Il maestro, la motivazione e l’analfabetismo funzionale

Qual è la differenza fra solstizio ed equinozio? Non molti saprebbero argomentare in maniera comprensibile una risposta. Poco male direbbero in molti. A cosa mi serve saperlo?

E già questa domanda è il sintomo evidente di una malattia diffusa e pervasiva oggi in Italia. Si tratta dell’analfabetismo funzionale. L’OCSE ha una definizione ufficiale. In soldoni però, per capire cosa significhi è necessario distinguerlo dall’analfabetismo tout court. Per analfabetismo in genere si intende l’incapacità di leggere e far di conto. Una piaga sociale ancora presente nel mondo ma ridotta in Italia a circa il 5% della popolazione. Il vero problema nella nostra società contemporanea è l’analfabetismo funzionale. Ovvero l’incapacità di molti di capire fino in fondo un testo scritto o grafici che riportino cifre e percentuali. Non solo, ma che quella comprensione sia poi “agita”. Ovvero che varie cose lette e comprese siano messe in relazione ad altre e creino nuovi significati, ispirando comportamenti rinnovati. Badate che non sto parlando di contadini dell’entroterra montano ma dell’intera popolazione italiana. E le percentuali sono impressionanti.

Secondo De Mauro e i due studi da lui citati solo il 20% degli italiani sarebbe in grado di fare queste operazioni. Una ricerca presentata annualmente al World Editors Forum è più ottimista. La percentuale degli analfabeti funzionali sta peggiorando ma nel 2011 è al 50%. Comunque la mettiamo, stiamo messi piuttosto male. E questi dati spiegherebbero anche molti dei fenomeni sociali che ci riguardano. Non è un segreto, infatti, che l’ignoranza generata dall’analfabetismo funzionale è uno strumento molto efficace di governo. Cittadini incapaci di decifrare i messaggi si affidano a “traduttori” ufficiali e da essi dipendono. In una recente passato questo succedeva con i contadini analfabeti delle campagne (analfabetismo tout court). Oggi succede con quel 50% che per agire si affida all’immediatezza e alla semplificazione del sentito dire e dei media (analfabetismo funzionale) perché non sarebbe in grado di decifrare-collegare-agire in autonomia.

La domanda che mi pongo spesso è: coma mai? Perché con tutti gli strumenti a disposizione la situazione peggiora sempre di più?

Le motivazioni sono tante e spesso legate le une alle altre. La civiltà delle immagini ci spinge a preferire messaggi brevi, superficiali ed emotivi ad altri più complessi. La numerosità delle informazioni è identica alla loro assenza se non sai come selezionarle. I modelli comportamentali e le subculture che enfatizzano l’apparenza rispetto alla sostanza, dimenticando che la forma è tale solo se è parte integrante del contenuto, impigriscono l’intelletto. Il conformismo, come degenerazione patologica del bisogno naturale di sentirsi parte di un gruppo sociale di riferimento, reprime ogni curiosità nei confronti di nuovi modi di agire. E via dicendo.

Ma alla base di tutte queste motivazioni ce n’è una che le attraversa verticalmente e le prepara.

Nel plasmare l’identità di un individuo agiscono tre fattori: la sua natura caratteriale e due agenzie educative: la famiglia e la scuola. Con il carattere c’è poco da fare. Una famiglia di analfabeti, lasciata a sé stessa produce analfabeti, tout court o funzionali poco cambia. Ma la scuola un ruolo importante ce l’ha.

Incontrai Alberto Manzi per puro caso nei primi anni ’90. Era amico di amici di famiglia. Una cena, o forse un pranzo. Non ricordo. Volevano coinvolgerlo in un progetto su cinema e scuola. Avevo 20 anni e le uniche cose che mi interessavano erano i viaggi, la musica e l’apnea. Capii poco la grandezza dell’uomo che avevo difronte allora. Ma negli anni seguenti ho pensato molto a quell’incontro e al senso del lavoro del maestro più famoso d’Italia. Dopo la laurea decisi di prendere il diploma magistrale e feci un’esperienza incredibile per il mio tirocinio con i bambini di una quinta elementare. Volevo insegnare ai più piccoli ma poi le vicende della vita mi portarono altrove. Finii a Londra a cercare di far parlare italiano a uomini d’affari della City e ricordavo spesso i video di Manzi. Quella sua semplice e naturale capacità di far arrivare il messaggio. Aiutato dal tratto di un gessetto nero sul bianco di una lavagna a fogli mobili.

