Marcos, i leoni di mare e il peyote

Cado. Sento qualcosa che si rompe sotto al piede sinistro. Cado. Ruoto e perdo pure il piede destro. Si sbriciola tutto. Scivolo via sul dorso. Lo zaino gratta sulla roccia. Cado. Mi giro sulla pancia e tento di afferrare qualcosa. Una mano, poi l’altra. Afferro cose grandi. Cose piccole. Ma si sbriciola tutto. Cado …

Ma come ci sono finito in questa situazione?

E’ il 1993. Ottobre. Ho lavorato tutta l’estate facendo il portiere di notte. Un palazzo ai Parioli dove la sera escono tutti agghindati. Una ragazza poco più grande di me parcheggia il suo Porche Carrera bianco perla sul marciapiede di fronte. Attacco alle 20 e stacco dopo l’alba. Lei passa quasi ogni sera verso le 22. Dondola fra le dita il suo portachiavi e sfoggia vestiti che mettono in mostra tutte le curve abbondanti di una ventenne un po’ sovrappeso. E’ molto carina e le piace giocare il gioco ambiguo della seduzione. Mi stuzzica ma non saprò mai se sul serio o per finta. E’ una ricca viziata che riempie le scale del suo profumo. Ma io sono troppo innamorato e troppo intransigente. La assecondo ma non le do soddisfazione.

Durante l’anno, nei weekend, ho aiutato mio fratello al distributore. E così verso settembre sono riuscito a comprare il mio primo biglietto aereo. Messico. Una settimana di immersioni low cost a Cozumel e poi altre 4 on the road per cercare di capire se si può vivere diversamente. O almeno questo è quello che penso mentre mi lascio dietro l’afa romana.

Vedo l’asfalto che vibra fuori dall’oblo. E con la carta di imbarco fra i denti getto il mio zaino nella cappelliera e mi siedo. Ho 16 ore per imparare lo spagnolo. Non so una parola e non ho nulla di organizzato. Uno zaino con dentro la muta e le pinne. Un altro con vestiti, un saccapelo, una guida e “l’Isola del Tonal” di Castaneda. E’ tutto qui quello che mi porto appresso.

Quando arrivo a Cabo San Lucas ormai mi faccio capire. Dopo Cozumel ho lasciato l’attrezzatura subacquea a casa di mio zio a Città del Messico e sono stato in giro per 3 settimane. Ho le scarpe bucate per quanto ho camminato. Sono sporco. La barba lunga. I capelli, che porto giù fin oltre le spalle, non si pettinano più. Nel tentativo di avvicinarmi alla vita degli ultimi ho dormito ovunque. Con i barboni di Oaxaca. Nella stazione dei pullman di Puerto Escondido. Sulle panchine dello zocalo di San Cristobal de las Casas.

San Cristobal. E’ quello uno dei primi ricordi che mi tornano in mente mentre il camion di Pedro mi sballotta verso la spiaggia dove voglio andare. Pedro mi ha dato un passaggio vicino alla stazione. Mi ha preso sul piano di carico del suo pick up. Trasporta mattoni e su questa strada dissestata io e il mio zaino saltiamo insieme ai blocchi di pietra che diventeranno case.  Ogni buca un tonfo. Non mangio da 2 giorni ma sto per vomitare più volte.

San Cristobal. Un posto singolare nel ’93. Una cittadina in mezzo alla foresta del Chiapas. I contadini maya dei dintorni che ti sorridono ovunque. Artisti euroamericani in fuga dalle loro metropoli affollate. Che cercano pace fra i rumori della quotidianità tropicale. Rumori delicati. Che accompagnano il tuo fare. Che ascolti come la colonna sonora del tuo film preferito. Nativi, artisti, padroni di piccoli alojamientos. Qualche agenzia che porta i pochi turisti di massa in giro a vedere le solite cose. E’ questa San Cristobal nei giorni in cui iniziano a spuntare le prime camionette dell’EZLN. Non capisco e non capirò fino al gennaio dell’anno successivo chi siano quegli uomini in divisa. Le barbe lunghe e i cappelli militari. Visi segnati dal sole e dalla vita nella foresta. Parlano con la gente. Si fermano al mercato e subito li accolgono. Gli si fanno intorno e li ascoltano annuendo.

Il 1 gennaio del ’94 al grido di “ya basta” il Sub Comandante Marcos prenderà San Cristobal dando inizio alla prima ribellione popolare comunicata via Internet. Guardando le scene in TV rivedrò quei luoghi e sentirò di aver messo un piede nella storia. La Storia con la lettera maiuscola che in quegli anni sogno per gli oppressi di tutte le latitudini.

