Antonio

L’inverno che volge al termine mi mette sempre un po’ di tristezza. Me la metteva da bambino quando le giornate iniziavano ad allungarsi e il freddo non pungeva più le mani facendoti apprezzare fino in fondo il calore di un camino o di un abbraccio. Da quando ho iniziato a salire le montagne d’inverno la tristezza per le stagioni calde in arrivo si è fatta più intensa.

Poi, dopo il 17 febbraio del 2008, quella tristezza si è fatta solida. Ho tentato di metterla fuori da me ma poi è tornata. Dura e pesante come una pietra invisibile in uno zaino che tenti di svuotare. E più lo svuoti, più non capisci perché pesi così tanto. Sono passati 4 anni da quando Antonio è morto sulla parete nord del Monte Sirente, mentre faceva ciò che amava di più. Scalare. Aveva 32 anni. Quella pietra nel mio zaino c’è ancora. Nel tempo ho imparato a portarla con me. Alleno il corpo e la mente – o almeno ci provo – perché quella pietra non sia un peso “in più” ma solo uno di quegli “oggetti” che un escursionista, un arrampicatore, un alpinista non lascerebbero mai indietro. Non sempre ci riesco.

Ogni anno, in questi giorni, il suo sorriso mi torna in mente. Non posso dire che fossimo grandi amici. Tuttavia le nostre strade si incrociarono casualmente e più volte. Qualcuno cercherebbe ricorrenze, motivazioni spirituali. Si farebbe domande per cercare un senso ulteriore a quello duro e crudo degli eventi. Onestamente l’ho fatto anche io. Penso fosse un modo per alleviare un po’ il dolore. In realtà un senso non esiste. O meglio ne esistono tanti quanti ne volessimo assegnare a ognuno degli eventi della nostra vita. Dare un ordine fittizio al caos degli eventi risponde al bisogno umanistico di mettere la nostra specie al centro del fluire del tempo. Come se ne fossimo artefici e registi. In realtà non è così.

Pensare che nella morte di un amico possa esserci un suggerimento intrinseco per la nostra vita è una specie di ossimoro egocentrico. Può servire, ma è una produzione soggettiva. Ed è l’esatto opposto dei motivi che mi spingono verso le montagne. Non cerco me stesso, né particolari rivelazioni spirituali nella verticalità. Ma forse l’inverso. Mi piace perdermi nei grandi spazi e rammentare a me stesso le vere proporzioni fra il piccolo uomo e la grande montagna. Dissolvermi e diventare quasi parte di un tutto che se ne frega se ci sei oppure no.

Quest’anno avrei voluto scrivere qualcosa di più. Qualcosa di meglio. E forse l’ho fatto. Ma rileggendo ciò che scrissi nel 2010 mi sono accorto che quello era quanto di più spontaneo, vero e sentito avessi mai raccontato sulle mie reazioni alla morte di Antonio. A quel tempo non avevo questo blog a mia disposizione. Quindi chi legge qui probabilmente non lesse quelle righe. Ve le ripropongo.

“Sono passati quasi tre anni. Credo fosse il 17 febbraio. Avrei dovuto farlo al primo anniversario. Avrei potuto farlo al secondo. Avrei potuto aspettare il terzo ma non ce l’ho fatta. Come scrissi allora, Antonio rappresentava l’inizio delle mie storie in montagna d’inverno. Suoi i primi ramponi che ho calzato. Sua la prima piccozza che ho impugnato. Ci eravamo conosciuti in palestra. Io insegnavo, lui si allenava.

Nei giorni successivi a quel giorno triste c’era un vuoto nella mia pancia. Quella bolla che non ti molla mai. Che ti toglie il respiro. Continuavo ad andare in montagna perché se cadi da cavallo devi subito rimontare su. E non ero nemmeno caduto io. Eppure facevo una fatica del diavolo. Ombre. Fantasmi ovunque. Anche su vie dove altri saltellano in discesa. Avrei potuto … forse dovuto … analizzare la bolla. Digerirla e superarla. Portarla dentro fino a quando non si fosse tramutata in qualcos’atro. Per conservare dentro almeno una piccola parte della storia di Antonio. E invece no. Vigliaccamente ho fatto ciò che faccio spesso nella vita. Ho preso carta e penna e l’ho messa fuori da me. Ho scritto il testo di questa canzone e l’ho regalato a un amico musicista. L’ho fatto perché sapevo che ne avrebbe fatto buon uso. Gli ho raccontato la storia. Gli ho raccontato la montagna. Gli ho raccontato cosa significa per me andare su. Ne è uscito quello che potete ascoltare qui http://www.youtube.com/watch?v=NgC-tANWJzY.

