Il meccanismo

Quando un meccanismo si rompe il primo tentativo da fare è quello di ripararlo. Ma quando i guasti continuano le riparazioni finiscono per costare troppo. Allora meglio sostituirlo. Facile a farsi se il proprietario del meccanismo è uno solo. Molto più difficile quando si tratta centinaia di individui che hanno tutto da perdere. A quel punto meglio causare la rottura definitiva del meccanismo stesso e creare un guasto impossibile da riparare che renda la sostituzione necessaria. Un guasto così grave che sia possibile bypassare i processi decisionali attraverso i quali chi ha da perderà deciderà sempre per l’ennesima inutile riparazione.

Ci hanno insegnato che la democrazia funziona grazie alla contrapposizione di poteri e interessi. E allora esercitiamola almeno per una volta.

Quando parlo di “meccanismo “ intendo ovviamente quello delle nostre istituzioni. Corrotte, profanate, marce. Imputridite fino al midollo da una cricca ormai sempre uguale nelle facce e sempre più spudorata negli atti. E questo da più di 20 anni.

Alcune notizie recenti non lasciano molti dubbi. Fiorito che giustamente dice “ve la prendete con me ma alla Regione tutti facevano così”. E basta pensare alla Marghertita di Lusi, agli scandali Pugliesi, alle vicende di questa o quella Comunità Montana in riva al mare per capire che Batman dice la verità. Almeno su questo. Una conferma? La spending review – termine anglofono che serve a indorare la pillola dei tagli –prevede riduzioni di spesa per quasi tutti – quelli non abbastanza potenti da scamparsela ovviamente. Guarda caso però solo Parlamento, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale possono decidere in autonomia. Ovvero decideranno quanto sottrarsi. Roba da ridere.

Nel frattempo in basso – perché di basso si tratta – tutti i cittadini che non sono agganciati direttamente o indirettamente al “meccanismo” oscillano fra due atteggiamenti:

1)      Chi fotte prima fotte meglio. Tanto se non fotti ti fottono.

2)      Cosa fare per cambiare il meccanismo?

Il primo atteggiamento è forse quello più comune. In un certo senso caratteristico dell’italiano in quanto tipologia sociale. Ma anche esagerato per far sì che essendo tutti un po’ Fiorito, alla fine i Fiorito della cricca vengano resi comprensibili, quasi accettabili.  Sdoganare Fiorito serve a renderlo in definitiva né più né meno che un altro italiano vero.

Il secondo è quello di una minoranza ancora volenterosa. Che naviga ormai a vista. Che milita in partiti in cui ormai fa fatica a riconoscersi. Che si sbatte fra il volontariato e il blogghismo. Che ne parla con tutti, dalla famiglia agli amici, strappando sempre più spesso lo sguardo di sufficienza di chi ormai non crede più al cambiamento possibile.

Fra questi due atteggiamenti ci sono ovviamente sovrapposizione e sfumature. Ci sono anche quelli che non credono alla possibilità di un cambiamento ma non per questo sposano la logica insista nelle giungla del fottere. Che riflettono sull’impossibilità oggettiva della democrazia come immaginata nell’era moderna. E che sono sempre più convinti che essa non sia e non possa essere che quella concepita dai greci. Ovvero il superamento del “governo per nascita” attraverso il “governo per censo”. Dove censo sta non solo per “denaro posseduto”, ma per “denaro mobilitato”. In sostanza chi gestisce le reti degli interessi gestisce il potere. In maniera oligarchica. Il popolo sta fuori da queste dinamiche e ratifica lo status quo attraverso le elezioni.

In mezzo a loro, da qualche parte, ci sono anche io.

Sono lì perché ho più volte toccato con mano lo spessore e il radicamento della teoria degli “scheletri nell’armadio”. Ovvero quella legge non scritta secondo la quale l’accesso alle istituzioni in posizioni di potere è regolato dal perverso meccanismo della ricattabilità. Solo se hai i tuoi misfatti da nascondere ti lasciano spazio di scalata negli apparati dei partiti. Ed è solo da lì che accedi alle istituzioni. In questo modo nessuno dice niente di nessuno. Do ut des. Come altro spiegare altrimenti l’aggiramento della legge sul finanziamento pubblico dei partiti? E il conflitto di interessi mai risolto? E le finte bicamerali? L’importante è proteggere gli averi e gli avendi degli accoliti. Facendo il gioco delle parti sotto le luci della ribalta cosicché l’elettore percepisca come vera la finzione dello scontro fra due (o più) alternative.

