Il mio alluce destro

Quando sono a piedi scalzi non posso fare a meno di guardarlo. E’ diverso dall’altro. Il callo sulla nocca subito sotto l’unghia è grande. Evidente. Negli ultimi anni è diventato sempre più pronunciato, deformando di fatto l’intero dito. L’ho anche a sinistra questo callo. Ma è più piccolo. Meno evidente.

In molti non esiterebbero a definire sgradevole la vista di quella strana protuberanza dura e quasi insensibile. Ma io no. Spesso lo guardo con una certa soddisfazione.

Quando arrampichi scopri di avere un piede più grande dell’altro. Finché indossi scarpe normali non lo sai. Ma quando inizi a metterti le scarpette da arrampicata la cosa si fa evidente.

Le scarpe devono essere strette. Quanto strette dipende dalle tendenze masochistiche di ognuno e dalle difficoltà che si arrampicano. Ma già dopo il primo paio impari la sequenza obbligatoria delle sensazioni. Appena le compri il piede più grande è quello che soffre di più. L’altro serve a ricordarti che si può fare. D’altra parte non potendo comprare due paia di scarpe è quello più piccolo che guida la scelta. Le scarpe le compri per lui.

Il percorso inizia quindi un po’ di sofferenza. Come tutte le iniziazioni rituali. Le scarpe in genere le allarghi a casa. Con quelle giuste – o meglio che diventeranno giuste – non riusciresti a scalare appena comprate.

Indossandole mentre leggi. Guardando un film. E’ così che all’inizio le aiuti a prendere la forma del piede. Poi inizi a provare a starci in equilibrio su un gradino, sulle punte. O meglio su una sola. Senza smadonnare troppo. A quel punto sono pronte per essere precise ed efficaci. Roba che se ti filmassero sarebbe il video comico dell’anno.

Ma non sono i primi giorni quelli migliori. A un certo punto inizia la fase 2 che è quella che tutti gli arrampicatori aspettano. Quella in cui la scarpa non fa più male ma continui a sentirla stretta, avvolgente. E sai che dove metti il piede, se lo metti bene, quella lì rimane.

E’ il momento di grazia di cui in genere devi approfittare per ottenere il massimo. Alle volte finisci anche per meravigliarti di quanto possano essere piccoli gli appoggi su cui la mescola della suola sostiene il peso del tuo corpo e la forza che vi applichi. Magari in aderenza.

Poi come per le grandi civiltà, come per la produzione di un artista, anche per le scarpette arriva la fase della decadenza. Usate su qualunque terreno, sottoposte a spinte, torsioni, abrasioni, arriva il giorno in cui sono ormai troppo larghe e sformate. A quel punto o le regali a qualcuno con il piede più grande o le usi su terreni più facili o le butti.

Le scarpette vanno ma il callo sull’alluce resta. Anzi si modifica. E inizia a rappresentare una parte di noi. Di ciò che siamo. Una sorta di codice segreto attraverso il quale ci riconosciamo. Le mani nerborute ce le hanno anche gli operai, i contadini, gli artigiani di varia natura. Ma il callo sul dorso dell’alluce no. Quando lo vedi sai che chi ti sta di fronte arrampica. Che anche lui appartiene a quella strana tribù dedita alle attività verticali. Una congrega di persone anche molto diverse fra loro ma che condividono la passione per una distanza sempre crescente fra le natiche e il suolo. E quel callo è un messaggio. Quasi un cenno a mano aperta fatto a qualcuno che senti vicino.

Poi spesso ci si saluta. Senza scambiarsi che poche parole. Spesso persi nei propri progetti da inseguire nel poco tempo a disposizione. Ma sapendo comunque che lì hai incrociato uno dei tuoi.

Identità azzarderebbe qualcuno.

A me piace più che altro dire che quel callo racconta un po’ chi sono oggi. Cosa faccio per vivere felice. Cos’è che fa la differenza nella mia vita fra un periodo sì e uno no. Non l’unica chiaramente, ma una delle principali. Quella per la quale si paga volentieri lo scotto di una pur piccola deformazione.

Fino a non molti anni fa facevo immersioni e avevo il callo del boccaglio sotto il labbro superiore e quelli delle pinne dietro ai talloni. Camminavo scalzo su sabbia, strade e scogli. A fine stagione le suole dei piedi erano un unico callo scuro che veniva via intero all’inizio dell’inverno. Era quello che facevo allora e per cui provavo gioia. E quelli erano i segni che lo raccontavano.

Oggi invece guardo il mio alluce destro e sorrido. E’ brutto. Ma non riesco a fare a meno di provare una certa soddisfazione.


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