Decidere di morire

Ieri mentre camminavo per strada ho visto una sedia a rotelle. Sì, una sedia a rotelle. Perché descrivere quello che c’era seduto dentro un essere vivente sarebbe una vera acrobazia logica. La sedia si muoveva attraverso un joystick infilato fra le labbra di una bocca sottile e nervosa. Resa tale probabilmente dal costante utilizzo. La testa bloccata da un’impalcatura di alluminio per non cadere su sé stessa.

Se dovessi finire così trova il modo per uccidermi, ho detto all’amico che era con me. Anzi, ho pensato fra me e me, se dovessi sapere che quello è il mio destino salterei giù dalla vetta di qualche montagna prima di arrivare al punto di non ritorno.

Poi mi è venuta in mente mi zia. E’ bloccata ormai da mesi fra un letto e una sedia. O almeno era così l’ultima volta che l’ho vista. Ora sarà sicuramente peggio. Intubata per mangiare. Intubata per respirare. Intubata per svolgere qualunque funzione biologica. Qualcuno la sposta. Qualcuno la lava. Qualcuno la accompagnava – perché penso che ora non possa più farlo – in giro per il quartiere. Su una sedia come quella che ho visto ieri.

La SLA non lascia speranze. E’ una malattia rara e subdola. I sintomi sono quasi impercettibili, vanno da normali crampi agli scatti mioclonici che spesso si osservano quando qualcuno dorme e sogna immagini vivide. Una volta diagnosticata non puoi fare altro che aspettare. I cordoni laterali del midollo spinale iniziano una fase di degenerazione inarrestabile che pian piano atrofizza tutti i muscoli. Verrebbe da pensare che i primi ad arrestarsi siano i motori. Quelli che ci fanno muovere. E invece la cosa è ancora più perfida. Perché in molti casi il processo inizia con quelli involontari. Non riesci più a deglutire. Non riesci più a respirare. Ma potresti ancora camminare.

Arriva il giorno in cui un medico dell’ospedale ti guarda dritto negli occhi e ti pone difronte al bivio più duro della tua vita. Se non la intubo stasera è probabile che per domattina lei sarà morto. Una frase. Una sola posta lì come un muro fra la vita e la morte. Non c’è un’incidente, una pallottola, un arresto cardiaco. Non c’è un evento qualsiasi che la vita getta sul tuo cammino e che lo arresta improvvisamente. Nessuno decide per te. Nemmeno il caso o la sfiga. Sei tu, lì con te stesso che decidi se vivere o morire.

Il 28 novembre 2011 Lucio Magri, si dice depresso per la perdita della moglie, decise di togliersi la vita. In Svizzera attraverso una pratica ospedaliera di suicidio assistito. Non c’è un motivo per cui cito lui in particolare. E’ il primo che mi viene in mente. Probabilmente perché quando successe con alcuni amici ne parlammo.

Ci vuole coraggio, pensai in quei giorni. Esercitare il libero arbitrio fino al punto di decidere quando andarsene. Ci vuole coraggio.

Se dovessi finire così trova il modo per uccidermi. Sento quelle parole rimbombare nella mia testa mentre scrivo. E ripenso a mia zia che quel coraggio non l’ha avuto. Ci ripenso e mi rendo conto che probabilmente non lo avrei nemmeno io.

Sono un vigliacco. Forse sì. Ma penso a quanto mi piace leggere. A quanta parte nella vita hanno il pensiero, l’immaginazione, le emozioni. Sogno da anni la Patagonia. Ho viaggiato molto e so benissimo cosa si prova difronte agli spettacoli che il pianeta Terra ci rivela nei momenti più inaspettati. Sono certo che non sia la stessa cosa ma anche una fotografia, anche un video dello Hielo Continental riescono a riempire di gioia i momenti in cui li guardi. E quella stessa gioia si proietta magicamente anche sugli istanti successivi. Magari su un’intera giornata di merda. E lo stesso mi
succede leggendo della spedizione di Bonatti al Cerro Adela. Non scalerò mai i picchi color indaco che svettano da uno dei ghiacciai più estesi dell’emisfero australe. Ma posso vivere la mia emozione nel farlo. Quella che immagino. Quella che sogno. E posso farlo seduto.

Anche su una sedia a rotelle. Anche con un tubo nella bocca.

Se ci riflettiamo bene le emozioni che rendono la vita degna di essere vissuta sono per il 50% fatte di atti e per il 50% delle sovrastrutture logiche, emotive e sensoriali di cui l’uomo le riveste. Eppure siamo portati a pensare che una volta venuta meno la nostra capacità motoria il resto non conti.

Uccidimi se dovesse succedere a me.

Forse inizio ad avere qualche dubbio su questa affermazione così perentoria.

Viviamo due terzi della nostra vita imprigionati in luoghi angusti, facendo cose inutili e per le quali non proviamo alcun interesse. Cercando disperatamente di sopravvivere all’interno di un meccanismo che ci lascia poche scappatoie. Ci abituiamo e alla fine riusciamo anche ad essere felici grazie al terso che rimane. A quella parte della vita dedicata a ciò che ci produce piacere. Se mettessimo le cose sul piatto della bilancia dovremmo pensare al suicidio all’incirca dal quinto anno lavorativo in poi.

