Luca e la grande montagna.

Sono settimane insolite. O forse dovrei dire sempre più solite. Leggo. Ascolto. E più mi addentro, più la sensazione di impotenza mi inchioda i pensieri. Vorrei scrivere ma mi sembra di ripetere, a me stesso in primis, sempre le stesse cose.

Vedo in azione meccanismi di propaganda sempre uguali a sé stessi e nonostante ciò sono sempre più numerosi i pesci che cadono nella rete. Mi chiedo perché ma so già che non esiste una risposta univoca. Ce ne sono tante quanti sono i pesci. Alla fine campiamo 80 anni se siamo fortunati. E perché qualcuno dovrebbe decidere di soffrire per un bene più grande della propria felicità?

Quando sei morto, sei morto. Polvere insensibile in una scatola di legno sotto mezzo metro di terra. Che te ne frega a quel punto se chi ancora respira l’aria fresca del mattino è più felice grazie ai tuoi sforzi? Meglio allora vivere decentemente finché puoi che privarti di questa gioia perché qualcuno dopo di te sia felice. Qualcuno lo chiamerebbe egoismo. Io inizio a pensare che si chiami sopravvivenza.

E allora tanto vale iniziare a farsi l’autolavaggio del cervello e convincersi che la Fornero vuole davvero il bene dei lavoratori, mostrando ai media gli stipendi più alti dei tedeschi e parlando di riforme. Che Monti non è l’uomo dei grandi poteri finanziari messo a Roma per terminare l’opera dei suoi predecessori. E che la scollatura di Jennifer Lopez alla serata degli Oscar sia realmente argomento da prima pagina.

“Ripeti una menzogna mille volte. Diventerà la verità” suggeriva a Hitler il suo Ministro della propaganda. Quanto è vero che la tecnologia si sviluppa maggiormente in tempi di guerra. Anche quella del marketing! E se vale per gli altri perché non dovrebbe valere per sé stessi. Ripetiamoci il mantra difronte allo specchio e dopo qualche tempo finiremo per crederci. E si sa, il cavallo che non vede oltre i paraocchi è a suo modo felice.

Pensieri bui che per un attimo si spengono difronte agli aggiornamenti dalla Val Susa. Stamattina le forze del disordine hanno allargato i confini del finto cantiere di Chiomonte realizzando di fatto l’esproprio delle terre adiacenti. Fra queste ci sono quelle di Luca Abbà. Un ragazzo di 37 anni tornato in valle per amore della terra. Fino a ieri uno dei nomi più conosciuti del movimento No Tav. Da domani uno dei simboli di una resistenza ormai inconsueta al modello di sviluppo che ormai diamo per scontato.

Per difendere la sua terra Luca si era arrampicato su un traliccio dell’alta tensione. Un gesto simbolico e pacifico. Molto diverso da quello delle ruspe e delle ringhiere con cui gli hanno espropriato la terra. Non so bene come sia avvenuto l’incidente ma Luca ha toccato i fili e ora è grave in ospedale. Ancora non si sa se se la caverà. Ma spero vivamente che da domani Luca possa essere un simbolo e non un martire di queste vicende.

Alla radio si può ascoltare la sua voce poco prima dell’incidente. “Sono sul traliccio ma già stanno salendo i rocciatori con la corda. Devo cercare di difendermi per fargliela un po’ più lunga”. Non sono le parole di un guerrigliero. Ma quelle di un disperato che non sa cos’altro fare se non un gesto plateale. “Mi appendo anche ai fili se non la smettete eh”, grida a chi da sotto lo minaccia agitando lo spettro dell’uso della forza. Nei prossimi giorni qualcuno tenterà di accusarlo di un atto estremo volontario. Non posso di certo dire se Luca ha veramente scelto di toccare quei fili. Ma ne dubito. Penso più a un incidente.

Ne devo dubitare.

Altrimenti vorrebbe dire che realmente esistono ancora quei piccoli eroi della normalità che la Storia dimentica per parlare dei tronfi leccaculo che al massimo mettono una firma dopo l’ultimo capitolo di cambiamenti epocali. Se Luca si è appeso a quei fili per dar seguito alla sua minaccia dobbiamo tutti quanti guardarci allo specchio e farci fin da domani una serie di domande. Domande che forse temo anche io. Domande che implicano una riflessione seria sui limiti del sacrificio personale. E’ vero, Luca era lì sopra perché una delle terre espropriate era la sua. Ma non solo. C’era sempre stato in prima linea. Il suo nome non mi era nuovo e io non vivo in Val di Susa e non sono un’attivista No Tav.

Ma forse quelle domande ce le dovremmo fare a prescindere dalla volontarietà dietro a quello che per ora è ancora un incidente. Probabilmente provocato. Da più di un anno gli abitanti di quei piccoli comuni combattono per tutti noi una battaglia contro un’opera dannosa e 22 miliardi di euro di sprechi. Soldi nostri. Loro combattono e anche noi, forse, domani ce ne avvantaggeremo.

E’ vero, loro lì hanno le case, i terreni, la vita. Noi no. E 22 miliardi sono qualcosa di ingente, di importante. Ma sono una cifra. Un numero lontano seppellito nei conti di uno Stato sprecone.

22 in più. 22 in meno. Che differenza vuoi che faccia? Di certo non una differenza che vale mettere a rischio la vita su un traliccio dell’alta tensione.

Un tema difficile quello del limite fra istinto di sopravvivenza e sacrificio per una causa più grande. Un tema su cui ormai ho le mie idee ma che, come oggi, vacillano difronte a episodi come questo. Idee che di tanto in tanto metto in discussione. Tento di rivedere. Che ho già rivisto in passato.

Dalla radio il conduttore chiede a Luca se ci sono posti di blocco sulla strada perché altri attivisti vogliono raggiungere il cantiere per unirsi alla manifestazione. Luca gli risponde “non lo so, non ho fatto la strada. Ho fatto un sentiero mio e sono passato. La montagna è grande ed è piena di spazi dove passare”.

Un insegnamento quello di Luca che oggi scelgo di diffondere. La realtà è come la montagna. Piena di spazi dove passare. Smettiamo di farci ingannare dalle menzogne ripetute e cerchiamo da soli il nostro sentiero. Percorriamolo in maniera convinta ma mai assoluta. Sapendo sempre che lì accanto ce ne potrebbe essere un altro possibile.

La montagna è grande ma da lontano sembra sempre piccola. Avvicinandosi tutto cambia.


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