Il Pettirosso

Ci guarda. Cinguetta sottovoce. Saltella fra le canne. Sembra cercare qualcosa. Guarda a destra. Poi rapidamente a sinistra. Scuote con forza le piume del petto. Le gonfia. Poi un battito d’ali e sparisce. Le canne si muovono poco più in là. Non se n’è andata. Ci osserva.

Starà con noi tutto il giorno.

Mentre infiliamo le dita in piccole fessure taglienti. Mentre la gomma delle scarpette si piega su gocce di roccia modellate dalla pioggia. Un click e sai che il moschettone si è chiuso intorno alla corda. Quel rumore è come un grilletto che innesca uno stato di trance. Le dita sporche di bianco si rilassano. Sei al sicuro. Puoi osservare cosa ti aspetta più in alto. E intorno a te non c’è niente. Silenzio. Non c’è ieri. Non c’è domani. C’è solo quell’istante. Le dita. Le punte dei piedi.

Ma cosa pensa quel pettirosso mentre ci osserva? Starà ridendo di due uomini strani vincolati da una corda che cercano qualcosa verso l’alto? E che tornano a terra senza mai averla trovata? Su e giù per poi essere sempre allo stesso punto?

O forse non pensa niente. La mente di un pettirosso è solo istinto. Saltella qui e lì cercando avanzi di cibo. Sopravvivere. Nutrirsi. Per poi volare altrove e cercare qualcos’altro. Magari per i piccoli nascosti in un nido qui vicino. Poi arriverà la stagione dell’accoppiamento. E allora sopravvivere significherà trovare un compagno. Non sono sicuro che sia una femmina, ma mi piace l’idea. Le femmine sono più curiose e scaltre. Cercherà un maschio e riprodursi sarà l’unico obiettivo della sua vita.

Pensando a questo livello dell’esistenza, in genere si pensa alla fortuna di essere umani. Al piacere che il pensiero riflessivo ci regala. All’importanza della consapevolezza che ci ha sollevato al di sopra delle pulsioni che l’istinto ci imponeva.

Vola in alto la nostra piccola ospite. Ospite nel senso che ci ha accolto senza protestare nella sua casa. Siamo noi gli stranieri da queste parti. Volteggia controsole. Leggera. Sembra volerci mostrare come si fa a salire fin lassù. Ma forse in realtà sta solo scrutando il terreno da una posizione migliore. Insetti. E’ questo che cerca. Noi siamo solo un curioso diversivo in un giornata come molte. Ci sontrolla per assicurarsi che non rappresentiamo un pericolo. Sopravvivere.

La guardiamo e siamo sicuri di essere di più. Possiamo interrogarci, analizzare, capire, mettere in dubbio e ripensare. La nostra mente è un calcolatore più grande. Può fare più operazioni di quella di un pettirosso. Ma allora perché quasi chiunque rimane affascinato nell’osservare una femmina di pettirosso fare ciò che fa ogni giorno?

Essenzialità e leggerezza. Sono queste le due parole che mi vengono in mente mentre osservo un tramonto grandioso che alle porte di Roma – ormai sulla via del ritorno – incendia di arancioni l’orizzonte. Mentre ripenso alle canne che quasi non si piegano sotto il suo peso. A quei gesti sempre uguali. Ripetuti al ritmo di una voce interiore che è da sempre così.

E’ vero. Noi siamo di più. Ma è proprio per quello che lei ci ammalia. Perché spesso quell’essere di più diventa ingombrante. Perché talvolta nel chiederci il perché delle cose smettiamo di sentirle sulla pelle. Diventiamo incapaci di ascoltare le vibrazioni di ciò che ci circonda.

Ed è allora che mi accorgo che quel pettirosso è stato una specie di epifania. Come una piccola metafora materializzatasi lì per puro caso. Perché cos’altro è se non l’essenzialità e la leggerezza ciò che cerchiamo nell’arrampicata. Realizzare con poco il sogno di Leonardo per un uomo senza ali. Salire con leggerezza e riscendere a terra incolumi. Librarsi verso l’alto ingannando per qualche istante la forza di gravità. Spegnere il pensiero riflessivo e tornare ad essere leggeri, essenziali.

Ci mettiamo in spalla gli zaini e iniziamo a scendere. Raccolgo il cappello che è a terra vicino al cespuglio di canne dove la nostra amiche ha saltellato tutto il giorno. Non c’è. Guardo meglio ma non è più lì. In alto non ci sono ombre che volteggiano. Deve aver trovato ciò che cercava. Magari qualche pezzo dei nostri panini. So che vive qui intorno. E’ rimasta troppo tempo con noi per essere solo di passaggio.

Sorrido a uno dei piccoli regali che ogni tanto la vita verticale ti fa. Ma è ora di andare. Ho fame ed è tempo di riempire lo stomaco e rinunciare, per sopravvivere, a un po’ di quella leggerezza.


3 responses to “Il Pettirosso

  • lauretta

    Gradevole questo racconto e lieve…come un fremito d’ali.🙂

    Mi torna in mente una frase – di Bruce Lee credo – che recita più o meno così: “ogni giorno qualcosa di meno, non qualcosa di più: sbarazzati di ciò che non è essenziale”.

    ciao!

    • Tengri

      🙂 non so se fosse Bruce Lee … credo che anche lui l’avesse ripresa da qualcuno un po’ più intelligente hihihihihihi …. comunque sì le “sottrazioni” funzionano spesso molto meglio delle “addizioni” nella nostra civiltà affollata di cose e di informazioni …

      • lauretta

        :-D…sapevo che non me l’avresti passata😀 ma credo che tu abbia ragione…suona molto Zen infatti🙂

        E comunque è vero, leggerezza ed essenzialità – e non gli orpelli del nostro quotidiano (del mio almeno) – conducono all’equilibrio e a quanto di più armonico alberga in noi. La Natura ce lo ricorda, a volte – come ha fatto con la tua amica pettirosso – quando siamo attenti a coglierne i segni.

        ciao Mario!

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