Il vecchio e la montagna

Sono giorni che camminiamo per le strade di La Paz per mettere insieme il necessario. Una tenda. I viveri per una settimana. Due saccapeli, che tutto sembrano tranne che adatti alla quota.

Ma qui siamo sulle Ande, ho detto a R. 5000 metri qui è come 1500 in Appennino. Resisteremo.

Sì, resisteremo. In due non abbiamo nemmeno un paio di scarpe da trekking. Ai piedi calziamo entrambi ciò che rimane di un paio di scarpe da foresta. Tomaia di tela su suola di gomma. Come entra, l’acqua esce. Utilissime quando fa 35° all’ombra e devi guadare fiumi.

Ma tanto le Ande a 5000m sono come l’Appennino a 1500. O almeno è questo ciò di cui sono convinto.

Compriamo una vecchia mappa all’Ufficio Geografico Militare. Sono le uniche disponibili in scala 1:25.000. L’ufficiale di turno ci fa riempire un foglio in cui dichiariamo che non useremo le mappe per scopi terroristici. Eh sì, penso fra me e me, anche Che Guevara durante la sua ultima campagna da questa parti deve aver acquistato una di queste carte dichiarando “non per scopi sovversivi”. Ci sediamo su una panca che mi ricorda le sedie di scuola. Quelle verdi delle medie, sulle quali dovevo sedermi con i piedi sollevati sul porta cartella del banco per non tornare a casa con il culo dolorante. Aspettiamo. Aspettare è parte integrante dei ritmi di vita boliviani.

Squilla il campanello. L’ufficiale ci fa cenno. Dobbiamo scegliere il numero della mappa da una gigantesca riproduzione della Bolivia tutta affettata in quadrati in parte sovrapposti. Ci vorrà un’ora per trovare quello giusto. E un’altra per farselo consegnare.

Gli americani vicino a noi sbraitano. Parlano spagnolo malissimo e pensano che tutto il mondo sia Los Angeles. Niente file agli uffici pubblici. Tutto pronto appena chiesto. Il più giovane studia a Berkeley e puzza di soldi a 10 metri di distanza. Radical chic. E’ l’unica parola che mi viene in mentre osservo i suoi calzoni tagliati ad arte. Consumati dove serve per dire al mondo che i poveri mi piacciono. Che sono miei amici, perché fa fico e io mi sento meglio. Douglas Coupland lo chiama slumming. E la parola rende bene l’idea. Indossano i classici vestiti dei turisti. Quelli che gli astuti sarti quechua tessono per soddisfare i gusti esotici dei rampolli della borghesia straniera. Gringos. Li chiamano ancora così. E gli vendono casacche multicolore spacciandole per vestiti tradizionali. Il prezzo si concorda sempre. Ma per quanto puoi tirarlo giù loro non ci perdono mai. Si lasciano guardare come animali allo zoo e ne traggono il loro vantaggio. Sopravvivere è la regola. La dignità è roba per ricchi.

Mi ricordano Geronimo. Durante l’ultimo periodo della sua vita a Fort Sill era diventato una specie di celebrità. Era pur sempre l’ultimo capo indiano ad essersi arreso agli americani! Per guadagnarsi da vivere lo scaltro capo chiricahua vendeva ai turisti il cappello e i bottoni della giacca. Quelli che dopo la cattura divennero parte dei suoi abiti da prigioniero del Governo Federale. Appena i visitatori se ne andavano comprava un altro cappello usato e cuciva nuovi bottoni alla giacca. Pronto ad attendere le visite del giorno dopo. Geronimo aveva capito che l’uomo bianco è interessato solo alla superficie. A poter dire io c’ero, io l’ho visto, io l’ho fatto. Numeri. Elenchi. Quantità.

