Perché sto con il Compressore

Intanto cos’è successo, per quelli che non si interessano di alpinismo.

“Il 17/01/2012 Hayden Kennedy e Jason Kruk hanno salito la parete Sud-Est (quella della Via del Compressore) del Cerro Torre (Patagonia) per una linea “ by fair means” con difficoltà 5.11 A2. In discesa i due hanno schiodato una parte rilevante della Via del Compressore aperta da Maestri nel 1970.” Fonte

Cesare Maestri non è un tipo eccessivamente simpatico. Nel 1959, insieme al grande ghiacciatore austriaco Toni Egger e a Cesarino Fava, andò in Patagonia per tentare la prima salita del Cerro Torre. In quei giorni anche Walter Bonatti e Carlo Mauri erano da quelle parti e rinunciarono sapendo che c’era un’altra cordata che tentava la prima salita. Cesarino Fava, arrivato al Colle della Speranza tornò indietro. Dopo 6 giorni Maestri ricomparve senza Egger, seppellito sotto una valanga con la macchina fotografica. Maestri sosteneva di essere arrivato in vetta con il compagno, deceduto poi durante la discesa.

Come è facile immaginare, l’impresa non convinse molti nell’ambiente alpinistico. D’altra parte il Torre era allora considerato una montagna impossibile.

Nel 1970, arrabbiato con il mondo che metteva in discussione la sua salita, Maestri tornò al Torre con un ampio gruppo di compagni e un martello compressore. Piantando centinaia di chiodi a pressione salì l’inviolata parete sud-est fin sotto il fungo glaciale che caratterizza la vetta del Torre in ogni stagione. Lasciò quasi per sfregio lì il compressore e scendendo spezzò i chiodi per circa 30 metri. Anni dopo Jim Bridwell salì la via e confermò i 30 metri di vuoto.

Non certo un’opera di eleganza e di stile quella di Maestri del ’70. Nel suo libro del 2009 “Il grido di pietra”, Messner, documenti alla mano, cercherà di dimostrare che Egger e Maestri non arrivarono mai in vetta al Torre. Pochi giorni prima dell’uscita del suo libro l’alpinista altoatesino dichiarerà “Il primo uomo a raggiungere la cima del Cerro Torre non è stato Cesare Maestri, è stato il lecchese Casimiro Ferrari, con la spedizione dei Ragni nel 1974. Maestri non raggiunse la vetta del Torre né nel 1959 con Toni Egger, né nella seconda spedizione, quella famosa del compressore. E questo per sua stessa ammissione. Bisogna avere l’onestà intellettuale di dirlo”.

Insomma, nel ’59 Maestri non ci arrivò dicendo di esserci arrivato. Nel ’70, quasi per sfregio, salì fino alla fine della parete rocciosa e decise apertamente di non proseguire fino in vetta.

La Via del Compressore, così venne chiamata da allora, rimase nella storia come esempio negativo dello scalare “by fair means”. E qui iniziano le mie perplessità. Questo “by fair means” significa tutto e il contrario di tutto. In sostanza, nel tempo l’alpinismo si è mosso verso una progressiva sottrazione di mezzi e strumenti. Meno materiale usi, meno roba lasci in parete, meno usi le protezioni per la progressione, più veloce sei ad andartene dalla montagna e più scali “by fair means”. La cosa si commenta da sola. Non esistendo un regolamento, come succede in altre discipline, qualunque salita potrebbe essere contestata come non rispondente all’etichetta “by fair means”.

I confini dell’etica alpinistica sono indefiniti come lo è l’attività stessa. E, aggiungerei, come mi piacerebbe rimanessero. Questa è l’unica caratteristica che la rende unica. Nell’accettare una regolamentazione l’alpinismo perderebbe immediatamente la propria identità creativa e in continua evoluzione. Paradossalmente è proprio l’”anarchismo” rivendicato per l’alpinismo da Messner, principale detrattore e critico di Maestri, a non rendere giustificabile l’atto di Kurk e Kennedy.

Questa evanescenza e assenza di regole implica un margine necessario flessibilità nei confronti delle regole degli altri e una grande capacità di contestualizzazione temporale degli atti di altri scalatori.

