Il libri volanti e Mister Lessmore

Ha vinto l’Oscar e quindi tutti ne parlano. Dunque sollevare qualche dubbio farà aggrottare la fronte a molti. Se non ne avete voglia di mettere in discussione la vulgata, evitate di proseguire la lettura di questo post.

Si chiama The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore. E’ un cortometraggio d’animazione di 15 minuti, prodotto dalla Moonbot di Shreveport, una piccola casa di produzione di una piccola cittadina della Louisiana. E già questo influenza non poco il giudizio. William Joyce e Bradon Oldenburg, autori della pellicola, sono i piccoli Davide che hanno vinto contro i giganti monopolisti della Pixar e della Warner Bros. Un dato sicuramente positivo. Ma basta questo per gridare al capolavoro?

La storia è presto detta. Un uragano distrugge la città dove vive Lessmore spazzando via i colori dl mondo e le parole dalle pagine dei libri. Lessmore viene così trascinato – lui in bianco e nero – in un luogo a colori in cui i libri volano e narrano sé stessi autosfogliando le pagine. Una donna volante guida Lessmore in una biblioteca di cui lui diventa gestore fino alla vecchiaia, potendo così scrivere il suo romanzo e riuscendo a donare colore agli abitanti che chiedono libri in prestito. Una volta invecchiato diventa lui la guida che indica a una bambina la strada per la biblioteca. E il ciclo si ripete.

L’urgano dell’inizio è plausibile sia autobiografico. E’ Katrina che spazza via le case di New Orleans. Un episodio che anche Joyce e Oldenburg devono aver vissuto i prima persona.

I tratti somatici e gli abiti di Mr. Lessmore ricordano Buster Keaton. I suoi movimenti hanno la stessa leggerezza e triste ilarità di quelli di Chaplin. Il film è muto. C’è musica ma nessuno parla. Si sa che la “citazione” è uno degli espedienti retorici caratterizzanti l’arte postmoderna da “Il Nome della Rosa” in poi. Ultimamente però sta diventando una sorta di consuetudine stilistica, quasi mossa di marketing per proiettare sull’opera la cultura filmografica degli autori. Come se un buon storico del cinema fosse necessariamente un buon cineasta.

Il nome scelto per il protagonista Lessmore (Less=meno, More=più) tradisce già il processo narrativo degli autori. Si tratta del classico plot della rinascita. Il protagonista, attraverso le vicende narrate, passerà da una condizione di disagio (less) a una di felicità (more). Espediente piuttosto manierista che lascia subito intuire il prevedibilissimo happy ending.

La sottolineatura della situazione di perdita attraverso l’uso del bianco e nero è poi ancor più navigata. E arrivati ormai dentro al III millennio sarebbe stato forse originale invertirla. Anche per concludere dignitosamente l’omaggio a Buster Keaton, i cui film sono godibili non “anche se” sono in bianco e nero, ma “proprio perché” lo sono.

Il protagonista in primis e poi tutti i frequentatori della biblioteca beneficiano dell’azione terapeutica dei libri. Li aprono e la scala di grigi dei loro abiti si fa immediatamente variopinta gamma di colori. Quello che dovrebbe essere l’asse centrale attorno a cui tutto il cortometraggio ruota, il contenuto di base, a me sembra proprio il più scontato e retorico.

Premetto che sono un affamato lettore di libri. Li leggo di carta ma ormai soprattutto elettronici. Questo, perché ciò che sto per dire non venga frainteso. Ciò detto considero il caro vecchio libro un medium come un altro. Sono i contenuti a essere importanti, non il mezzo con cui vengono veicolati. Ancor più stridente questa scontata apologia delle pagine di carta se viene da un film che ho visto su YouTube, che è stato tratto da un libro illustrato e pensato per l’I-pad. E questo utilizzando alcune delle più avanzate tecnologie di animazione 2 e 3D.

Durante il film un primo piano molto breve, ma che l’occhio attento intravede, ferma e legge, recita:

“My further investigations have turned many of my long held opinions into mash (la parola non si legge bene ma il significato non si perde). The many and variuos points of view I have encountered do not confuse but enrich. I laugh, I cry. I seldom understand things but it is …”

Un’ulteriore sottolineatura – devo dire anche questa piuttosto banale – del ruolo dei libri nell’espandere la mente e la capacità di osservare gli eventi da più punti di vista.

Questo film cade nello stesso errore di uno “spot progresso” – non saprei come altro chiamarlo – che girò in rete tempo fa. Diceve una cosa come “abbiamo inventato un oggetto bellissimo, non ha bisogno di corrente, ecc, ecc”. E alla fine si trattava di un libro. Questo tipo di operazioni rischiano di fraintendere il contenitore per il contenuto. Osannando il libro in quanto oggetto che di per sé dona sapienza e “colori” (come nel film), si compie secondo me un errore grossolano. Non tutti i libri sono uguali infatti.

I treni inglesi – che ho frequentato assiduamente per anni – sono pieni di gente che legge. Praticamente, una persona su 4 non legge durante il viaggio. A prima vista sembrerebbe una specie di paradiso intellettuale. Passando in rassegna i titoli ci si rende poi conto che le porcherie vuote, i romanzetti sul modello Harmony e Harry Potter la fanno da padrone. Non sarà mica meglio a quel punto il giovanotto seduto più in là che con il suo I-phone consulta il Guardian?

Avrei trovato più originale se per una volta la riflessione fosse stata fatta non in maniera nostalgica e sentimentale ma con innovatività e verve artistica.

Se a tutto questo si aggiunge un po’ di sentimentalismo da polpettone e un pizzico di furba ironia da commedia di situazione il gioco è fatto. E Joyce e Oldenburg lo sanno. Non per niente hanno vinto l’Oscar. Il loro è il prodotto perfetto per il tappeto rosso degli Academy Awards e lo stereotipato mondo che lo calpesta.

Il film lo potete vedere qui.


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