Decrescere o morire

Crescita. Non si parla d’altro. “Ora rimettiamo a posto i conti. Poi ci sarà la crescita”. Un mantra perenne. Quant’è che lo ascoltiamo? E il momento di questa fantomatica crescita viene sempre posticipato. Di mese in mese. Di anno in anno. Ma come mai? Perché la crescita rappresenta una delle più suggestive fandonie raccontate ai cittadini.

Per dirla con Erri de Luca è una di quelle parole usate in maniera pubblicitaria e senza responsabilità.

In realtà le società sono come gli organismi viventi. Nascono, si evolvono e raggiungono la piena maturazione. Poi hanno due destini possibili. O trovano un equilibrio dinamico, un punto di stabilità, o, come gli organismi viventi, si avviano a una fase di decadenza che porta alla morte.

Le società che per comodità siamo soliti chiamare “occidentali” hanno da tempo sorpassato la fase di massima evoluzione. Ma continuano a spingere per diventare sempre più grandi rifiutando però di invecchiare. Alla stregua di una diva del cinema che si trascina di plastica in plastica per non ammettere con sé stessa l’arrivo della terza età. Del decadimento.

Ma che vuol dir crescere? In termini molto semplici e per come viene utilizzata comunemente la parola si tratta di un “aumento del prodotto interno lodo (PIL) in quanto misuratore della produzione”. In realtà però l’economia, per sua definizione, non è altro che l’azione con cui gli uomini soddisfano i loro bisogni a confronto con beni scarsi. In sostanza i comportamenti che producono il benessere. Ma il benessere, quello che percepiamo ogni giorno, non ha a che fare solo con la produzione (e il consumo). Ma anche con indicatori dimenticati: occupazione, distribuzione del reddito, condizioni di lavoro, tempo libero e gli scarsi usi possibili delle funzioni ambientali. Alcuni di questi indicatori sono evidentemente in contrasto.

In sostanza la definizione più in voga di “crescita” non promuove il benessere – ovvero non promuove comportamenti genuinamente economici – ma lo danneggia. Sembrerebbe che gli economisti profeti di “questa” crescita dovrebbero tornare all’Università e riprendere da Economia I, corso di base, prima lezione.

Lo stratagemma sta ovviamente nel truccare i conti. Letteralmente. Evitando di inserire valori importanti. Facendosi aiutare in questo dalla propaganda roboante i media ammaestrati che ripetono abilmente il mantra.

Fortunatamente Roefie Hueting ci aiuta a capire 4 facili sistemi per correggere l’informazione distorta a proposito della crescita. Il contributo è stato presentato alla seconda conferenza internazionale sulla decrescita a Barcellona nel 2010. Sintetizzo traducendo.

Il testo integrale è qui http://www.barcelona.degrowth.org/fileadmin/content/documents/Proceedings/Hueting.pdf

 

Primo: pubblicare i dati sul PIL tenendo conto delle “asymmetric entries”

Ma che sono queste asymmetric entries? Le funzioni ambientali rimangono fuori dalla misurazione del PIL. E questo è logico e facile da capire perché acqua, aria, terreni, piante, specie animali e tutto il sistema di supporto della vita sul nostro pianeta non sono prodotti delle attività umane. Di conseguenza la perdita di queste funzioni ambientali, causata da produzione e consumo, non è attualmente contata come un costo. Ciononostante, le spese per il loro ripristino  o per compensarne la perdita sono contati come valori positivi. Queste spese in realtà andrebbero contate come costi intermedi, perché è ciò che sono.

Spesso La realtà di questa asimmetria viene messa in discussione da chi sostiene che le operazioni di ripristino aggiungono valore perché creano occupazione. Evidente se si considera come punto di partenza il momento in cui le risorse ambientali sono state danneggiate. Basta però riferirsi al momento in cui erano integre che l’obiezione viene immediatamente a cadere.

Alcuni esempi. La produzione di acqua potabile come risultato della perdita della funziona ambientale “acqua potabile” causa del sovra utilizzo della funzione “acqua come discarica” (inquinamento). O anche le opere che fanno seguito ad allagamenti provocati dall’eccessiva deforestazione. In questo caso si tratta dell’abuso della funzione “taglio del legname” attraverso la quale le foreste perdono la funzione “regolazione e contenimento del deflusso delle acque”.

Basterebbe pubblicare I dati sul PIL sottraendo anche questi costi per capire come i risultati economici di questo modo di concepire la crescita in realtà siano ben diversi.

Secondo: pubblicare i dati del Prodotto Interno Lordo Ambientalmente Sostenibile (PILAS)

Sono molti gli usi che si possono fare dell’ambiente (nel senso di ciò che ci circonda e non è opera dell’uomo): produzione, consumo, respirazione, ecc. Dal momento che queste funzioni sono spesso in contrasto e l’utilizzo di una può limitare la disponibilità dell’altra o di sé stessa nel futuro (attraverso il sovra utilizzo) esse sono, per definizione, beni economici. Si tatta anzi dei più preziosi a disposizione delle società umane. Eppure questi beni, o la loro perdita, rimangono al di fuori del conteggio del PIL.

Il PILAS è definito come il livello massimo di produzione perché le funzioni ambientali rimangano disponibili per le generazioni future, stante la tecnologia disponibile. La distanza fra PIL e PILAS indica in termini di costi quanto si è distanti da una condizione realmente sostenibile.

