Noi nomadi

Giorni fa leggevo un articolo che raccontava i risultati di una ricerca portata avanti dal Gemelli e dall’Università di PIttsburgh. Sembra che abbiano individuato la molecola (Nf-kb) responsabile della degenerazione dei dischi intervertebrali. Le patologie della colonna potrebbero quindi essere prevenute attraverso la diagnosi precoce e l’utilizzo di un futuro farmaco.

Sulle prime mi sono detto “che fico!”. D’altra parte su questo blog ho scritto approfonditamente delle mie disavventure con la schiena. Poi c’ho ripensato e mi sono reso conto che si tratterebbe dell’ennesima scorciatoia. Una di quelle a cui ormai le culture occidentali sono fin troppo abituate.

Se vuoi dimagrire prendi quella pillola. Se vuoi andare sull’Everest eccoti la bombola e una bella corda fissa su cui trascinarti. Se vuoi vedere i gorilla eccoteli a portata di braccio in una bella gabbia. Se vuoi sciare eccoti il bell’impianto o l’elicottero e poi ti butti giù senza fatica. Se vuoi, se vuoi … prendi, prendi. Tutto lì. Tutto pronto. Tutto per tutti. Afferri, ingoi senza assaporare e poi passi oltre. Il numero più dello spessore.

Si tratta di un atteggiamento molto diffuso. Tanto da iniziare ad assomigliare a un tratto culturale. Ovvero a un comportamento comune e assimilato nel corso del processo di acculturazione e socializzazione degli individui. E non solo nel corso dell’educazione che ognuno di noi riceve dai propri genitori.

E secondo me è molto influenzato dalla tendenza delle nostre culture a focalizzarsi sull’ottenimento del risultato. Considerando il cammino che vi conduce solo un mezzo per raggiungere un fine ben preciso e preventivato. D’altra parte, nella gestione “manageriale” dei processi lavorativi sentiamo sempre più parlare di orientamento all’obiettivo, gestione per obiettivi, ecc. L’altra faccia di questo approccio è, nella produzione industriale, la centralità del prodotto. Le risorse umane, i bisogni e i processi, vengono studiati a fondo e ottengono nel ciclo della produzione un ruolo centrale solo e soltanto nell’ambito del loro essere funzionali alla realizzazione del prodotto. Oggetto o servizio che sia.

Ma l’immaginario, si sa, fa parte della sostanza delle culture tanto quanto i processi di produzione. Ovvero il modo in cui una cultura – e i suoi membri – si vede e si rappresenta, più o meno esplicitamente, influenza comportamenti e relazioni in maniera quasi identica ai processi infrastrutturali.

La mia idea è che l’attitudine al “tutto e subito”, e l’orientamento al prodotto/obiettivo, siano la conseguenza diretta della stanzialità. Ciò in quanto la rappresentazione simbolica dello spazio e del tempo in genere si influenzano a vicenda.

Quando in un lontano passato inventammo l’agricoltura permanente ed estensiva iniziammo a concentrare i nostri sistemi simbolici su singoli momenti del flusso temporale più che sul flusso stesso. Sull’essere più che sul divenire. Allo stesso modo di come il luogo della nostra esistenza era una casa sempre uguale con un campo intorno. E non più un percorso usuale fra vari luoghi dove incontrare le risorse per la sopravvivenza. Modificando l’ambiente per i nostri fini (l’agricoltura stanziale) invece di cercare in esso i prodotti per la sopravvivenza, abbiamo finito per credere che l’opera dell’uomo sia onnipotente.

L’umanesimo aggressivo che caratterizza le nostre civiltà contemporanee è solo la forma più estremistica di questa attitudine simbolica.

Ovviamente anche le culture più strutturate sono sistemi di coercizione occulta a maglie molto larghe. All’interno di essi permane qualche bagliore di vecchi schemi comportamentali iscritti in qualche modo nel patrimonio genetico della nostra specie.

Osservare ad esempio gli album fotografici dei frequentatori di popolari social network. Vi renderete conto di come per quasi tutti coloro che viaggiano, e che con le foto rappresentano simbolicamente la loro esperienza, i luoghi visitati siano più importanti del percorso che vi conduce. Il “cosa” più del “come”. L’arrivo più del percorso.