Ogni tanto qualcuno viene beccato con le mani in pasta. Solo da Cusani e Fiorito la lista sarebbe lunga. Forse perché il meccanismo è attaccabile? Assolutamente no. Si tratta di vittime sacrificali. Dei sacrifici umani che il meccanismo periodicamente mette in scena per suscitare l’indignazione e in seguito ricompensarla con la cacciata o l’eliminazione del reo. Che spesso però è solo un piccolo ingranaggio che viene immolato e presto rimpiazzato affinché il meccanismo continui a funzionare. E l’opinione pubblica sia rassicurata. Il cesto è salvo, le mele marce sono state gettate.

Ma in realtà le mele del cesto sono tutte marce. Tranne poche e insignificanti eccezioni. Marce e verniciate del colore finto della pubblicità.

Il meccanismo non può essere attaccato dall’esterno. Non ci riesce nemmeno la magistratura in quei pochi casi in cui non è collusa. Non ci riescono i media in quelle sporadiche occasioni in cui non giocano nel ruolo del poliziotto cattivo. Non ci riescono i cittadini sempre più occupati a sbarcare il lunario.

L’unico modo per tentare di cambiare il meccanismo è incepparlo. Infilare un ferro di traverso nei suoi ingranaggi sperando che il danno causato sia irreparabile. E con questo essere pronti a vigilare su ciò che verrà dopo.

Non parlo di rivoluzioni e di fucili. Né di violenze di piazza o sommovimenti epocali. Parlo di qualcosa di più sottile ed efficace. Qualcosa che potrebbe colpire il meccanismo proprio nel cuore del suo funzionamento. Proprio dentro alla logica degli scheletri nell’armadio.

Cosa succederebbe se dall’oggi al domani il Parlamento si trovasse a dover ospitare un considerevole numero di neo-onorevoli che, non provenendo dalle gerarchie dei partiti, non sono ricattabili? Potrebbero contribuire a creare quella discontinuità che nella teoria dei sistemi è in genere alla base di una radicale ristrutturazione del sistema stesso?

Non ho risposte ma ci sto riflettendo. In quest’ottica se si fosse votato un paio di mesi fa, dopo anni di “schedabianchismo” informato e ponderato, sarei tornato ad esprimermi. E avrei votato il Movimento  Stelle. Il timore è solo che per quando voteremo – e il continuo rimando della data è già di per sé testimonianza lampante di questo – anche il M5S sarà stato “normalizzato”. E che per allora anche i suoi candidati saranno stati addomesticati all’antica arte do ut des.

Ci sto pensando ma anticipo subito due obiezioni:

1)      Non si può votare solo per disfare. Verissimo. Infatti il M5S ha un programma ben preciso che condivido quasi in toto

2)      I rappresentanti del M5S non sanno amministrare. L’alternativa, ovvero il resto dell’arco parlamentare, mi sembra abbia dimostrato negli ultimi 20 anni esattamente questo. Quindi si tratterebbe di scegliere fra un dubbio e una certezza. Tanto vale concedere il beneficio del dubbio e stare a vedere. Peggio di così è difficile. E poi, il “capo” in un gruppo umano – da che uomo è uomo – non è chi “sa fare”, ma chi sa ispirare e convogliare le forze di chi “sa fare” verso obiettivi specifici.

Staremo a vedere.


2 responses to “Il meccanismo

  • buzz

    La penso anche io così, per quello che vale. Voterò M5S, se per quando si voterà non l’avranno reso inoffensivo e/o controllabile, per la carica destrutturante che potrebbe avere. Ma ci credo comunque poco. Temo non esista modo di risalire, il punto di non ritorno è passato.

  • Tengri

    Vale vale🙂 I numeri contano. Anche nelle imprse disperate.

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