Guatemala, ENEL e la solita triste storia

Giorni fa tornavo in macchina da Sperlonga con un amico. Ovviamente si parlava anche di crisi economica e di dinamiche dell’economia mondiale. Mi ricordo di aver citato il Guatemala e la situazione che per tutto il ‘900 ha caratterizzato la storia di quel Paese.

La United Fruits, multinazionale statunitense che produceva banane, possedeva in pratica l’intero paese,. Con un fatturato pari ad almeno 4 – 5 volte il PIL guatemalteco la compagnia controllava traffici di merci, amministratori locali, governo, servizi di base, l’esercito, le forze dell’ordine. Corruzione, lobbying illecito, omicidio politico, appoggio e sponsorizzazione di dittatori e caudillos: gli strumenti per ottenere profitto, esenzione dalle imposte, terreni a costo zero e manodopera in regime di semi schiavitù venivano utilizzati tutti.

Anche i sassi sanno che dietro al colpo di stato del ’54 che mise fine al governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz c’era la mano dellaa United Fruits. Arbenz voleva riportare nelle mani del Guatemala la sovranità nazionale. I vertici della compagnia non se lo fecero dire sue volte. Il segretario di Stato John Foster Dulles e il suo (ex) studio legale di New York, Sullivan and Cromwell, avevano per lungo tempo rappresentato la United. Allen Dulles, capo della CIA, era stato a lungo nel CdA della United. Ed Whitman, il capo delle pubbliche relazioni delle United era il marito di Ann Whitman, la segretaria particolare di  Eisenhower. In men che non si dica, per sostenere la battaglia per difendere i terreni delle multinazionale bananifera, venne montata una campagna che dipingeva Arbenz come un agente di Mosca. Il resto fa parte della triste storia dell’America Latina.

Oggi la United Fruits non esiste più ma la Dole ha occupato gran parte dei suoi possedimenti. I tempi sono cambiati. L’Unione Sovietica non c’è più, gli arabi sono troppo lontani, difficile montare campagne di disinformazione di massa che giustifichino massacri, rapine e distruzioni.

Oggi in Guatemala non ci sono solo gli americani. Ci siamo anche noi. Sì, noi cittadini italiani padroni del 31% dell’ENEL. E ci siamo anche con il volto buono e sostenibile della ricerca di fonti alternative al petrolio. Ci siamo con ENEL Green Power. Sottolineo “ci siamo” perché nonostante le decisioni le prenda il CdA, di fatto lo Stato è un’azionista rilevante e rischia di rendersi complice di atti che a definirli “coloniali” non si rischia di esagerare.

In un bell’articolo Alessandro Di Battista racconta le vicende attuali.