Ma non lo facciamo. Perché abbiamo il pensiero riflessivo. Possiamo immaginare. Programmare. Sognare. Emozionarci.

E’ vero, ci vuole un grande coraggio a portare la pistola alla tempia. Ma una volta premuto il grilletto c’è solo il buio. Non ci sono più profumi. Non ci sono più pensieri. Immagini. Emozioni. Non ci sono più le parole di chi ti è intorno. Non ci son più racconti. Niente.

E allora qual è il vero coraggio? Quello di gettarsi nel buio o quello di continuare a combattere fino all’ultima emozione? Fino a quando nonostante il mammifero sia spento l’uomo sopravvive?

Io non lo so più. E spero di non doverlo mai scoprire.

All’improvviso quel corpo sulla sedia a rotelle incontrato per caso su un marciapiede di Roma mi sembra sempre di più un coraggioso soldato. Che ferito e disarmato combatte per quell’ultimo metro. Per quell’ultima emozione. E più ripercorro quel ricordo più mi sembra che mi guardi. Che volti la testa nella mia direzione. Che sollevi il braccio e mi saluti. E che ala fine si alzi dalla sedia e mi venga incontro.

E posso farlo perché lo posso immaginare.

Perché sono vivo.


6 responses to “Decidere di morire

  • lauretta

    Come te, come tutti forse, mi sono trovata di frequente a ragionare su cosa potrei preferire se dovessi, malauguratamente, trovarmi in una simile situazione. Talvolta ho rimosso il pensiero. Altre volte – più spesso – ho pensato che sarebbe meglio non essere più: mi ha sempre spaventato – inorridito direi – l’idea di come potrei sentirmi e, ancor più, di come sarebbe la vita di chi mi è vicino. Sarebbe vita? Vorrei viverla? Vorrebbe viverla chi mi accompagna nel cammino?

    Non sono mai riuscita a darmi davvero una risposta e ho anche smesso di cercarla e di discuterne con altri, a un certo punto (affrontare argomenti simili porta spesso a riempirsi la bocca con filosofie da manuale o improbabili appigli pseudo religiosi e non mi piace farlo, né sopportare che lo facciano gli altri).
    Senza volerlo, la risposta me l’hai data tu con questa pagina che è quasi una meditazione, semplicemente autentica, profonda ma diretta e senza inutili orpelli, nello stile di questo blog che è sempre un inno al pensiero libero e allo spirito critico.

    Per questo – mi ripeto – leggere qui è sempre un piacere, qualunque sia il proprio punto di vista.

    Ciao!

    • Tengri

      grazie Lauretta, la mia lettrice più “commentosa”. …
      eh sì … chissà come reagirebbe ognuno di noi in quella situazione …

      Bello sempre anche leggere i tuoi commenti.

      Non pensi però che alla fine siamo mammiferi e qunado le filosofie vengono meno, nel momento in cui siamo a tu per tu con la sopravvivneza, alla fine l’istinto ci spinga sempre e comunque a vivere più a lungo possibile?

      • lauretta

        Probabillmente è come dici, l’istinto irresistibile alla vita è antico retaggio della nostra specie e a volte lo dimentichiamo. Eppure – come ogni istinto – non è presente in tutti in egual misura (il che fa la differenza).

        …lettrice più “commentosa”…:-)🙂 divertente🙂 eppure commento di rado e ho un mucchio di arretrati ancora da leggere (o da “ripassare” con più attenzione). Però, l’aggettivo si addice alla tipologia di commenti: diciamo che tra i tanti pregi che mi mancano, c’è anche il dono della sintesi😉😀

  • Tengri

    Eh ma a me fanno piace i commentosi eh …

  • Michele

    Lungi da me di voler dare un giudizio danto delicato… anche io sono ad una empasse e grazie per rifarmi riflettere su un tema che mi sollecita spesso.
    La vita è un dono grande e credo valga sempre la pena, anche nelle situazioni più dolorose. Sulla carta nessuno vorrebbe una vita “così”, ma quando ci sei dentro è pur sempre la tua vita e secondo me la vorrai sempre vivere attacccato con le unghie e con i denti.
    Il dolore è come il freddo: si fa sentire e ti obbliga a prendere coscienza rispetto al torpore in cui si è soliti vivere, come anche la fatica (per questo mi piace andare in montagna e forse per il motivo opposto a molti piace andare al mare…).
    Penso a che grado di coscienza in più hanno le persone con gravi malattie, nel nostro quotidiano non abbiamo sempre consapevolezza della realtà, diamo tutto per scontato mentre anche il respirare ha un valore eterno. Colui che non può dar per scontato il respirare che cuore grande avrà per amare chi gli sta vicino e lo accudisce? E quanto grandi saranno i suoi amici veri? forse vivrà peggio di me fisicamente ma quanto devo invidiare io del suo animo e della sua coscieza della vita?
    Scusate per queste parole forse inopportune e grazie,
    Michele

    • Tengri

      Inopporuno? E perché scusa? Questo nostro dare per scontato ciò che scontato non lo è lo capiscono in pochi. Bisogna amare la fatica delle montagne per capire la differenza fra vivere e tirare a campare. E allo stesso modo, bisogna ascoltarsi molto bene per capire il valore profondo di un respiro, ti un battito del cuore, di un’immagine che attraversa la retina e ci arriva giù nella pancia facendoci emozionare.

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