Stime fatte per il summit di Rio del ’92 vedevano questa distanza al livello mondiale attestata più o meno al 50%. Dal ’91 al 2005 la le cifre sono balzate in avanti di altri 13 miliardi di euro, circa un altro 10%.

Ovvero produciamo e consumiamo il 60% di più di quello che l’ecosistema planetario è in grado di sostenere.

Terzo: rifiutare il conflitto fra ambiente e occupazione

La convinzione che per preservare l’ambiente dobbiamo necessariamente sacrificare l’occupazione è il maggior ostacolo a politiche economiche sostenibili. Ma questa convinzione trascura il semplice fatto che le funzioni ambientali (incluse le risorse ecosistemiche) sono beni scarsi che richiedono l’impiego di diversi fattori della produzione per essere preservati, restaurati o sostituiti. Di questi il principale è proprio il lavoro. In Olanda ad esempio l’80% del Prodotto Interno Netto è costituito dal reddito da lavoro. In termini macroeconomici il lavoro è il costo principale delle attività economiche.

L’assurdità del conflitto ambiente/lavoro è particolarmente evidente quando se ne analizzino le implicazioni. Se esso fosse reale ciò significherebbe che una produzione e un consumo “puliti” dovrebbero richiedere meno tempo di una produzione e un consumo “inquinanti”. Ma visto che il lavoro, come detto sopra, è il costo principale, ciò significherebbe che una produzione “pulita” sarebbe più economica  di una “inquinante”. Di conseguenza non esisterebbe una questione ambientale. Sarebbe il mercato stesso a spingere tutti verso produzione e consumo “puliti”.

 Ovviamente la realtà è esattamente il contrario. La questione ambientale esiste proprio perché produrre in maniera “pulita” crea strutturalmente più occupazione e quindi costa di più che produrre inquinando. Ciò rende i prodotti più costosi. Ed è per questo che produciamo in maniera inquinante.

Certo è che i vincoli ambientali dovrebbero essere obbligatori visto che le funzioni ecosistemiche sono beni comuni.

Quarto: rifiutare la convinzione che preservare l’ambiente sia antieconomico

E’ esattamente il contrario. Tutte le soluzioni fondamentali per preservare l’ambiente sono evidentemente più economiche dei comportamenti che mettono a rischio la vita sul nostro pianeta.

 Alcuni esempi. Usare la biciletta è infinitamente più economico che percorrere la stessa distanza in macchina. Riscaldare una sola stanza e usare una felpa e una coperta in più è molto più economico che riscaldare l’intera casa. Una vacanza in barca o in treno è più economica di una in aereo. Una dieta che combini carne e legumi è molto più economica di una che si basi su grandi quantità di carne.

 Inoltre, l’impatto ambientale è determinato dal numero di persone, dalla quantità di attività per persona e dalla natura di queste attività. Visto che le attività a basso o nessun impatto ambientale possono essere espanse, il passaggio a un’economia sostenibile contribuirebbe a riallineare i numeri della nostra specie con la capacità di carico dell’ecosistema planetario. Salvando nel processo anche l’occupazione.

E’ chiaro che in tutto questo un sacrificio economico è necessario. Se non fosse così la questione ambientale non esisterebbe. Stime recenti del livello sostenibile di attività umane, il PILAS, denotano un considerevole distacco dal PIL. Ma se svincoliamo il nostro concetto di progresso dalla crescita dei consumi, non c’è ragione di aver paura. In primo luogo lo spostamento verso la sostenibilità non danneggerà la nostra salute. Al contrario, le attività eco-sostenibili sono in generale meno dannose per la salute di quelle inquinanti. In secondo luogo, questo spostamento non significherà, come sostengono alcuni, il ritorno al Medio Evo. Dal 1950 al 1990 il PIL mondiale è aumentato di 4 volte. Ma i cittadini del 1990 stavano molto meglio di quelli del 1950?

In base alle stime un livello di attività sostenibile dovrebbe essere circa la metà di quella degli anni ’90.

 

Si tratta della vecchia storia delle mucche al pascolo. Metti su un terreno 10 mucche a brucare. Le mucche saranno belle grasse. Se ne vuoi avere 20 e le vuoi grasse allo stesso modo puoi fare solo due cose. Aumentare la produttività del terreno o estenderlo. Il problema nasce una volta che entrambe queste misure sono state adottate. Le due variabili (produttività e estensione) diventano costanti. L’unica variabile rimasta sono le mucche. Poniamo di essere arrivati a 40. Se le vuoi belle grasse devi impedire che diventino 60. Se ne vuoi 60 per forza le mucche dovranno mangiare di meno.

Il nostro pianeta si trova nello stadio finale. E il controllo demografico è praticamente impossibile. In sostanza non possiamo fermare l’aumento del numero di mucche. Anzi, nonostante i tentativi democraticamente accettabili, le mucche continuano ad aumentare.

Non possiamo far altro che brucare di meno. Ovvero consumare, e di conseguenza produrre di meno.

In realtà un’altra alternativa esiste. Mucche bianche contro mucche pezzate. L’obiettivo è ridurre la numerosità del nemico per potersi espandere e sopravvivere allo stesso tempo. O magari l’emergere di un predatore. Che però dovrebbe essere in grado di fermarsi prima di portare ad estinzione le mucche. Ovvero ciò di cui si nutre.

Entrambe le cose sono già successe. E stanno succedendo. La prima si chiama guerra. La seconda si chiama specie umana. La prima è efficace ma poco piacevole. La seconda si è dimostrata inefficace.


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