Di nuovo il campanello. Un nuovo cenno del militare. I nostri documenti sono pronti. Gotta go. Saluto i tre americani stravaccati sulle sedie accanto alle nostre. All right. Sbuffano annoiati sotto dreadlock puzzolenti che aggiungono al quadro un non so che di trasandato. Di quel trasandato fashion che ho visto più volte sfilare sulle passerelle milanesi. Afferriamo le mappe e sorridiamo all’ufficiale che ci guarda perplesso aggrottando la fronte. E’ evidente che non capisce il nostro entusiasmo. Ma per noi quello è l’ultimo tassello. Ora non c’è più nulla fra noi e le montagne. Domani si parte.

Un camino Inca è pur sempre un camino Inca. I padroni del Tahuantinsuyo non conoscevano la ruota. Ma per portare carichi a dorso di Lama lastricavano i loro sentieri con grandi pietre. Simili a quelle che gli antichi romani usavano sulle strade consolari. Sono questi i pensieri che mi frullano per la testa mentre cerco invano di tenermi dritto abbracciando lo zaino stracarico. Sono seduto fra sacchi di sementi sul pavimento di una corriera sgangherata e strapiena che rimbalza fra le buche di una strada andina. Siamo appena fuori a La Paz e ci dirigiamo verso le montagne. Penso a quel lastricato che conduce al passo di Apacheta e poi giù nell’altra valle fino al paesino di Cojlla. Sperduto nelle yungas, la foresta tipica del versante amazzonico delle Ande. Quasi lo vedo quel lastricato e sorrido mentre la nuvola di polvere che solleviamo dietro di noi ingoia tutto. Il verde degli alberi. Un gruppo di campesinos che spingono a bastonate un mulo impigrito dal sole implacabile. Due bambine scalze. Il paesaggio. Tutto ingoiato da un nuvolone giallastro che ti ritrovi fin dentro le narici. Un lastricato è un lastricato. Non possiamo perderci.

E’ passato già un giorno e siamo accampati vicino a un bivio. Sì, un bivio. Perché anche gli Inca andavano in più posti. E di conseguenza anche i loro sentieri prima o poi si biforcavano. Non che ci voglia un genio per immaginarlo. Ma tant’è.

Destra o sinistra? Ieri quando ci siamo fermati era troppo buio per decidere. Abbiamo tirato su pali e telo impermeabile sul soffice strato di muschi che ricopre questa umidissima valle. E dopo il tè di rito al cospetto del tramonto viola e terso delle Ande ci siamo addormentati. Al mattino il bivio appare peggiore che alla sera. Di notte se sbagli puoi sempre dare la colpa all’oscurità. Di giorno devi assumerti la responsabilità totale della scelta.

Destra o sinistra, questo è l’atroce dilemma.

Il ramo che va a sinistra prosegue in piano per alcuni chilometri. Gira verso nord e sparisce nella nebbia. Sì, stamattina c’è nebbia. Fitta. Sento il vento fresco che cade improvvisamente quando le masse d’aria si scambiano di posto. In queste condizioni dalle mie parti significa che fra un po’ pioverà. Ma qui siamo sulle Ande. Sarà diverso. Infatti, mentre ci giriamo a esaminare dove si perda il ramo di destra, inizia a nevicare. Ma non era la stagione secca? Ci guardiamo stupiti. Impareremo poi che “secca” vuol dire che piove di rado. E non che non piove mai.

Il ramo di destra si inerpica in una valle secondaria. A un certo punto il lastricato si interrompe e una traccia giallo chiaro lo sostituisce arrampicandosi a tornanti stretti su per un pendio sempre più ripido fino a una striscia bianca. Appoggiata su una lunga cresta. Decidiamo che quello non può che essere il passo che dobbiamo raggiungere. Forse avrà fatto un po’ più di neve lassù. Raccogliamo le nostre cose e ci incamminiamo.

Siamo ormai in alto e il passo è lento. Se interpretiamo bene la cartina dovremmo essere ormai a 4500m di altitudine. Con gli zaini carichi sembriamo due astronauti appena scesi sulla luna. Un passo dopo l’altro. Ogni respiro fra un passo e il successivo.

