Decrescita felice

Crisi. Debito. Recessione. E poi finalmente la crescita. Magari fra la fase negativa e quella positiva ci starebbero bene una bella guerra e un po’ di distruzione naturale. Qualcosa tipo i terremoti che stanno terrorizzando le popolazioni della Pianura Padana in questi giorni. Così, tanto per stimolare la crescita.

Mi sono sempre chiesto che senso abbia tuto questo. Ma soprattutto se per un economia, anche all’interno dell’orizzonte attuale – ovvero quello del capitalismo liberista post-fordista –  crescere in continuazione sia realmente possibile. Oppure se in realtà si tratti di una mezza verità raccontata per non suscitare lo sgomento della popolazione. E che in effetti la crescita possa essere solo relativa. Ovvero che l’unico economista serio fosse proprio lo Schumpeter che sosteneva che la distruzione per il capitalismo non è un caso. Bensì è funzione stessa del funzionamento economico.

Senza distruzione non può esserci crescita. Semplicemente perché la crescita continua è materialmente impossibile.

E cosa si fa dunque? Si inventa sempre una guerra o si aspetta un bel terremoto? A guardarsi intorno, ben sapendo che oggi le guerre non sono solo quelle combattute con i carri armati, il sistema attuale funziona proprio così.

Ma può esistere un’alternativa?

In Italia esiste un gruppo che si chiama Movimento per la Decrescita Felice di cui fa parte Maurizio Pallante, consulente del neosindaco di Parma Pizzarotti. Quello che segue è un estratto dal loro appello pubblicato da ilfattoquotidiano.it.

In tempi normali è sufficiente gestire l’ordinaria amministrazione con
accortezza perché tutto proceda bene. Ma quando, come ora, si vivono
grandi cambiamenti epocali, dove masse sempre più grandi di persone
soffrono per mancanza di lavoro, occorre rimettere in discussione idee
consolidate, con particolare il dogma della crescita continua del
Prodotto interno lordo. Vediamo con apprensione che si parla di “Project
Bond per realizzare grandi opere infrastrutturali”. Si tratta in
pratica di fare ancora altri debiti per realizzare grandi opere
finalizzate, più che alla reale utilità, a far ripartire la crescita,
come se questa fosse la soluzione a ogni male. Ancora grandi opere,
ancora a debito… per riavviare la crescita e poter pagare gli interessi
sul debito! Ma che follia è? E in questo teatro dell’assurdo si
inserisce anche il luogo comune del collegamento diretto fra crescita e
occupazione. Si dà per scontato che la crescita faccia automaticamente
aumentare l’occupazione, ma non è vero e ci sono i numeri a dimostrarlo.

Dagli anni 60 a oggi, il Pil è aumentato di quasi 4 volte, mentre
l’occupazione in proporzione all’aumento della popolazione è diminuita!
Ogni imprenditore sa che, nella maggior parte dei settori merceologici,
l’aumento della produttività e quindi del Pil, si ottiene con
l’automazione e con l’ottimizzazione dei processi produttivi e non
aumentando proporzionalmente l’occupazione.

Per dimostrare le nostre tesi abbiamo analizzato i dati della galleria
per il Tav in val di Susa. Tali dati indicano che la galleria del Tav
consentirebbe di creare 2000 nuovi posti diretti e 4000 indiretti. In
realtà le cifre sono ottimistiche, ma anche se si raggiungessero tali
obiettivi occupazionali, avremmo al massimo 6000 nuovi posti di lavoro
contro un investimento minimo di 8,2 mld di euro, ovvero 0,73 nuovi
posti per ogni milione di euro investito. La spesa sarebbe coperta a
debito ribaltando ancora una volta il problema sulle generazioni future,
che dovrebbero anche sorbirsi i danni ambientali e le spese per
l’energia necessaria a illuminare e climatizzare l’opera. Tutte le
grandi opere infrastrutturali hanno per comun denominatore l’uso del
debito, di molto cemento, di molta energia e hanno quindi un impatto
ambientale molto rilevante.

Si può fare diversamente? Certo che sì! Bisogna solo cambiare le
priorità e spendere il denaro in altro modo, partendo anche dalla
consapevolezza che è convenienza di tutti investire subito le poche
risorse disponibili in molte migliaia di piccoli e micro cantieri e solo
successivamente, eventualmente, in grandi opere infrastrutturali. I
micro cantieri dovrebbero riguardare in primo luogo l’efficientamento
energetico degli edifici pubblici e privati. Poi anche le bonifiche
ambientali e la messa in sicurezza del territorio rispetto agli eventi
catastrofici. I costi delle opere di efficientamento si pagherebbero in
pochi anni con il risparmio energetico e in meno di un decennio i soldi
investiti sarebbero di nuovo disponibili per nuovi utilizzi.
Immediatamente calerebbe la bolletta energetica e l’inquinamento da CO2.
Quindi ci guadagneremmo tutti. Infine, il denaro speso per far lavorare
migliaia e migliaia di piccole imprese e di artigiani, resterebbe nel
territorio contribuendo in maniera determinante al riavvio
dell’economia! Noi facciamo appello alla politica perché dia priorità a
questi interventi che generano molti benefici per tutti.


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