I sondaggi non leggono. Scrivono.

Il ragionamento che segue parte dal presupposto che le elezioni siano una procedura onesta e democratica. Cosa sulla quale continuo a nutrire seri dubbi. Ma facciamo finta che sia così.

Oggi leggendo qui e lì ho appreso che tanto Mannhimer che la Ghisleri – ma immagino che Pagnoncelli non sarebbe da meno – si sono espressi. Allo stato dell’arte, fatto 300 il totale il PD prenderebbe 140, il PDL 100, il Centro 30, Grillo 15 e tutti gli altri a dividersi i 15 rimasti. Grosso modo sono i seggi al Senato. Alla Camera il disacco del PD sarebbe anche più alto.

Ma siamo sicuri che i sondaggi siano solo uno strumento di lettura della realtà? La Ghisleri è la sondaggista di Berlusconi. Mannheimer collabora con Porta a Porta. Pagnoncelli con Ballarò. Solo per citare i più in vista che in linea di massima sono anche i più attendibili. Lascio a chi legge la valutazione su tutti gli altri.

In definitiva cosa racconta un sondaggio? Ci dice chi vince e chi perde. E qual è la risposta comportamentale del cittadino di fronte a questa informazione? Ovvero. Se intendo votare per un partito che sicuramente vincerà, continuerò a cercare id convincere altri a fare lo stesso. O al contrario, se intendo votare per un movimento che sicuramente non vincerà, sarà più facile convincermi con la storia del voto utile?

Un parentesi sul voto utile e poi torno al discorso principale. Il voto utile è un’idiozia anti-democratica che serve a ingoiare la merda che puzza di meno. Il succo della democrazia dovrebbe essere quello di dare opportunità a qualunque idea condivisa da una maggioranza di decidere per tutti. Ma come può affermarsi un’idea nuova se chi vota lo fa per far vincere A al posto di B? Ovvero un comportamento sociale attivato da una pura necessità tattica. Senza alcuna riflessione sui contenuti di A?

I sondaggi ci spingono verso la logica del voto utile. Soprattutto se ben architettati. Ed è molto facile “architettarli”. La sociologia e la statistica sono due scienze che facilmente si prestano a letture orientate a confermare ipotesi preconfezionate.

Supponiamo però che nessuno mi propini la litania del voto utile. Come mi comporto di fronte alla consapevolezza che il mio partito/movimento perderà o vincerà? Nel caso in cui vinca poco male. Se anche decidessi di interrompere la mia opera di proselitismo, magari vincerebbe con minor vantaggio. Ma gari di proselitismo non ne faccio. E a quel punto potrei, all’altro estremo dello spettro, decidere che tanto vincerà lo stesso e quindi quel giorno avrò di meglio da fare. Anche in questo caso, a meno che una moltitudine di elettori non si comporti allo stesso modo, poco male.

Cosa succede se invece mi raccontano che il mio partito/movimento perderà?

La mia opinione è che sulla maggior parte delle persone funzioni il meccanismo psico-sociale che in primis Solomon Asch, ma una moltitudine di studiosi dopo di lui, hanno messo in luce. Ovvero che l’uomo tende al conformismo. Gli studi di Asch confermarono che il 75% del campione segue il resto del gruppo nelle scelte sbagliate almeno un terzo delle volte. Al contrario, quando non rapportati ad un gruppo, i partecipanti rispondono correttamente nel 98% dei casi. Gli esperimenti hanno puntato anche a scoprire l’effetto del conformismo in relazione alla dimensione di un gruppo. Maggiore la dimensione, tanto più grande e significativo l’atteggiamento di uniformarsi. Immaginatevi il singolo elettore di fronte alla “maggioranza degli italiani”.

Interrogati sulla motivazione delle scelte molto pochi erano convinti. La maggioranza sostenevano di sapere che l’opzione scelta era sbagliata. Ma che si erano adeguati per timore del ridicolo. Senso di appartenenza e bassa autostima la fanno da padrone in questo tipo di scelte. Ci si sente protetti dal gruppo e si sceglie di adeguarsi a) per non sentirsi soli; b) perché non ci fidiamo delle nostre opinioni.

E’ un comportamento naturale, che funziona così dall’alba dei tempi. Serviva all’uomo per difendersi dalle intemperie, dalla natura e dai nemici. Ormai è iscritto ne nostri comportamenti codificati. Non proprio nei geni. Ma in tutte quelle abitudini che fin da piccoli ci insegnano. Non si fa così. Via le dita dal naso. Niente parolacce. A tavola non si sbadiglia. Ogni prescrizione culturale elimina le sua alternative e orienta verso il conformismo.