Raggiunta la base del pendio dove finisce il lastricato ci accorgiamo di un piccolo branco di vigogne che emerge dalla nebbia. Dopo due giorni di totale solitudine sembra un miraggio. Un vecchio le guida verso un recinto al suono di strani versi gutturali. Un bastardello che assomiglia agli spinoni dei cartoni animati abbaia correndo all’impazzata per tenere gli animali in gruppo. Ci avviciniamo e tiriamo fuori la cartina per chiedere indicazioni.

Il vecchio ci saluta dietro a un sorriso sdentato. E’ avvolto in un poncho sporco di terra. E sembra non capisca cosa diciamo. Si solleva i copriorecchie che scendono dal cappello di lana e ci accorgiamo che in realtà non ha sentito. Ripetiamo la domanda più forte per sorpassare l’urlo del vento che nel frattempo è aumentato. Indichiamo il punto sulla mappa ma non c’è modo di tenerla aperta. Andiamo verso il passo di Apacheta, è su di la? Facciamo la domanda un paio di volte sottolineando Apacheta. In modo che se tutto il resto non si capisce almeno quello sia chiaro. L’indice puntato sul punto segnato a penna fra isoipse e macchie di verde e marrone.

Il vecchio guarda la cartina ma non capisce cosa sia. Con il palmo della ano destra ci fa cenno di metterla via. Con la sinistra ci invita a seguirlo.

Ci conduce dentro a un recinto di pietre. Un muretto a secco alto più o meno come lui. Qui siamo al riparo dal vento e riusciamo a smettere di urlare. Apacheta, ripetiamo, come due imbecilli che non sanno dire altro. Il vecchio continua a sorridere. Non siete lontani, ci dice. E’ di là? Chiedo di nuovo impaziente mentre osservo il cielo e il tempo che peggiora. Ma lui non risponde. Mi chiede la cartina e la penna che tengo nella custodia di plastica che la avvolge. Gira il foglio reticolato sul lato vuoto e inizia a disegnare. Fa colli. Uno. Due. Tre. Tanti. Poi dietro alcuni picchi. Disegna la neve. Poi riempie i pendii di case di fango e paglia come quelle che punteggiano i paesaggi andini sotto ai 3500m. Disegna un branco di vigogne, un uomo che le segue e un cane. Il sole in alto che brilla e riscalda i pendii. Ci mette anche una casa come quelle dei bianchi. Con il comignolo che fuma e un aereo che compare dietro alle nuvole. Su una sella una croce. La ripassa più volte la croce. Poi guarda il suo disegno. Lo allontana un po’ per esaminarlo nell’insieme. Annuisce soddisfatto e ce lo consegna.

Ci guardiamo increduli. Fa freddo e nevica più forte. Il vento non accenna a diminuire. Giriamo il foglio più volte. Lo confrontiamo con la cartina sull’altra facciata. Cerchiamo punti di contatto. Analogie. Ma non capiamo a cosa corrispondano i colli. I picchi sono da tutt’altra parte. Solo la croce ci è chiaro che indica il passo. Proviamo a chiedere qualcos’altro ma il vecchio s’è già rimesso in cammino. Il tempo della sua pausa è trascorso e fra un grugnito e l’altro ha ripreso a spingere le vigogne verso valle. Lo spinone dei cartoni animati abbaia senza sosta a un cucciolo che ha sbagliato direzione. Lo riporta nel gruppo poi si ferma di scatto. Ci guarda. Sembra si aspetti qualcosa. Poi quasi deluso riparte. Il lavoro chiama.

