Truffa di Stato

Stamattina Belpietro su Libero torna, pro domo sua ovviamente sulla questione finanziamento pubblico ai partiti. Certo, parla solo di Di Pietro e dei problemini del Movimento Cinque Stelle. Affonda gli artigli nel corpo della Lega che ora minaccia di votare l’arresto di Cosentino. Ma nulla dice dei rimborsi al partito del suo patron. Certo, Belpietro lo leggi sapendo cosa leggi. Ma è anche vero che il meccanismo dei rimborsi elettorali risalta ancora di più quando coinvolge chi contro la Cricca si scaglia a spron battuto.

Quello che dice Belpietro è sostanzialmente corretto. Come giustificare i soldi che i partiti prelevano dalle casse dello Stato quando si impongono sacrifici immani ai cittadini in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando? Se poi addirittura si scopre che il tesoriere della Lega ha usato il tesoretto accumulato per speculazioni in Norvegia, Cipro e Tanzania, la tragedia assume quasi i toni della farsa.

Ma come si fa ad accumulare un tesoretto se si tratta d rimborsi? Il rimborso – quando anche fosse accettabile – dovrebbe avvenire a compensazione di una spesa. Ovvero spendo 5 mi viene rimborsato 5. E invece nel caso della Lega Nord parliamo di 10 milioni di euro. Accumulati nel tempo grazie al fatto che il sedicente rimborso è sempre maggiore alle spese effettivamente sostenute.

Vediamo un po’ la storia di questa truffa e poi cerchiamo di capire cosa sarebbe necessario fare.

Qui c’è una ricostruzione chiara e precisa. Copio e incollo la parte che mi interessa.

Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla Legge Piccoli n.195/1974, che interpreta il sostegno all’iniziativa politica come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento, con l’effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche.

Nell’aprile del 1993 (governo Amato), un referendum abrogativo abolisce la gabella incivile e medioevale del finanziamento pubblico ai partiti, con una maggioranza del 90,3% dei votanti.

Ma solo pochi mesi dopo, il Parlamento dimostra di avere a cuore gli sprechi pubblici: si aggiorna infatti una legge già esistente sui rimborsi elettorali, definita “contributo per le spese”.  Così, senza neppure aspettare il tempo necessario a salvare la faccia, nello stesso anno del referendum si vara la legge 515/1993 (governo Amato), che all’art.9, comma 1 cambia la rosa in patata – per dirla alla Shakespeare -, ovvero introduce i rimborsi elettorali, specificando che il rimborso non è calcolato in base alle spese effettive, ma moltiplicando il numero degli italiani quale risultava dall’ultimo censimento, compresi i non aventi diritti al voto, per lit 1.600, per poi spartirsi il montepremi in misura proporzionale ai risultati elettorali. La seconda Repubblica inziava bene, non c’è che dire!

Con la Legge 2/1997 (governo Prodi), intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, si reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l’anno in corso (nonostante le adesioni siano minime). Da 47 a 82,6 milioni di euro in 3 anni.

Passano due anni.
La Legge 157/1999 (governo D’Alema), dietro il titolo “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie” reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). Da 47 a 82,6 a 193,7 milioni di euro!  Il rimborso in buona sostanza passa da 1.600 a 4.000 lire.

Poi, con il cambio di moneta, il contributo passa a 5 euro, da moltiplicarsi non più per tutti i cittadini della Repubblica, cani e gatti compresi, ma per il numero dei cittadini iscritti nelle liste elettorali per le elezioni della Camera dei deputati, e solo per i partiti che abbiano superato una soglia di sbarramento dell’1%.

Anno 2002 (governo Berlusconi), cambia la moneta: da 4.000 lire si passa a 5 euro
I rimborsi scattano per le elezioni europee, Camera e Senato e regionali. Con i ritmi elettorali che ci sono in Italia praticamente è un rimborso continuo che puntuale compare ogni anno nei bilanci di Camera e Senato.
L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa, più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro.

Infine, con la legge 5122/2006 (governo Berlusconi) l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi del governo Prodi del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV e alla XVI Legislatura. Cioè se non fosse chiaro: fino al 2011 anche l’Udeur di Mastella continuerà a percepire i rimborsi elettorali per la tornata del 2006, mentre i partiti che hanno raccolto almeno l’1% dei consensi stanno prendendo i rimborsi sia relativamente al 2006 che alle elezioni 2008 e sono sistemati fino al 2013.

Le Elezioni politiche del 2008, secondo l’ultimo Referto della Corte dei Conti, a fronte di una spesa complessiva di 110.127.757,19 euro ci sono costate ben 503.094.380,90 euro, ovvero 200 milioni di euro in più rispetto al taglio di risorse per la scuola e l’università programmato dall’ultima finanziaria. Non solo, il valore totale dei rimborsi statali versati ai partiti, che nel 1994 ammontava a circa 47 milioni di euro, negli ultimi 14 anni si è più che decuplicato, facendo esborsare agli italiani, tra il 1994 e il 2008, un totale complessivo di 2.253.612.233,79 euro.

In tabella, l’elenco delle elezioni tenutesi dal 1994 al 2008, con il totale delle spese riconosciute dei contributi erogati.

