Tutto storto

26 Agosto. Del merdoso 2012. Un anno da dimenticare. 10.15. Caldo mortale. Lei è seduta sul sedile con il capo reclinato. Non parla. Respira a fatica. Stamattina, dopo una note di scariche e conati, mi ha detto “non riesco più nemmeno a inghiottire la saliva”. A quel punto ho deciso di correre al Pronto Soccorso. Lei fa sì con la testa. E so che questo è grave. Normalmente non entrerebbe in un ospedale nemmeno trascinata. Roma è vuota e per arrivare al San Giovanni ci metto niente.

Dove posso lasciare la macchina?, chiedo al guardiano alla sbarra. La deve togliere subito e metterla all’esterno sennò le fanno la multa, mi risponde. Cerco di fargli capire che lei non si regge nemmeno sulle gambe. Che la devo portare fisicamente dentro. Ma niente, quello insiste. Scanso con un gesto l’idea di rispondergli ed entro dove entrano le ambulanze. Ma fammi la multa, che cazzo mi frega.

Non ci sono sedie a rotelle ma riesco a trovare una barella. Non mi aiutano. Se non sei insanguinato e respiri è roba da poco per gli infermieri all’ingresso. Non è lecito disturbare il confronto acceso sulla top ten delle località di mare del 2012. L’istinto sarebbe quello di prendere un’ascia e imbrattargli di rosso sangue quelle merdose abbronzature di cartone. Ma reprimo l’istinto. Sono in scacco. Se faccio il matto lei rimane nel corridoio tutto il giorno. La lasciano lì. Tanto non sta morendo.

Mentre la sollevo e la sdraio sulla barella faccio finta di non sentire. Il coglione in divisa mi sta veramente dicendo di spostare la macchina. Consegno la barella agli infermieri e quello insiste. Mi giro, lo guardo. Devo entrare, gli dico. Lei non riesce nemmeno a parlare per quanto le fa male la testa. Chiudo la macchina e entro. Ma fammi la multa, che cazzo mi frega.

Quando riesco quello mi guarda. Tamburella il piede. E se entrava un’ambulanza? Mi dice. E se l’ambulanza l’avevo chiamata io? Gli rispondo. Entro in macchina e me ne vado.

Gastroenterite. Potentissima si vede, viste le conseguenze. Dopo 3 flebo di bombe l’emicrania non passa e il neurologo la manda a fare una TAC. Negativa. Meno male. Per il resto ovviamente non sapremo un cazzo. Un virus? Un avvelenamento? E chi lo sa. Se non stai morendo non conti. L’importante è che esci con le tue gambe. Magari muori a casa dopo un paio di ore. Ma sono problemi tuoi.

Si concludono così le nostre ferie. Domani è un altro giorno. E per fortuna si va a lavorare.

Mi chiedono come sono iniziate. Che cosa è successo. Per carità niente di tragico. Ma le ferie a puttane direi di sì.

Un paio di giorni prima di partire cado in un bosco afferrando a braccio teso un ramo. Sublussazione dell’omero e sospetta lesione al tendine del capo lungo del bicipite. Ergo, un braccio inservibile. Ma lì per lì non lo so. Spero migliori. Faccio i bagagli e parto. La sua spalla operata, però, inizia a protestare già durante il viaggio. Niente fisioterapia già da 5 giorni. Che succederà nei prossimi 15?

Lei il destro, io il sinistro. In due non ne facciamo uno sano.

Arrivo in Valle 8 ore dopo e già faccio fatica a scaricare la macchina. Prenoto comunque al Gonella. Migliorerà, mi dico. Faccio anche lo zaino. Ma mentre ci spingo la roba dentro capisco che qualcosa non va. C’è un fisioterapista bravo da quelle parti e riesco a farmi dare un’occhiata. Lesione al tendine del bicipite mi dice. Devi stare almeno 15 giorni a riposo. Se vuoi cammina senza usare quel bastoncino. Eviterei comunque di arrampicare. Ecco appunto. Anche tirare il manubrio della bici in salita è fuori discussione. Se ne va affanculo l’80% di quello che sono venuto a fare.

Non mi danno più di tanto. Anni fa mi sarei incazzato come orso a cui hanno rubato il miele. Ora mi scivola quasi addosso. Succede. Se non ci puoi fare nulla che ti incazzi a fare. Se ci puoi fare qualcosa che ti incazzi a fare. Camminerò, mi dico. Ci sono i miei amici con cui passare il tempo. Starò di più con lei che non può fare altro se non qualche passeggiata. Almeno staremo lontani dalla fornace romana.