Guardiamo per un altro po’ la cartina e il disegno cercando di cavarne fuori qualcosa. La nebbia cala sempre di più. Il vento diminuisce ma fa più freddo. I fiocchi di neve iniziano posarsi sulle pietre del recinto. Facciamo fatica a tenere le mani fuori dalle tasche. Non abbiamo sciarpe. Non abbiamo indumenti pesanti. Calzoni di cotone. Calzini di spugna dentro alle scarpe da foresta. I capelli lunghi raccolti sotto un cappello a falde avvolto dal cappuccio di un vecchio K-way. Diamo un’ultima occhiata al pendio ripido e alla striscia bianca che compare e scompare fra i banchi di nebbia. Non parliamo ma sappiamo bene cosa fare. Ci giriamo verso valle e ritorniamo sui nostri passi. Lontani il vecchio e il cane guidano verso casa il branco di vigogne.

17 anni dopo sono a casa in una giornata di pioggia. Leggo The Crossing di Cormac McCarthy. Billy e il fratello Boyd sono in viaggio verso il Messico attraverso il deserto. Incontrano un vecchio a cui chiedono indicazioni. Il vecchio afferra un foglio e inizia a disegnare paesaggi insolti. Coloriti. Pieni di vita. Il contrario esatto delle brulle distese a cavallo del Rio Bravo. I due ragazzi non capiscono. Hanno chiesto una direzione e ricevono un’opera di fantasia. Chiedono spiegazioni e il vecchio gli risponde che il problema non è perdere la strada. Ma perdere la voglia di cercarla. E’ per quello che al posto di una mappa precisa ha deciso di disegnare qualcosa che stimolasse in loro il desiderio di andare avanti. Una volta persa la strada si ritrova. Ma solo se non si è smarrita la voglia di cercare.

Ripensando a quei giorni fra le Ande mi piace immaginare che anche il nostro amico con il poncho avesse voluto dirci qualcosa del genere.

Tornammo infatti al bivio. Ci accampammo di nuovo. E il giorno dopo sotto un sole meraviglioso prendemmo il ramo di sinistra. Quello che in effetti portava al passo di Apacheta e poi giù fino a Cojlla nel bel mezzo delle yungas.

Dove andava il ramo destro? Dal passo guardammo verso quel pendio scosceso. La striscia bianca non era un po’ di neve caduta nei giorni precedenti ma il margine inferiore di un enorme distesa candida. Non avevamo una bussola ma ora avevamo i riferimenti giusti nel paesaggio. Riorientando la cartina correttamente leggemmo una grande scritta che attraversava un gigantesca macchia bianca. Glaciar qualcosa. Capimmo alcuni giorni dopo che glaciar è la parola spagnola per dire ghiacciaio.


2 responses to “Il vecchio e la montagna

  • ro

    …queste parole vengono dal “Il vecchio e il mare”:”Riprese la salita e giunto in cima cadde e rimase un momento disteso con l’albero sulla spalla. Cercò di alzarsi. Ma era troppo difficile, e rimase lì seduto con l’albero sulla spalla e guardò la strada. Sull’altro lato della strada passò un gatto a fare gli affari suoi e il vecchio lo guardò. Poi guardò soltanto la strada.
    Alla fine posò l’albero a terra e si alzò. Raccolse l’albero e se lo mise in spalla e si avviò per la strada. Dovette sedere cinque volte prima di arrivare alla sua capanna.”…mi chiedo…forse si è finalmente vecchi quando si ha la capacità di guardare sempre avanti senza scoraggiarsi? oppure si diventa vecchi a forza di guardare avanti….

    • Tengri

      Chissà … Hemingway quaqndo scrisse queste righe doveva essere triste e depresso, che poi era un po’ la sua condizione abituale🙂 quel “finalmente vecchi” la dice lunga. Secondo me invece l’età non c’entra. E’ il modo in cui decidiamo di vivere la vita. Asepttando qualcosa che dovrebbe arrivare. Oppure andandocela a cercare. E magari nel momento in cui nonla troviamo decidere di andarne a cercare un’altra🙂

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