Non è mai troppo tardi. Si chiamava così la trasmissione che la RAI mandò in onda per circa un decennio. Sembra che grazie a essa Manzi contribuì a una delle più efficaci campagne di alfabetizzazione tecnologica del mondo. Un milione e mezzo di persone riuscì a ottenere la licenza elementare nell’Italia del dopoguerra. Il valore del suo lavoro, dentro la scuola e in televisione, è forse inestimabile. Soprattutto se confrontato con il suo compenso. Manzi, in quanto insegnate dello Stato, per fare il suo lavoro alla televisione pubblica (dello Stato quindi) non veniva pagato. La RAI gli rimborsava le camicie che sporcava con il gesso nero.

Qui trovate una bellissima intervista che gli fecero quando era già in là con gli anni Parte 1, Parte 2, Parte 3.

Come Manzi in quel periodo ce n’erano molti. Lavoravano incessantemente seguendo una sorta di vocazione, nella convinzione di svolgere un’importante missione sociale. E questo perché nei piccoli come nei grandi centri il maestro era, come il medico e l’avvocato, una figura riconosciuta. Il prestigio sociale di chi curava l’educazione dei figli era paragonabile a quello di chi curava la salute fisica o legale. I maestri non guadagnavano molto ma con lo stipendio conducevano una vita dignitosa. Nella nostra società maschilista c’erano molti uomini nella scuola primaria. E questo conferma quanto sostengo.

6 decenni dopo la situazione è completamente cambiata. Sono molto pochi quelli che aspirano a fare gli insegnanti. Se vivi da solo con lo stipendio ci sopravvivi solo se abiti in un piccolo centro. Sei hai famiglia nemmeno lì. Nella scuola primaria le insegnanti sono soprattutto donne, occupano gli spazi liberati da uomini non più interessati a fare un mestiere che non garantisce né prestigio né denaro. L’insegnate non è più percepito come un professionista – vicino al medico e all’avvocato come negli anni 50  – ma assimilato sempre più al dipendente pubblico. Un parassita che lavora poco e ha molte ferie. E’ così che la maggior parte dei cittadini vede gli insegnanti. E nel tempo le nuove generazioni di educatori si sono immedesimati sempre più in questo ruolo. E’ ciò che succede quasi sempre. Qualcuno ti affibbia un’etichetta e tu combatti per dimostrare che sei altro. A un certo punto sconfitto e impotente ti arrendi e approfitti dell’etichetta per ricavarti spazi di libertà. Non è giusto ma talvolta comprensibile.

Nell’intervista che citavo più in alto Manzi a un certo punto parla dell’obbligo di compilare le schede al posto delle pagelle. Lui si rifiutò perché non voleva “bollare” per sempre un bambino. Non voleva che da quel momento in poi ci fosse su di lui un pregiudizio che influenzasse inevitabilmente tutte le valutazioni successive. A questo proposito dice “I bambini oggi hanno più problemi di quelli di allora. O eravamo stupidi noi che non li vedevamo oppure oggi è la scuola che crea problemi”.

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Anche gli insegnanti hanno la loro parte di responsabilità. Ancorati a modelli pedagogici ormai obsoleti avanzano per inerzia nella professione. Non tutti, ma molti non si aggiornano. O, se lo fanno, lo fanno per adempimento burocratico, per interrompere la monotonia della routine. Insegnano da anni lezioni sempre uguali, come fossero le pratiche dell’ufficio postale. Con la nuova generazione di nativi digitali non sanno interagire. Considerano il computer e internet strumenti da cui guardarsi bene, che minano la loro autorità, che svelano le loro lacune. E per questo non si mettono in discussione ma tentano la via del divieto.

In questo modo molti insegnanti sembrano dimenticare che la battaglia contemporanea non è contro l’analfabetismo ma contro l’analfabetismo funzionale. Tutti gli studenti escono dalla scuola sapendo leggere e scrivere, ma il 50% di loro non sa usare queste abilità.

