Utopia

Una di quelle parole che hanno acquisito un significato se non proprio negativo quantomeno ad esso tendente. Nel linguaggio comune definire qualcosa un’utopia equivale a considerarla irrealizzabile. Magari idealmente pura e positiva. Ma di fatto una fantasia. Qualcosa di inconsistente in quanto privo di sostanza e impossibile (o quasi) da concretizzare.

Andando però a riguardare il senso etimologico del termine si scopre qualcosa di interessante. Basta Wikipedia. La parola deriva da οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non-luogo”. Nella parola, coniata da Tommaso Moro, è presente in origine un gioco di parole con l’omofono inglese eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) eτόπος (“luogo”), che significa quindi “buon luogo”. Questo, dovuto all’identica pronuncia, in inglese, di “utopia” e “eutopia”, da origine ad un doppio significato.

E’ chiaro che fin dall’inizio Thomas More intendesse giocare sul duplice senso della parola. Ma in che senso? Che da fervente Cattolico considerasse il “luogo buono” necessariamente un “non-luogo” in termini umani? O che forse conoscesse la natura umana tanto a fondo da pensare che un “luogo buono” è per l’homo sapiens necessariamente inesistente, ovvero un non luogo? Che in sostanza, per quanto si sforzi, l’uomo non può realizzare in alcun modo la città ideale senza leggi e in comunione di beni?

Chissà.

Certo è che oggi sopravvive solo il significato negativo.

Certo è che a guardare bene la nostra storia tutte le ideologie (nel senso di sistemi strutturati di idee che danno forma e significato ai comportamenti di chi vi aderisce) sono di fatto delle utopie. Nel doppio senso immaginato da More. Luoghi buoni per chi in esse crede. Ma di fatto irrealizzabili in quanto in conflitto con opposte ideologie o con la realtà dei fatti. Almeno quella ad esse contemporanea.

Il genere umano sembra quindi vivere costantemente questo scollamento fra la tendenza ideale del pensiero e della riflessione – spesso appannaggio di singole menti o di circoli ristetti – e la realtà della vita aggregata. La bella e la bestia. Con un finale sempre opposto a quello della favola.

In questo primo decennio del terzo millennio, però, si tende a sostenere che con il ’900 l’uomo abbia chiuso con le ideologie. E di conseguenza con le utopie. Che la realtà liquida e mutevole, che la precarietà costante, che la stessa globalizzazione delle merci e dei pensieri abbiano spinto il genere umano verso un realismo cinico e pervasivo. Che in sostanza l’uomo sia così convinto dell’immutabilità della storia che si rifiuta di aderire a ideologie totalizzanti che rimandano a un futuro imprevedibile, e ben oltre l’aspettativa di vita, il miglioramento a cui si aspirerebbe.

Per la serie “meglio sopravvivere decentemente che crepare per un bene dubbio e che in ogni caso non vivò”.

Egoismo storico? Uomo pessimista o semplicemente consapevole della propria ineluttabile natura?

O semplicemente uomo disorientato fra la propria natura individuale di mammifero, sepolta nella corteccia interna del cervello, e l’aspirazione alla perfezione umanistica di una società ordinata e giusta, elaborata dal pensiero riflessivo?

Sembrerebbe per assurdo che più l’uomo procede nella sua evo/involuzione storica più la capacità di immaginare e perseguire un futuro migliore viene meno. Facendo sì che natura e cultura si avvicinino sempre di più. Che l’aspirazione non sia verso un utopia migliorativa ma verso la massima espressione della sua assenza.

E forse guardando a cosa nella storia è stato compiuto in nome delle ideologie strutturate una fase di totale agnosticismo in cui l’uomo ritrovi il contatto con il qui e ora non sarebbe poi così male. L’unico fattore da tenere in considerazione è che questa fase sarebbe probabilmente bagnata dal sangue dei più deboli. Di quelli non protetti, anche semplicemente per opportunità, dall’ideologia dominante. Ma non è di fatto ciò che già avviene? Ciò che è comunque avvenuto nel passato più ideologico?

Chissà.

Da tempo ormai non mi piacciono le ideologie. E quando incappo in una di esse il mio approccio è sempre critico. Confutatorio. Il primo sforzo è quello di chiedermi cosa non funzioni. Non riesco più ad avere fede e fiducia in un sistema strutturato di parole che prescinde dall’essere umano nella sua essenza più pura e bestiale. Non è un caso che l’unica parvenza di ideologia sopravvissuta al cataclisma del ‘900 sia proprio il “capitalismo finanziario”. Esso assomiglia più di qualunque altro sistema teorico-pratico alla lotta per la sopravvivenza in regime di scarsità. Poco importa che la scarsità dei beni sia reale o immaginaria, l’importante è che sia percepita tale e dia forma e sostanza alle azioni. Un’ideologia mascherata da tecnica economica, che ha capito che l’unico modo per sopravvivere è non essere percepiti come un sistema di idee vincolante ma come una struttura aperta in cui il cittadino-suddito-utente sia convinto di essere libero di scegliere.

E allora mi chiedo spesso: esiste ancora uno spazio nel terzo millennio per le utopie esplicite? Che senso avrebbe cercare di ridare alla parola il senso originario di More? O magari di riuscire a enfatizzare maggiormente il “luogo buono” rispetto al “non luogo” creando a questo scopo una nuova struttura ordinata di idee guida?

Non so quale sia la vostra di risposta. La mia è ancora confusa. E quando ci penso mi vengono solo in mente le parole di Eduardo Galeano, il più grande scrittore latinoamericano del suo tempo a mio parere: “L’utopia è come l’orizzonte. Più cammini verso di lui e più quello si allontana. L’utopia, come l’orizzonte, sta lì perché l’uomo continui a camminare”.

Sarà per questo che il mondo mi sembra così immobile?


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