Ma torniamo al nostro povero elettore minoritario che guarda un talk show. Ovvero il luogo dove si decidono (è inutile che ci raccontiamo frottole) le sorti della battaglia elettorale. Non solo si trova di fronte i cartelloni. Ma assiste alla lettura – fate caso spesso agli aggettivi usati – da parte di questo o quel commentatore. Spesso il conduttore stesso della trasmissione. Mai neutrale, vista l’oggettiva impossibilità di esserlo.

In questo senso i sondaggi non leggono la realtà. Ma aiutano a scriverla. Non è un caso infatti che tutte le forze politiche abbiano i “loro sondaggisti”, e agitino quelle cifre prima di enunciare i programmi. La mia opinione è confermata dalle sfuriati frequenti di questo o quel leader di fronte a cifre ritenute errate. Se il sondaggio si limitasse a denotare senza alcun potere di incidere sul futuro che senso avrebbe sprecare tempo prezioso sui media per smentire i numeri?

C’è però una buona notizia. Serge Misovici sostiene che anche le minoranze, in presenza di determinati fattori, riescono indirettamente a influenzare le maggioranze. Vediamo i fattori:

1)       Se la minoranza presenta tesi coerenti nel tempo

2)      Se la minoranza presenta tesi compatte e condivise fra i suoi membri

In questo caso Misovici sostiene che al conformismo si sostituisce la conversione. Ovvero, mentre l’adeguamento alle tesi della maggioranza produce un cambiamento poco convinto, e che in genere dura poco. La conversione è duratura. E questo succede per due motivi:

a)      perché la coerenza rende la minoranza credibile e la credibilità viene trasferita alle tesi/opinioni

b)      perché aderire a qualcosa di credibile implica un processo razionale di analisi. Aderire emotivamente al pensiero dominante no.

Gli studi di Misevici confermano inoltre che la presenza di una minoranza consolidata, riconosciuta e non esclusa contribuisce a far attivare il cervello degli elettori. Che valutano alternative reali e non si adeguano passivamente a quelle presenti e maggioritarie.

Considerato quanto sopra, i sondaggi contribuiscono non poco, con la potenza senza sfumature dei numeri, a incoraggiare conformismo e pensiero convergente. In quest’ottica le minoranze hanno una sola carta da giocare: la coerenza senza compromessi.

Concludendo. In queste settimane che ci separano dalle elezioni diffidate dei cartelloni che il sondaggista di turno presenta alla platea. E se volete essere elettori responsabili prestate orecchio alle voci minoritarie. Tutte. Fosse mai che il cervello si svegliasse dai torpori da talk-show?


2 responses to “I sondaggi non leggono. Scrivono.

  • rupert

    “La Ghisleri è la sondaggista di Berlusconi. Mannheimer collabora con Porta a Porta. Pagnoncelli con Ballarò”.
    Sì, ma i sondaggi non li fanno loro (e in campagna elettorale neanche potrebbero). Loro sono gli “esperti” di sondaggi, ordinano e interpretano i dati ma la raccolta degli stessi avviene (su commissione) ad opera di agenzie indipendenti, di solito non italiane. Non a caso al netto dell’errore statistico i risultati dei diversi “sondaggisti” sono sostanzialmente coincidenti tra loro. E sì, ognuno può selezionare il sondaggio che “preferisce”, non pubblicarlo se non è incoraggiante, protestare se le cifre non lo favoriscono, ma non può (fintanto che si è in campagna elettorale) citare dati prodotti da lui stesso né presentare dati senza fare direttamente riferimento al sondaggio originale dell’agenzia (in pratica non si può “inventare”)

    • Tengri

      i solare un dato dal contesto. leggere un aumento assoluto laddove c’è una diminuzione percentuale o relativa … sono tutti esempi si interpretazione. Il risultato è che l’atto comunicativo produce un’informazione inventata. Manipolata se preferisci. E comunqe anche sulla presupposta indipendenza delle agenzie qualche ombra di dubbio me la farei venire. Facciamo l’esempio di quelle di rating che declassano i debiti sovrani. Non mi meraviglierebbe affatto se saltasse fuori che alcuni di quei declassamenti siano lautamente pilotati da chi se ne avvantaggi. Facendo affari di platino.

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