Una sorta di mappa fatta di punti isolati fra i quali c’è il vuoto. Quello di 15 ore nella cabina di un aereo. Quello di una dormita sui sedili di un treno. Quello di una camminata assente sui marciapiedi di una metropoli ascoltando l’I-pod. Ci si rende conto di essere altrove solo quando si è arrivati.

Per un nomade, invece, l’altrove inizia nel momento in cui ci si avvia. È il percorso la vera sfida. Il tragitto la vera occasione di ripensarsi. E infatti tutti i sistemi simbolici delle popolazioni itineranti hanno al proprio centro il ruolo fondante (del cosmo, della cultura, dei gruppi umani) dell’andare, del muoversi. Un’esistenza entropica in cui l’energia vitale nasce dal movimento. Si è perché si va.

E qualcosa di questo rimane anche in alcune narrazioni per immagini di sporadici viaggiatori del terzo millennio che rappresentano anche il loro “come”, oltre ai vari dove. Ma si tratta appunto di rare reminiscenze. Di dati aberranti.

Tornando al tema introduttivo, il farmaco scorciatoia è interno alla negazione – o al desiderio di massima contrazione – , proprio della simbologia dei popoli stanziali, della fatica e del viaggio per arrivare in un luogo o per raggiungere un risultato. Qualunque cosa per arrivare prima. Il farmaco come l’aereo. Perdendo di vista l’occasione persa di vivere e apprezzare ogni momenti di un viaggio. Anche di quello attraverso la sofferenza. E soprattutto l’apprendimento infinito che se ne ottiene.

Il mal di schiena è la patologia oggi più diffusa. E non a caso è la malattia simbolo della nostra civiltà. Nell’esaminare gli scheletri degli uomini delle età antiche si è infatti rilevato che le deformazioni discali iniziano a comparire con la sedentarizzazione. L’evoluzione più repentina avviene ovviamente nell’ultimo secolo con la diffusione massiccia di lavori d’ufficio in cui la sedia la fa da padrone.

Il farmaco miracoloso soddisfa l’immaginario della scorciatoia. Rappresenta un elemento perfettamente coerente con il sistema simbolico dell’ora e subito. La mentalità agricolo-industriale del tutto a portata di mano. Prima nel campo intorno alla domus. Poi nel centro commerciale.

Mettendo in parallelo questi con i comportamenti caratteristici delle età dell’uomo, lo scenario sembrerebbe ribaltare le tesi evoluzionistiche più razzistoidi. Ovvero quelle che vedevano le varie culture come espressioni atemporali di diverse fasi dell’evoluzione. E secondo le quali i popoli nomadi a noi contemporanei erano in realtà reliquie di fasi precedenti della storia lineare dell’uomo. Di cui la nostra società rappresentava il gradino più alto e strutturato. Quello più maturo.

A guardare le cose da un altro punto di vista però, sono i bambini quelli dell’ora e subito. Quelli incapaci di essere presenti a sé stessi nel cambiamento. Quelli che vedono con fastidio il viaggio e non vedono l’ora di arrivare. Mentre è della riflessione adulta la consapevolezza che il cammino, e la fatica che esso implica, fanno parte del gioco della vita e della gioia dell’ottenimento.

In quest’ottica la nostra civiltà sembrerebbe più il frutto di un regressum infantile. Un’immersione totalizzante in un asilo nido pieno di I-pad in cui ci agitiamo giocando un po’ qui e un po’ lì. Senza criterio. Un’isteria ansiogena che i popoli nomadi non conoscevano e non conoscono. Noi bambini, loro adulti?

E quindi di nuovo il mal di schiena. Si tratta in effetti di una malattia culturale. Una patologia derivante da comportamenti disfunzionali (obesità, sedentarietà estrema, stress, ecc.). Iniettare su di essa un simbolo coerente come la pozione magica, il farmaco miracoloso, rischia di essere come benzina sul fuoco.

Una malattia culturale si cura agendo sulla sua causa. L’atteggiamento culturale, appunto. I comportamenti. E non a caso l’antidoto sarebbe proprio un po’ del nomadismo dei nostri antenati che di questo male non soffrivano.

Camminare. Andare. Concentrarsi sul tragitto. Sul divenire. Sul viaggio e non sull’arrivo. Affrontare la fatica dello spostarsi e vivere essa stessa come un risultato. Passo dopo passo. Pensare alla via e non alla vetta.

Chissà che la vera cura per il mal di schiena non possa essere un buon suggerimento anche per altre cure “culturali” per le nostre malandate società contemporanee?


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