La guerra senza uomini è peggio?

Leggevo una bella intervista al Generale Fabio Mini sul blog di Grillo.

Il tema principale è la finta spendig review del Governo Monti. Finta in generale, ma soprattutto per quanto riguarda le forze armate. Mini se la prende con il Ministro Di Paola. E lo fa sulla base di dati e numeri che danno solidità a quello che tutti ormai sanno. Si tagliano servizi e spesa sociale, si aumentano le tasse mentre le spese militari non diminuiscono mai. Anzi.

In questo senso la spendig review è finta perché anche le diminuzioni di personale previste sono ininfluenti. Si prevede infatti il classico trasferimento ad altre amministrazioni che diminuisce il carico sul Ministero della Difesa ma non sul bilancio dello Stato. Questo sposta i riflettori altrove. Riflettori che altrimenti illuminerebbero la montagna di denaro che spenderemo per comprare 90 aerei inutili entro il 2024. Oppure i fiumi di liquidi che continuiamo a dare alla Nato. Noi unici contribuenti insieme a Francia, Germania e Regno Unito di quella che ormai è una holding privata degli Americani.

Ed eccoci ad un’altra ovvietà.

Di Paola è infatti un “americano a Roma”. Ex Capo di Stato Maggiore, ha anche servito nell’alleanza atlantica e, come i suoi predecessori, prende ordini a Washington. Non nel senso classico e “complottistico” del termine. Ma semplicemente che ha gli stessi interessi deli Americani perché circola nello stesso giro di affari. E con ciò si conferma che i governi tecnici non esistono. O meglio che i tecnici fanno il lavoro sporco che i politici non possono o non riescono più a fare.

Dunque compriamo aerei, diamo soldi alla Nato, ci lanciamo in missioni inutili in paesi che Washington vuole tenere sotto controllo ma che considera ormai secondari. Il Generale Mini la pensa così. E visto chi è e che cosa ha fatto nella vita direi che lo si possa considerare un esperto in materia.

Fin qui poco di nuovo. Conferme.

Ma c’è un punto della sua intervista che mi ha fatto riflettere.

A metà circa affronta il tema dei droni. Sono infatti fra le mirabilia che continuiamo a comprare. In nome della guerra chirurgica e del risparmio di vite umane – nostre ovviamente – si progettano armi sempre più sofisticate che aumentano la distanza fra chi spara e chi muore. A prima vista sembrerebbe un bel passo avanti. I soldati si combattono a distanza come in una sorta di realistico videogioco. Droni abbattono droni e chi fa più punti vince.

Peccato che non succeda mai così. Gli obiettivi dei droni sono spesso ubicati in paesi della periferia del mondo. Dove milizie talvolta improvvisate comprano AK47, non droni. I cosiddetti obiettivi militari sono quasi sempre in zone densamente popolate. Le uniche ospitali in luoghi severi e quasi impossibili da abitare. E la guerra chirurgica si rivela per ciò che è: lo slogan mal riuscito di un’azienda globale che cerca di ripulire la propria reputazione.

In quest’ottica Mini avanza un’obiezione che a pelle fa paura. I droni spersonalizzano la guerra. Rendono troppo semplice uccidere per chi li guida con il joystick dalla stanza dei bottoni. Il che potrebbe significare che l’unico deterrente vero alla guerra è il suo prodotto principale: la morte. Che più ci sforziamo di rendere asettico il combattimento e di diminuire il numero di decessi, più le guerre verranno combattute. E più le spese leviteranno continuando ad alimentare il grande business globale della corsa agli armamenti.

Un paradosso? Chissà.

Fatto sta che l’altra sera mi è capitato di vedere Warhorse, un film mediocre di Spielberg che però ritrae con crudezza alcuni aspetti della guerra di trincea combattuta in Europa fra il 1914 e il 1918. Soldati che pronti in cima alle scale scavalcano il bordo della loro buca per correre incontro alle pallottole consapevoli della morte che li aspetta. Il numero che fa la forza. Decine e decine di morti in ogni assalto per sperare che uno o due arrivino dall’altra parte per abbattere i cecchini dell’esercito avversario. Cosicché la seconda ondata conquisti qualche altro metro.

Quelle immagini sarebbero difficili da nascondere. Complicato costruirci sopra un’operazione di marketing reputazionale.

Pensare che la peggiore forma di guerra moderna possa in effetti essere l’unico scenario possibile per scongiurare lo stato di guerra permanente in cui viviamo ormai da decenni mi fa venire i brividi.

Ma d’altra parte basta guardarsi attorno per capire quanto funziona la strategia della paura nell’orientare le coscienze. L’attuale levitazione della spesa militare globale si basa sulla minaccia del terrorismo costruita dalla fine degli anni ’90 ed esplosa con la demolizione delle Torri gemelle. Che ben ha rimpiazzato la minaccia comunista della seconda parte del ‘900. Entrambe costruite sulla manipolazione della paura.

E gli stessi che la alimentano spingono nella direzione opposta nel momento in cui la guerra è dichiarata e si inizia a combattere. Il motto sembra essere “loro selvaggi combattono la guerra sanguinosa. Noi civili quella chirurgica. Quindi abbiate paura di loro e lasciateci armare le nazioni. Ma non abbiate paura di ciò che faremo noi in risposta. Lasciateci fare”.

Che sia necessaria una guerra con morti di massa perché qui da noi si sollevi veramente un movimento di opinione efficace e vocifero contrario alla guerra e non più persuadibile a suon di marketing?

Triste pensiero.


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