Da allora ascolto queste note ogni volta che devo infilare i ramponi. Forse spero che così una piccola bolla torni ad agitarsi nella mia pancia. Forse spero che così potrò fare ciò che avrei dovuto fare allora. E smettere finalmente di vedere le ombre e i fantasmi. Non ci sono ancora riuscito, ma continua a tentare. Spero vi piaccia e che possa essere un bel modo per ricordare Antonio”.

Vi metto anche il testo della canzone tante volte vi andasse di seguire la musica leggendo.

Summit at the end of the tale

Tony’s up on the mountain and the gale
Is hitting his bones, is crushing his will
To celebrate life, he’s not up there for the thrill

He flew with some snow in a world of dreams
Where no face is pale
And there’s always a summit at the end of the tale

Bottoms up and smiling it all off, that was his way
Bottoms up and taking it easy, that was his way

The axes are sharp. Nobody to kill. You climb to understand, not just for the thrill

My fingers are dead and the ice is
So hard I can’t think, so solid I’m scared
Can’t climb through the clouds, now that my fears are all bared

He flew with some snow in a world of dreams
Where no face is pale
And there’s always a summit at the end of the tale

Give it up! And patching it all up was my way
Give it up! And lying to myself was my way


4 responses to “Antonio

  • Fabrizio

    le tragedie, specie quando succedono in luoghi che frequento, mi scuotono… Antonio potevo essere io, poteva essere qualcuno di mia conoscenza, poteva essere un compagno di cordata…. stare attenti? tutti stiamo attenti quando andiamo in montagna…. la sorte … è bello quando la sfidiamo uscendone vincitori. Mi spiace moltissimo Mario. Ciao

    • Tengri

      Grazie Fab … il testo di Summit at the end of the Tale parla infatti proprio dell’inevitabilità degli eventi e dell’impotenza. Ma questo non riguarda solo la montagna. Anzi. Ci riflettevo giorni addietro e se ci pensi bene la montagna, che ahimé non frequentiamo tutti i giorni, è un luogo in cui i nostri sistemi di allerta stanno accesi e sempre al 100%. Per quanto mi riguarda la “leggerezza” con cui ormai guido lo scooter per 16km 5 giorni a settimana in mezzo al traffico impazzito di Roma comporta un’esposizione al pericolo equivalente, se non maggiore a quella della montagna “al mio livello”. Ovviamente le parole fra le virgolette sono obbligatorie.

      Per il resto è vero, nel traffico delle metropoli muoiono tantissime persone, in montagna poche. Ma è la vicinanza dell’evento che fa la differenza. Non che uno non si dispiaccia quando succede a chiunque. Ma se è qualcuno che conosci, in un posto che conosci la cosa non è facile lasciarla semplicemente andare via.

      Ma è anche di questo che è fatta la vita no?

      • lauretta

        Non è facile infatti e, in fondo, nemmeno è giusto. Specialmente se chi è “andato avanti” ha lasciato una traccia sul nostro cammino.

        E se è vero che il ricordo serve a poco – non restituisce – ha, tuttavia, una sua valenza. La ha senz’altro per chi lo esprime (un modo di esorcizzare un vuoto, di riflettersi nello specchio del vissuto). Può averne per chi lo partecipa, se ha la sensibilità di percepirne il senso. Mi piace pensare che possa esserlo anche per chi non cammina più sul nostro sentiero, che possa “riceverlo”, su altre lunghezze d’onda, come un piccolo tributo per quel poco o molto che ci ha offerto e che è stato possibile condividere.

        Il tuo ricordo di Antonio è molto intenso e privo di qualunque ovvietà. E resta, come è giusto che sia. Ciao!

        • Tengri

          Eh già … rimane sicuramente. Qualche volta in modo ingombrante. Qualche volta come una specie di compagno di viaggio. Mi piacerebbe solo riuscire a “parlarci” di più e ad “ascoltare” con tranquillità quello che ha da dirmi🙂

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