Invece di reprimere l’accesso alle nuove fonti di contenuti (internet, reti sociali, fiction, ecc) il maestro del terzo millennio dovrebbe insegnare ai suoi studenti come selezionare. Come navigare fra i contenuti. Quali domande porsi difronte a essi. Come svelare i trucchi della seduzione pubblicitaria. Come spogliare il succo dalle patine della propaganda. La scuola del futuro prossimo dovrebbe diventare la nuova fucina della curiosità investigativa. Dovrebbe insegnare il rigore del metodo scientifico e il ruolo del dubbio, non le discipline come contenitori di informazioni fini a sé stesse e date per scontate, finite. La lezione frontale andrebbe limitata e lasciato spazio alla problematizzazione e all’interattività. Integrando il mondo dentro alla scuola con quello che sta fuori e al quale la scuola dovrebbe preparare.

E invece gli studenti di oggi vivono un’asincronia assurda e destabilizzante. La scuola in cui trascorrono buona parte del loro tempo è completamente scollegata dal “mondo dopo la campanella”. La serialità con cui vengono insegnati i saperi li rende inutili. A che serve imparare il teorema di Pitagora se nessuno ti racconta che ci cammini in mezzo tutto il giorno ad opere realizzate grazie a quelle formule matematiche? Che quando cerchi una parola su Google è un algoritmo matematico che ti permette di trovarla? Che conoscere la storia dell’Arabia Saudita ti aiuta a sapere perché oggi il tuo paese è in crisi e la tua famiglia non ha i soldi per le vacanze quest’anno?

Quando Manzi venne convocato al Ministero dell’Istruzione per essersi rifiutato di fare le schede di valutazione l’allora Ministro Falcucci gli chiese a chi fosse affiliato politicamente. E lui rispose che si interessava di insegnamento non di politica. La Falcucci ribatté “Ah dunque lei è un cane sciolto. Allora può abbaiare quanto vuole”. Implicando che ovviamente nessuno lo avrebbe ascoltato. Ecco, la scuola di oggi è figlia di questa triste dichiarazione, tanto quanto la televisione di Stato.

Cosa che ci fa anche riflettere sull’inutilità della libertà di parola quando non esiste il diritto ad essere ascoltati.

In conclusione un inciso … l’alternanza fra equinozi (sole allo zenit  – verticale – sull’equatore) e solstizi (sole allo zenit – verticale – sui tropici) regola quella fra le stagioni. Ovvero l’intero ciclo della vita sul nostro pianeta. Una cosa da niente.


One response to “Il maestro, la motivazione e l’analfabetismo funzionale

  • Tengri

    L’altra notte ho sognato che dovevo fare una proporzione a lavoro e…non mi ricordavo come si fa…ero angosciata nel sogno…metto da parte interpretazioni in psicologese…ma mi ha colpito leggere il tuo articolo proprio dopo questo mio sogno…si perchè, ho pensato al fatto che SAPEVO sicuramente fare una proporzione, ora non me lo ricordo più…non mi serve ricordamelo? sarà, ma certo mi dico ‘ ok, tanto con l’ignoranza che c’è in giro…figurati cosa conta non saper fare una proporzione a mente..’. Ecco, questo è il punto, mi sono resa conto che c’è chi non è consapevole della propria ‘ignoranza funzionale’ ma chissà quante persone come me, se ne rendono conto ma poi…lasciano perdere…
    Mi sento responsabile? posso fare qualcosa e non lo faccio? si, vero. Ma ricordo anche uno dei presupposti dell’apprendimento per gli adulti (Malcom Knowles – Andragogia) che trovo fondamentale: se apprendere qualcosa non ‘sento che mi serve per ‘fare’ qualcosa’ lascio perdere, mi distraggo. Mi accorgo che il punto è soprattutto questo in tante situazioni, se nessuno mi spiega a volte A COSA SERVE sapere cosa sia lo spread e quali sono le conseguenza che comporta piuttosto che cos’è lo spread,non andrò di mia iniziativa a cercare di capirci qualcosa…o se anche qualcuno mi spiega cos’è non ascolterò con interesse e INTENZIONE di apprendere, L’INTENZIONE di apprendere credo che sia una questione importante su cui concentrarsi..grazie. Chu

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