Sulcis in fundo

Sono asserragliati a 400 metri di profondità con 3 quintali di esplosivo. Minatori. Nelle ultime miniere di carbone ancora attive in Italia.

Carbone? Pensa l’uomo comune. Ancora estraiamo il carbone. Una delle fonti di energia più inquinanti mai utilizzate. Roba che fa pensare al 1800 e al vapore bianco che esce dalla ciminiera dell’Orient Express. Eppure è così. Nell’era della Green (di nome) Economy uno dei combustibili fossili più usati al mondo è proprio il carbone.

E le centinaia di minatori del Sulcis si aggrappano con unghie e denti al loro lavoro. Ad una vita trascorsa nelle viscere della terra. Ad una vita che spesso si conclude presto o male. Per un incidente o per malattie professionali fra le più atroci. Eppure loro combattono.

A leggere le varie fasi della storia della miniera di Nuraxi Figus (qui c’è un racconto dettagliato) la cosa sembra ricorrente. A periodi alterni generazioni diverse i minatori si sono trovati a lottare per il posto di lavoro. Un lavoro che parla sempre più esplicitamente della decrescita sociale implicita nel nostro modello di sviluppo. E che lancia messaggi inequivocabili sulla crisi in corso.

Possibile che all’alba del terzo millennio ci sia ancora bisogno dei minatori? Che sia ancora necessario sacrificare vite umane per estrarre i metalli dalla terra? Che si debba ancora bruciare il carbone. Se immaginiamo l’architettura sociale delle nostre civiltà occidentali come un palazzo i minatori ne occupano la cantina. Il luogo buio e umido dove butti la roba che non ti serve e ti dimentichi di averla. Un “non luogo”. Oscuro. Sotto la superficie su cui si svolge la vita normale. I minatori sono gente che non esiste per tutti gli altri. Vengono ripescati dal dimenticatoio dell’immaginario collettivo solo quando succede qualcosa di tragico. Un incidente che uccide operai sottoterra oppure 300 chili di esplosivo pronti a deflagrare se lo Stato non stanzia 200 milioni di euro per un progetto di riconversione.

Nel caso del Sulcis si tratta della gassificazione. Ovvero la produzione di energie elettrica utilizzando il carbone ma intrappolando la CO2 inquinante nel sottosuolo. Bella trovata no? Il carbone pulito. Ma siamo sicuri che tutta quella CO2 intrappolata chissà dove non produca conseguenze immediate per chi lì intorno vive o durature per gli equilibri ecosistemici? No. Non siamo sicuri nemmeno un po’. E non lo sono nemmeno i minatori. Ma qual è l’alternativa?

In realtà un’alternativa esiste. Strano che i bocconiani al governo non ci abbiano ancora pensato. Sarebbe infatti perfettamente in linea con il processo di privatizzazione avviato per le miniere del Sulcis. Per inciso, avviato e mai concluso perché si tratta di un’impresa in perdita fin dalle previsioni e che nessuno vuole finanziare. Non bancabile (si dice così). A meno che, ovviamente, la banca non sia rappresentata dalle tasche dei cittadini. L’alternativa – dicevo – si chiama “strategia Potosí”.

E’ facile. Indolore (per tutti tranne che per i minatori). Approvata dai Chicago boys di tutto il mondo. Perfettamente auto-sostenibile. Ovvero che o si sostiene da sola o crolla rovinosamente trascinando con sé solo chi la mette in pratica.

Nel XVI secolo, nel cuore della Bolivia, nel ventre dell’Impero su cui non tramontava mai il sole, gli spagnoli scoprirono il Cerro Rico. Una montagna brulla attraversata da fiumi solidificati di argento. Nacque Potosí. Una delle città più grandi e ricche dell’era moderna. Oggi a Potosí non si estrae più – o quasi – argento ma c’è lo stagno. Lo Stato e il mercato si sono contesi a lungo la proprietà della miniera. Alla fine, come di consueto, ha vinto il secondo. Nella maniera più subdola. Sono nate le cooperative di liberi professionisti dell’estrazione. Detto così sembra tratto dal manuale delle professioni di un istituto di formazione. In realtà è come per l’operatore ecologico. Nome diverso, “same shit”.