Intanto già le prime notti la sua spalla operata inizia a protestare. Il materasso non va. Lo cambiamo, lo mettiamo a terra ma niente. Alla quinta notte inizia a dormire a tratti. E nel frattempo io cammino. Un giorno con i miei amici. Quando loro si riposano con lei. Quando cammina sembra andare meglio. Ma sono solo le endorfine. Appena vengono riassorbite il dolore peggiora. Peggiora se sta ferma. Peggiora se lo rimette nel tutore. Peggiora di notte. Peggiora e basta. E io nel frattempo cammino.

Dopo 4 giorni sono a 71km e più di 5000m di dislivello. Saliti e scesi. Ma le scarpe buone le ho dimenticate a casa. E con quelle che ho la caviglia infortunata si incazza. E appresso a lei il ginocchio. Dopo un po’ getto la spugna. E non cammino nemmeno. Ce ne stiamo nel fondovalle. A leggere. A passeggiare. Come due convalescenti. Che è esattamente ciò che siamo.

Ma la spalla peggiora. La sua. La mia sta sempre lì. In agguato.

A quel punto dobbiamo prendere una decisione che rimuginiamo per due giorni. Dobbiamo tornare. A casa c’è il letto ortopedico. Fa caldo e questo per i muscoli in spasmo della sua spalla è meglio. E poi fra qualche giorno il fisioterapista torna dalle vacanze. E anche questo è meglio. Guardiamo le carte delle temperature e ci fondiamo al solo pensiero di quello che ci aspetta. Ma non possiamo fare diversamente. Per quest’anno con le Alpi la partita si chiude così.

La est del Mone Bianco continua a farmi l’occhiolino dal fondo della Valle. 10 giorni di tempo spettacolare. Solo oggi che parto una nuvoletta accarezza la vetta. Per il resto sempre sole. Mai una goccia di pioggia nemmeno di notte. L’anno perfetto. Caldo. Ma perfetto.

Salutiamo con il cuore accartocciato i nostri amici e ci avviamo. Vicino Piacenza il termometro segna 40°. Ci guardiamo ma non diciamo niente. Ma ciò che ci aspetta è pure peggio dell’immaginato. Penso sia stata la settimana più calda dell’anno. Il nostro vecchio pinguino riesce appena a farci sudare con decenza nelle ore più calde. Così, per dargli un po’ di respiro, decidiamo per una giornata libro-e-film in un centro commerciale vicino casa. Ancora non c’è molta gente quindi si può fare.

Non molta ma abbastanza per creare un capannello. Lo attraverso. Uno mi dà una gomitata sul petto. Un altro una botta sull’anca. Si scusano entrambi. A uno dico pure, figurati, ti ho urtato io. Un paio di minuti dopo mi siedo a un bar per leggere. Metto una mano in tasca per vedere che ore sono. Niente. Il cellulare aziendale è sparito. Svuoto lo zaino sperando di averlo messo lì. Niente. Non c’è. Rubato. Con il trucco più vecchio del mondo. Crea un diversivo. Distrai il tatto. Nessuno si accorge della mano che scivola fuori e dentro alla tasca.

La cosa mi fa girare le palle. Ho viaggiato in mezzo mondo. Dormito nei posti più improbabili. Attraversato mercati e bidonville dove la gente ti strapperebbe i calzoni per farci due dollari e svoltarci una settimana. E nessuno mi ha mai toccato nulla. Ci hanno provato ma li ho sgamati quasi sempre. E nella mia città, a casa, mi fregano nella maniera più banale.

Così, fra denunce ai carabinieri e telefonate per bloccare la scheda, va a farsi fottere anche una giornata al fresco.

Mi asciugo il sudore per l’ennesima volta. Sto aspettando da 10 minuti che la tipa dell’URP del San Giovanni mi faccia sapere lei come sta. E qui fuori non c’è aria condizionata. O almeno non funziona. Due ore fa sono sgattaiolato dentro per raggiungere la barella nel corridoio. Ho fatto appena in tempo a sapere della visita neurologica che i solerti infermieri mi hanno cacciato fuori. Solerti a cacciarti ma troppo impegnati per aiutarti a mettere un paziente sulla barella. E dire che ci vuole una laurea per fare questo mestiere. La tipa dell’URP torna e gentilmente mi fa entrare. La seguo. E mentre cammino metto in fila le cose successe negli ultimi 20 giorni. Poi ci aggiungo quelle degli ultimi mesi. Ce n’è per anni.

Le cose sono due. O la sfiga si è accanita e si apre per noi un periodo di fortuna sfacciata o qualcuno ha comprato due bambolette e si esercita con gli spilloni nell’antica arte del vodoo.

Mi piacerebbe pensare alla prima. Ma chissà com’è mi viene in mente Guzzanti.


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