Ma in quell’ottobre del ’93 i muchachos di Marcos non mi sono sufficienti. Non mi bastano nemmeno le rovine maya sepolte fra gli alberi, la giungla tropicale, le montagne dei tarahumaras, le tarantole e i surfisti di Puerto Escondido, il barranca del cobre. Non mi basta nulla. Dentro di me rimbomba quel grido. “Ya basta!”. Ancora prima di ascoltarlo nelle piazze lo sento nelle orecchie. Ho fame di sensazioni. Ho voglia di sapere, conoscere. Di rendermi conto che l’esistenza che conosco non è l’unica possibile. Che l’uomo può vivere in altri modi. E che questa non è solo filosofia ma che altrove qualcuno lo fa. E vago cercando l’altro ma soprattutto rincorrendo me stesso.

Che cosa voglio essere? Ma voglio realmente essere qualcosa? Ho un’idea per il mio futuro? In realtà sono alla ricerca. Tutto è possibile in Messico nel ’93. Tutto è possibile e niente mi basta. Vago. Sperimento. Ingoio e poi passo oltre. Un attacco bulimico dopo l’altro.

Non mi basta il Chiapas e non mi basta nemmeno il deserto sulle orme di Don Juan. Lo sciamano di Castaneda ha affascinato un’intera generazione. Ma quella prima di me. I miei coetanei non sanno nemmeno chi siano gli Yaqui del deserto di Sonora. E devo essere sembrato un folle a molti quando, armato solo di sogni, mi sono incamminato pestando orme a me solo visibili. Quando camminando fra le case di Ixtlan del Rio mi rendo conto di essere nel posto sbagliato. Quando chiedo in giro come arrivare a Real de Catorce perché ho perso la guida a Oaxaca. E perché qualcuno mi ha raccontato che a fine stagione gli Huicholes passano di là prima di tornare a casa. E con loro hanno il peyote.

Ho voglia di fare anche quel viaggio. Ma non mi interessa andare a Zipolite e sdraiarmi sulla spiaggia degli hippy con giovani americani mezzi ubriachi. Lì il peyote lo compri per strada come l’hashish. Paghi lo sballo come in una discoteca urbana. Salto inutile fuori dalla noia. Non conosco la noia ed è dentro che voglio saltare, non fuori. Dentro la vita. Più giù, più a fondo. Non mi interessa evadere. Non considero la vita una prigione ma un luogo vergine da esplorare. Quello che mi interessa è fare l’esperienza nel contesto in cui essa è nata. Vestendo gli abiti di una cultura diversa dalla mia. Cercando allo stesso tempo dentro e fuori di me. Non fuori come fuga. Ma fuori come ricerca di un modo diverso. Cosa sto cercando non lo so. Nel ’93 spero in una rivelazione. In una epifania. Come ogni fuggiasco dubbioso che sa cosa vorrebbe lasciare ma non sa dove arriverà. Cerco senza sapere bene cosa trovare. Capirò solo anni dopo che i vestiti dell’altro sono solo dell’altro. E che le culture sono più coercitive di quanto si immagini.

Salgo sui colli di Real all’alba. Dopo una notte insonne e senza acqua. Sudo. Ma fortunatamente ho un paio di frutti dimenticati sul fondo dello zaino. Arrivo in cima. Vicino alla grande croce che i missionari hanno imposto anche alle credenze native. Hernán e la sua carovana stanno sistemando le candele rituali. Le ripongono nelle bisacce che a dorso di mulo riporteranno fino a casa. Mi accolgono con il solito sorriso furbo e inquirente di chi vive questi luoghi. Parliamo. Ormai riesco a farmi capire e capisco tutto. Soprattutto nel castellano squadrato di chi come me parla in realtà un’altra lingua. Hernán mi regala uno dei suoi preziosi “bottoni” e si siede accanto a me. Gli altri si avviano sulla strada del ritorno.

Le pietre che ballano. Le luci rosse intoro ai cactus. L’universo pieno di vita. Un grande vuoto nello stomaco. Crampi e vomito. Vomito e crampi. Il buio, poi di nuovo una luce soffusa. Le cose grandi, piccole. Quelle piccole, gigantesche. Sono questi i flash che ricordo delle 2 ore successive. Le proporzioni completamente alterate. Quando riesco a rialzarmi i miei passi mi sembrano coprire distanze irreali. Sento odori improbabili. Il vento sulla pelle come fossi nudo. Fra un buio e l’altro vedo Hernán che si allontana. Ed è così che me lo ricordo. Un viso segnato sotto un cappello bianco sporco di terra e con le falde rotte. Una mano che mi saluta con un cenno.