Purtroppo la militarizzazione di un territorio, le comunità locali inascoltate, l’assenza di informazione e la presenza di una politica che dimentica il bene generale e sa solo eseguire i dettami delle grandi imprese non riguardano soltanto la Val di Susa. In Guatemala, nella zona indigena Ixil, si sta consumando la solita silenziosa tragedia.
L’Enel Green Power, la società di Enel per lo sviluppo e la gestione delle rinnovabili ha quasi terminato l’impianto idroelettrico di Palo Viejo.
L’acqua del fiume Cotzal e di tre suoi affluenti è stata canalizzata e sta già riempendo l’enorme vasca che permetterà alla centrale di produrre 370 milioni di chilowattora. Fino a qui tutto bene. Energia verde, 280.000 tonnellate di CO2 risparmiate e il made in Italy che ci rende famosi nel mondo. Ma per le comunità Maya della zona non va affatto bene. Sulla carta Enel è inattaccabile, ha ottenuto i permessi, il progetto è buono e nei suoi documenti si parla di responsabilità sociale d’impresa, ma il modus operandi è ancora oggi di stampo coloniale.
Cinquecento anni fa un manipolo di spagnoli è riuscito a cancellare civiltà millenarie utilizzando la strategia della divisione. Non è cambiato nulla. Enel è entrata a Cotzal senza interpellare le comunità ancestrali che da 2.500 anni vivono in quei territori e che si sentono storicamente padroni di fiumi e montagne. E’ entrata in silenzio, forte dell’autorizzazione ottenuta dal vecchio sindaco Josè Perez Chen e dal Governo del Guatemala. Probabilmente sperava che quei maya ignoranti non si sarebbero mai organizzati o quantomeno si fossero accontentati di quattro galline e qualche sacco di mais. Così non è stato e grazie al lavoro dei sindaci indigeni oggi c’è un fronte che raccoglie 28 delle 36 comunità coinvolte da Palo Viejo. Vogliono essere ascoltati, vogliono partecipare ai processi decisionali e alla divisione dei guadagni.
Ma “l’energia che ti ascolta” fa orecchie da mercante. Circa un anno fa la popolazione locale sfinita dall’assenza di risposte da parte di Enel ha deciso di bloccare il passaggio ai macchinari. Alla loro azione nonviolenta lo Stato guatemalteco ha risposto con centinaia di soldati in assetto antisommossa, tre elicotteri e un nido di mitragliatrice posizionato nella scuola di San Felipe Chenla, il villaggio più battagliero. Alla popolazione sembrava di essere tornati negli anni del conflitto armato, quando lo Stato si macchiò di 114 massacri etnici nell’area Ixil. I leader contadini sono stati minacciati e accusati di terrorismo. Per Enel è inconcepibile rallentare i lavori però non lo è scendere a patti con dei criminali. L’Enel non ha coinvolto le popolazioni indigene, ma ha scelto come interlocutori Josè Perez Chen e Pedro Brol. Il primo, l’uomo che diede l’ok ai lavori, dopo essere stato fermato per contrabbando di legname attualmente si trova in carcere con l’accusa di aver istigato i suoi uomini al linciaggio di un poliziotto. Il secondo, latifondista proprietario della tenuta San Francisco dove passano i macchinari Enel, paga una miseria decine di bambini costretti dalla fame a raccogliere il suo caffè. Ma per l’Enel i criminali sono donne, vecchi e bambini che non ci stanno a farsi prendere in giro da un’impresa che fatturerà centinaia di milioni di euro grazie alle loro risorse naturali.
Oggi il tavolo della trattativa è di nuovo in piedi. La popolazione chiede il 20% della produzione della centrale. Si domandano perché se le montagne e i fiumi sono loro non possono essere soci dell’impianto.
Ma Enel prende tempo, sa che quando si inizierà a produrre energia la sua forza sarà raddoppiata e il Governo guatemalteco sarà ancora più obbligato a rispondere con violenza alle dimostrazioni dei maya di Cotzal. E poi mette in campo le solite strategie: “social washing” e divisione delle comunità. Enel promette progetti, un pozzo, una scuola, una strada asfaltata per ripulirsi la coscienza e ammansire la popolazione. Non è un caso che Enel Cuore onlus finanzi progetti di sviluppo solo nei paesi dove è presente il gruppo Enel. Far del bene è importante ma lo è ancor di più far vedere che loro sono i buoni. Inoltre, regalando lamiere e capre, tentano di comprare le comunità più povere e obbligarle a rinunciare alla protesta e lasciare soli quei “sovversivi” di San Felipe Chenla. Li dovresti conoscere Beppe quei sovversivi. Sono solo contadini impolverati che amano la loro terra.
Il popolo Ixil continuerà a lottare. Io ho provato a stargli vicino scrivendo questo pezzo e registrando l’intervista. Se le informazioni non ci arrivano occorre andarcele a prendere. Il 31% di Enel è pubblico, è roba nostra, e quindi i diritti calpestati nell’area Ixil ci riguardano, eccome.
Fonte

Corporate Social Responsibility, energia verde, Enel Cuore Onlus, case e scuole qui e lì per rifarsi un po’ il trucco. I numeri cambiano ma la somma è sempre la stessa.

Uno dei commentatori del blog di Grillo fa notare che Fulvio Conti, AD di ENEL, guadagna 3.833 euro al giorno. Forse cercando di stimolare il confronto con quanto guadagna un contadino Ixil del Guatemala. Io ne propongo un altro. Secondo la Banca Mondiale il PIL del Guatemala nel 2010 è stato di poco più di 41 miliardi di dollari. I ricavi ENEL per lo stesso anno ammontano a circa 74 miliardi di euro, circa 97 miliardi di dollari. Di cui circa 41 vengono prodotti dalla Divisione Iberica e America Latina. Vi ricorda qualcosa?

In “Cento anni di solitudine” Márquez inventò Macondo, la cittadina simbolo di tutte le regioni bananifere che avevano segnato una delle più grandi tragedie del continente latinoamericano. Con il cosiddetto sviluppo a Macondo arrivarono i machete degli assassini, i dittatori stranieri, la’lterazione delle stagioni e l’accelerazione dei raccolti. Infine la distruzione. Chissà, se Márquez iniziasse oggi la sua opera forse a Macondo sarebbero arrivata l’energia pulita, lo onlus e le antenne satellitari per tutti.

Ricordiamocelo quando premeremo l’interruttore, si accenderanno le luci di casa e soddisfatti di noi stessi esclameremo “questa energia non viene dal petrolio, questa è energia pulita”. Lavata con il sangue di uomini e donne invisibili che abitano una foresta lontana e dei quali molti di noi non sanno nulla, se non che un tempo appartenevano al popolo dei Maya.


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