I minatori di Potosí iniziano la “carriera” a 14 anni. Ufficialmente. Ma molti di loro mentono e iniziano prima. D’altra parte chi controlla le date di nascita in uno dei posti più poveri del mondo? Ognuno lavora per sé stesso. Gli acquirenti comprano direttamente dai minatori. A 4 soldi. E, ovviamente, più lavori, più guadagni. Quindi non esistono orari. Le gallerie si scavano col piccone e la dinamite. Niente sostegni sulle arcate. Se sei veloce porti fuori 200 carriole al giorno. E magari riesci anche a fuggire indenne da qualche crollo. Le mappe dei tunnel non esistono più. Ognuno scava dove vuole e si fa guidare dalla memoria e dalla tradizione orale. Sul casco nessuno indossa la luce elettrica. Perché quella al carburo cambia colore se incappi in una fuga di monossido di carbonio. Padre minatore, figlio minatore. Il mestiere si tramanda come un bene. O come una malattia? Eppure ognuno di loro è un self-employed man. Un imprenditore di sé stesso. Un libero professionista. Nessun onere per lo Stato e retorica liberista digerita insieme alla fede.

Eccola la soluzione per il Sulcis. Spingiamo definitivamente i minatori dalla cantina fin nelle fondamenta del nostro edificio sociale. Almeno da lì è difficile che possano riemergere per protestare.


3 responses to “Sulcis in fundo

  • bix

    Da qualche anno la situazione a Potosi è ancora piu assurda… I minatori infatti possono guadagnare qualcosa di extra, oltre che dalla vendita in proprio di quello che estraggono, anche dai turisti che vanno a visitare il formichiere del Cerro Rico, guidati direttamente dai minatori o ex minatori – guadagno ovviamente ridicolo anche perche la maggior parte va all’agenzia che organizza il “tour”. Qundi il visitatore puo decidere se sovvenzionare in qualche modo i minatori andando a vedere direttamente sul luogo di lavoro gente che morirà massimo a 50 per silicosi, oppure prendere atto della situazione e proseguire oltre. Di certo nelle miniere di Potosi c’è una delle condizioni di lavoro piu strazianti che si possano immaginare nel XXI secolo! E prima o poi quel formichiere crollerà chiudendo uno dei capitoli piu neri della colonizzazine spagnola in sudamerica. Scusami Tengri non credo che il mio sia un discorso molto pertinente col tuo ottimo articolo… generalmente rispetto ogni forma di lavoro… ma è comunque un dato di fatto che storicamente l’evoluzione ne manda in estinzione qualcuno… non ho lo stesso un opinione chiara in proposito.

    • Tengri

      no no … è pertinentissimo. Anche perché è più aggiornato del mio🙂.

      E’ assurdo infatti che qualcuno ancora lo faccia. Assurdo nel senso di incomprensibile per i costi umani e sociali. Ma totalmente comprensibile se lo si osserva dall’interno della logica che lo ispira. Alla fine lo stagno viene fuori dalla terra e chi lo utilizza non vuole sapere altro. Se chi lo estrae usa un robot o scava a mani nude è irrilevante. problemi suoi.

      Pare abbiano fatto pure un documentario pluripremiato che si chiama The Devil’s Miner. I minatori del Sulcis dovrebbeo utilizzarlo come video di apetura delle loro manifestazioni.

  • Tengri

    http://www.beppegrillo.it/2012/08/pdmenoelle_a_carbone.html?s=n2012-08-29 tanto per capire a cosa serve il carbone …. e soprattutto dove sono localizzati gli interessi che ne governano lo sfruttamento

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