A questo punto le dimensioni di questa truffa dovrebbero essere chiare a tutti. Come al solito nel nostro Paese si riesce a spingere l’illecito istituzionale fino a limiti parossistici nel silenzio generalizzato.

Ma perché lo Stato – ovvero le nostre tasche – dovrebbe rimborsare soldi ai partiti politici? La prima obiezione dei sostenitori del finanziamento pubblico è che così si evita che interessi privati possano manipolare le decisioni della politica. E’ davanti agli occhi di tutti come questa sia solo una fantasia buonista. In primis, i soldi pubblici li ricevono i partiti mentre ad essere corrotti sono in genere i singoli. E poi l’uomo, soprattutto se in posizioni di potere, è fondamentalmente insaziabile. Gli dai 10 e vuole 20. Ma se gli dai 20 cercherà di utilizzare la sua posizione per avere 30.

Un partito politico è un’associazione privata che svolge un pubblico servizio. Come una scuola confessionale. Io sono contrario al finanziamento pubblico della seconda tanto quanto lo sono del primo. Sarei ben felice se i 250 milioni di euro che ogni anno i partiti intascano fossero utilizzati per migliorare i servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, previdenza, ecc.) o sviluppare la ricerca in campi strategici.

Questo però renderebbe i partiti preda facile dei grandi interessi. Come succede negli USA questa o quella banca, azienda multinazionale o gruppo di pressione finanzierebbe questo o quel politico perché una volta eletto faccia i loro interessi. Il meccanismo è esplicito e ogni finanziatore deve dichiarare a chi ha dato soldi e quanti. Per quanto mi riguarda, poco male. Succede così in ogni caso. L’unica differenza in Italia è che la politica prende sia da una parte che dall’altra e spesso in modo opaco, quando non del tutto oscuro. Starà ai partiti convincere gli elettori a votarli promettendo (e in genere non realizzando) più lavoro, maggiori garanzie sociali, migliore istruzione ecc. Starà ai cittadini farsi ingannare o svelare, invece, i meccanismi e utilizzare la propria massa critica per far emergere forze politiche nuove.

Per quanto mi riguarda sarei favorevole all’abolizione del finanziamento e alla lenta sparizione dei partiti politici attuali. I cui apparati non reggerebbero al netto taglio dei fondi. Ciò provocherebbe uno tsunami economico-finanziario che smembrerebbe l’attuale assetto della politica ripulendola da meccanismi ormai calcificati e immodificabili.

Lo scrivo a chiare lettere, ogni promessa di riforma dello stato attuale che non passi per l’abolizione (non la riduzione) del finanziamento pubblico, rappresenterebbe solo un’ulteriore stratagemma per aggirare il volere dei cittadini espresso nel’93.

D’altra parte la democrazia rappresentativa è una finzione storica. Il popolo non governa, lo fanno gli interessi mossi dal denaro. Il popolo viene al massimo chiamato di tanto in tanto a ratificare lo status quo attraverso rituali collettivi che chiamiamo elezioni. Ogni cittadino viene sottoposto a un processo di “acculturazione” che fin dalle prime esperienze sociali ed educative sviluppa il suo senso del dovere rispetto alla croce sulla scheda. E spesso nella maggioranza di noi l’esperienza democratica inizia e finisce dentro al seggio. In questa periodica liturgia il politico non è altri che un sacerdote che inneggia alla sua fede e urla ferocemente contro quella del ministro dell’altro Dio. E più urla più il popolo crede alla buona fede con cui porta avanti il suo credo. Salvo poi trovarlo dopo qualche tempo nell’altro tempio a officiare i riti avversari.

Burattini. Prestafaccia. Che governano per conto dell’oligarchia economica mettendo in scena riti emotivi che servono a convincere la gente che c’è un pericolo dietro l’angolo se vince l’avversario. Ecco cosa sono gli uomini e le donne che rimborsiamo con 250 milioni di euro l’anno. E li rimborsiamo per prenderci per il culo! Oltre al danno anche la beffa.

Diceva Zavattini, cineasta e sceneggiatore neorealista, che per fare il realismo cinematografico non è necessario arrovellarsi per nascondere la macchina da presa, bisogna semmai metterla dentro alla scena. Il realismo si fa mettendo a nudo l’inganno, non cercando di celarlo perché tutto sembri vero. Pillola rossa o pillola blu? Chiedeva a Neo il Morpheus di Matrix.

E allora che la democrazia rappresentativa si mostri per ciò che è. Che i partiti politici se li paghi chi li vuole e che tutto sia esplicito. Che Berulsconi dichiari apertamente quanti soldi mette nelle casse del PDL e che Bersani si presenti col cappello in mano sulla soglia di Unipol o Goldman Sachs, ma seguito dalle telecamere.

Ma si sa, il mondo ideale è sempre diverso da quello reale. E quest’ultimo non ha seguito il consiglio di Zavattini. Nelle sale buie di tutto il mondo lo spettatore vive l’emozione cinematografica grazie all’illusione e all’iperrealimo del 3D e per un attimo pensa di trovarsi di fronte a uno spezzone di realtà. Così il cittadino votante nella vita della Repubblica.

La differenza sostanziale è che al termine del film si esce dalla sala e si trona alla vita reale. Nella finzione della democrazia si rischia di rimanere imprigionati senza sapere che è ancora possibile scegliere la pillola rossa.


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