Nemmeno il mondo della mescalina. Nemmeno l’universo animato del sacro viaggio del peyote. Nemmeno quello è sufficiente a chiudere il mio cerchio messicano. Butto di nuovo il bagaglio nella pancia di un bus coi vetri rotti e riparto. Passo alcune ore su e giù per strade dove le buche sono ovunque e schivarle è un’utopia. Dove appena ti appisoli un sasso o un pollo sotto al sedile un paio di file più in là ti ricordano che è ancora giorno. E fuori scorrono paesaggi che non rivedrai mai più. Per dormire c’è tempo. Sì c’è tempo. Quello di una notte sdraiato sul ponte di una nave fra gli schizzi delle onde che sbattono sulle fiancate. Attraverso lo stretto che separa la costa messicana dalla Penisola di California. Dentro le sedie sono tutte occupate e per terra non ti fanno sdraiare. Cerco di proteggermi come posso con le poche cose impermeabili che ho. Ma non basta. Rimango sveglio fino a quando il tepore tropicale fa abbassare definitivamente le mie palpebre. Mi sveglio in porto. Mezzo fradicio e mentre la gente scende da un po’. Mi avranno preso per un barbone. Ma chi se ne frega. Raccolgo tappetino e sacco a pelo e cerco un passaggio.

Raggiungere l’estremità meridionale della penisola di California. In una spiaggia dove vive una colonia di leoni di mare. Chissà perché ho questa idea fissa da quando sono partito. Arrivare alla fine di qualcosa? Raggiungere il punto estremo oltre il quale non si può più andare? Che senso ha questo bisogno? Non si tratta di un’impresa. La gente laggiù ci arriva comodamente in barche turistiche. Fa le foto e torna a casa felice. Perché io devo arrivarci per forza a piedi? Sono domande che mi faccio oggi rivedendo il film del me stesso di allora. In quei giorni in genere le cose prima le facevo poi ne analizzavo gli aspetti reconditi.

Il passaggio lo trovo rapidamente. Sul solito piano di carico di un pick-up. Dal solito messicano sorridente che alla fine non mi fa pagare e mi augura “que te vaya bien”. Un saluto di routine. Ma che piano piano è diventato quasi un mantra portafortuna. Qualcosa che collego immediatamente all’inizio di un nuovo cammino. Quasi la pistola che spara sulla linea di partenza di una gara senza concorrenti. Di una corsa che corro da solo al ritmo che voglio.

Zaino. Macchina fotografica. Le mie scarpe mezze distrutte e quello che rimane di un disegno che un ragazzo giapponese conosciuto giorni addietro mi aveva fatto per raggiungere il posto. L’inchiostro è colato un po’ durante la notte scorsa. E alcune cose si leggono male. Ma l’ho osservato tante di quelle volte che non posso sbagliare. Dritto lungo il bagnasciuga, poi oltre una fessura nelle rocce. Da lì facile arrampicata mani e piedi su per un pendio di roccia. Poi sul versante opposto si scende verso il bordo da cui si vede l’isolotto dei leoni marini. Facile sul disegno. Dal vivo un po’ meno.

Negli ultimi due giorni ho dormito pochissime ore. Non mangio quasi nulla da 3. E in quello precedente ho vomitato quasi tutto sotto l’effetto della mescalina. Mi reggono in piedi i miei 20 anni e la voglia di andare. Ma è ovvio che non sono lucido. Salgo come posso per un pendio che in realtà è un infinito susseguirsi di gradoni e placche che si sgretolano. Arrivo in cima ma non si vede nulla. Lontano, in basso, il mare. Ma è lontano davvero. Vedo puntini colorati nel blu e immagino siano barche. C’è qualcosa che non va. O sono troppo in alto o il giapponese mi ha preso in giro. Provo a scendere più in basso. Magari da lì trovo un passaggio per affacciarmi e vedere la colonia. Il vento porta su i richiami lamentosi. So che sono lì sotto ma non li vedo. Scendo. Scendo ma le placche si fanno più inclinate e i gradoni sono sempre di meno.