Faccio un esempio. Lo stile alpino è per definizione considerato la massima espressione di questo “by fair means”. Per stile alpino si intende più o meno – ancora l’evanescenza delle regole – “niente portatori o campi alti e niente spit per proteggere la via”. Salire una via in stile alpino è l’aspirazione di ogni alpinista. Se però la maggior parte degli alpinisti non fossero atleti ignoranti e spesso monomaniaci saprebbero, ad esempio, che gli Inca scalavano le Ande ben prima di loro per officiare i loro riti. Certo, cercavano le vie più facili, alle volte non oltre i passi di III grado oggi risibili per la maggior parte dei funamboli della verticalità estrema. Ma gli inca salivano in sandali, coperti di pelli animali e non conoscevano nemmeno l’alpenstock, il pronipote della piccozza. In confronto alle salite degli Inca i moderni alpinisti sono peggio di Cesare Maestri. In quest’ottica la sottrazione di mezzi non ha limite. O meglio ha come unico limite iperbolico la salita a mani e piedi nudi e senza vestiti di una via in solitaria.

Perché chi lo dice che portarsi appresso una tenda e un fornello sia “by fair means”? Non è più “by fair means” portare solo il saccappelo e fare la truna? O non è forse più “by fair means” salire con i sandali come gli Inca?

In poche parole questo by fair means non significa poi molto. Se poi guardiamo alla salita dei due ragazzotti anglofoni la cosa lascia ancora più perplessi. Avrebbero usato le soste di Maestri – sic!! – e 5 spit fra quelli già in parete per la progressione, 4 di Salvaterra  e uno messo dal compagno di cordata di Kurk l’anno prima. Alla faccia dei fair means!!! Forti di questa salita così pulita e immacolata si sarebbero sentiti in dovere di schiodare la via di Maestri. Per dimostrare cosa? Ma soprattutto violando la decisione di un’assemblea internazionale che nel 2007 aveva deliberato esattamente il contrario. Peraltro Kurk e Kennedy non hanno fatto altro che copiare le intenzioni di Josh Wharton e Zach Martin che in quell’anno si erano portati appresso lo strumento per schiodare la via. Con la notevole differenza di aver reso manifesti i loro intenti avviando, non certo per loro volontà, una consultazione democratica.

Il duo idiota e arrogante Kurk-Kennedy o il vecchio Maestri e il suo compressore? Io scelgo il compressore. Gli atti di una disciplina non regolamentata vanno intesi e interpretati in base ai momenti in cui vengono prodotti. La via di Maestri rappresenta un pezzo – anche contraddittorio, deplorevole per alcuni – della storia dell’alpinismo. Schiodarlo è stato un atto di imbecillità infantile che dovrebbe far pensare sul profilo intellettuale di tanti big del terzo millennio.

Una volta attestato che il nazismo ha prodotto guerra e distruzione, che ad Aushwitz il lavoro non liberava l’uomo ma lo uccideva nelle camere a gas, il cancello di ferro più famoso del mondo resta lì in piedi a indicare all’uomo la direzione che la sua storia ha preso e può sempre prendere. Se Kurk e Kennedy fossero stati due amministratori locali tedeschi del dopoguerra avrebbero forse “schiodato” anche quello.

Ma non ci voglio andare troppo pesante. Alla fine i due ragazzotti hanno 23 e 21 anni. I mezzi, i tessuti tecnologici, le leghe titanio-cadmio, gli strumenti di previsione atmosferica – alla faccia dei fair means – permettono oggi che a 20 anni si tentino cose che al tempo di Maestri erano follie al limite dell’impossibile. Troppo forti, troppo giovani, troppo troppo sponsorizzati, forse troppo anglosassoni Kurk e Kennedy per capire i risvolti del loro gesto.

Ma anche abili strateghi – probabilmente consigliati – del marketing che accompagna oggi la maggior parte dei climber di professione. Prima di questo episodio in pochi sapevano chi fossero. Oggi anche fuori dall’ambiente alpinistico in molti conoscono i loro nomi e dibattono su ragioni e torti. A voler malignare si tratta dello stesso stratagemma utilizzato da Maestri con la via del ’59.

Tuttavia, la vera lezione di stile ai due stupidotti d’oltreoceano l’ha data il fortissimo (ormai) alpinista austriaco David Lama, ripetendo la via di maestri in libera. Cadendo. Rischiando lunghi runout sui quali era impensabile volare e dimostrando che quei chiodi a pressione sono oggi inutili. Ma senza per questo violare un pezzo di storia. Vincendo una duello con il passato con mani e piedi, non attraverso l’arroganza del martello. Altro che 5 fix e A2!!!!


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