismo old-style, quello esplicito. Quello post-moderno e implicito è vivo e vegeto tutt’oggi. A differenza di tedeschi (guarda un po’), francesi (ma dai) e spagnoli, il sistema britannico funzionava in maniera diversa. Si basava sull’indirect rule. Ovvero non sul governo diretto delle colonie, ma sull’individuazione di un governante locale che “facesse le  veci”. Per l’africa questo sta alla base di molti attuali conflitti. In quanto la scelta cadeva non sulla parte in campo che nei secoli aveva guadagnato sul campo la leadership, ma sulla componente più favorevole al dominio britannico. Per capire quale fosse questa parte, gli inglesi “si mettevano a guardare”. Facevano esperimenti sociali. Davano a questo e toglievano a quello. Quando i conflitti rendevano esplicito chi scegliere, scendevano in campo.

Dicevo i simboli. Britain and Europe. Il Regno Unito e l’Europa. Prima l’uno, poi l’altra. Allo stesso livello.  Di conseguenza ogni frammento di Europa è meno della sua interezza. E quindi è meno del Regno Unito. Conta di meno. Simbolicamente e nelle decisioni da prendere.

A mio modesto parere Cameron ha fatto esattamente il discorso che doveva fare. Le colonie non ci sono più. O meglio quelle che c’erano, è vero, nonostante siano Stati liberi, continuano a gravitare intorno alla vecchia madrepatria (africani in prima istanza). Ma non è più come una volta. Il trasferimento delle risorse deve essere giustificato o mascherato. La questione è quindi come garantire nuove entrate senza più poter conquistare terre lontane. La risposta è nelle terre vicine e in un nuovo e più attuale tipo di guerra. Quella fatta a suon di debiti e tasse. Come ai tempi della Compagnie delle Indie, gli inglesi di Cameron osserveranno come dentro la gabbia dell’euro le belve si sbraneranno a vicenda per rimanere vive. E una volta che la terra sarà bruciata troveranno l’interlocutore giusto per le nuove colonie.

Le lobby inglesi non si rammarichino. Il loro Prime Minister sta facendo la scelta giusta. In quanto ai cittadini di Sua Maestà … cittadini? Quali cittadini?


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