Mi fermo un secondo a pensare. Forse l’idea di rinunciare mi attraversa la mente per qualche istante ma la lascio scorrere via. Guardo l’orologio per calcolare i tempi di rientro. Non voglio essere costretto a dormire sulla spiaggia senza saccapelo. E’ tardi. Il sole si sta già abbassando. Devo darmi una mossa. Decido di scendere così. A quattro zampe. Faccia a valle. Un gradone sulla sinistra mi porta alla placca successiva. Ora vedo il bordo. È a un ventina di metri da me. Alla fine della placca inclinata su cui sono seduto. Dopo il ciglio la parete precipita per una quarantina di metri verso il mare.

Respiro. Proseguo. Ed è in quel momento che sento rompersi la scaglia sotto al piede sinistro …

Cado. Ruoto e perdo pure il piede destro. Si sbriciola tutto. Scivolo via sul dorso. Lo zaino gratta sulla roccia. Cado. Mi giro sulla pancia e tento di afferrare qualcosa. Una mano, poi l’altra. Afferro cose grandi. Cose piccole. Ma si sbriciola tutto. Cado ….

Non riesco più a respirare per la paura. Annaspo ovunque cercando di fermare la scivolata. Poi, non so come, ma il piede sinistro incontra qualcosa che non cede al peso. Approfitto di quel secondo di stasi per afferrare con la mano opposta una scaglia più grande. Che tiene.

Sono fermo sulla pancia. I piedi a un paio di metri dal bordo. Un rivolo di liquido giallognolo cola giù da dentro i miei calzoncini. Mi sono pisciato addosso.

Rimango così per minuti che sembrano ore. Non ho più il coraggio di fare niente. Ho paura che qualunque movimento mi faccia riprendere a scivolare verso il basso. E a quel punto sono sicuro di volare giù verso le onde. Maledico me stesso. Il giapponese. I leoni marini. Il Messico. E mi torna in mente mia madre che ormai ci ha messo una pietra sopra. Che ha capito che ogni spazio mi va stretto. E che lasciarmi andare senza chiedere è l’unico modo di avermi accanto. Penso a lei. E a quel punto riesco a riprendere il controllo del battito cardiaco. Il cuore smette di battermi in gola e riesco a pensare con un minimo di coerenza.

Appoggio con delicatezza anche il piede destro sulla placca e lentamente mi alzo. Carico la scaglia che ho nella mano destra e mi meraviglio. Continua a tenere. Finalmente mi muovo. Con cautela e passo dopo passo risalgo il gradone e la placca sovrastante. Arrivato in cima mi siedo. Bevo. Non ho nulla da mangiare ma lo stomaco è come se non esistesse. Contratto dal terrore. Ogni bisogno fisiologico sospeso dai fiumi di adrenalina in circolo. Ascolto per l’ultima volta il lamento dei leoni marini che non vedrò mai. Saluto la punta estrema della penisola di California e mi allontano. Le gambe mi tremano un po’. E nella mente scorrono immagini e pensieri confusi.

Mi faccio molte volte la domanda. Perché ero lì? E che senso aveva rischiare la vita per gettare lo sguardo oltre quel bordo e vedere un gruppo di leoni marini? Piccoli. Assiepati su un isolotto intorno al quale volteggiano come predatori gli obiettivi dei turisti affamati di scatti da esibire nel salone della casa in campagna? Non trovo una risposta coerente. Anche perché le domande si mischiano alle sensazioni. Il suono dei lamenti al soffio del vento che è aumentato e si è fatto fresco annunciando la pioggia. Il sole che tramonta al vuoto nello stomaco.

Il sole che tramonta. Bello questo scatto. Levo il tappo alla mia vecchia reflex comprata per pochi soldi a Porta Portese. La sollevo per inquadrare i rossi all’orizzonte ma il tappo mi cade in mezzo alla sabbia. Impreco e mi piego a raccoglierlo. Con la coda dell’occhio vedo un’ombra scura sul pelo dell’acqua. Mi volto e un balenottero salta fuori dalle onde. Si inarca in silouhette e si schianta sul dorso in mezzo agli schizzi. A bocca aperta mi rendo conto che non avrei mai fatto in tempo a fotografarlo. Ma poco importa. L’ho visto. L’ho sentito. Ho avvertito il brivido della meraviglia attraversarmi lo stomaco.

E forse la risposta alle mie domande è tutta lì. In quel brivido.

“Que te vaya bien”. Mi echeggia nella mente l’augurio messicano.


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