Sleep tight

Il sonno è uno di quei momenti in cui il corpo recupera. Spenti i circuiti della veglia il sistema immunitario ripara i danni alla salute, le cellule vengono rinnovate, i danni riparabili riparati. Non a caso i pazienti gravi vengono messi in coma farmacologico. In sostanza una versione estrema del sonno in cui anche altre funzioni vitali vengono sospese. In questo modo si risparmiano grandi quantità di energie incanalate nel processo di guarigione.

Ciononostante il sonno è anche tempo tolto alle attività volontarie che avvengono durante la veglia. Quelle che in genere ci provocano piacere. Ci sono persone che prendono pillole per dormire, persone che le prendono per stare svegli. Sembra addirittura che gli eserciti stiano cercando soluzioni farmacologiche per mantenere i soldati svegli per giorni senza che accusino le conseguenze della privazione del sonno. Perché il problema reale sono proprio quelle: le conseguenze. Se non fosse per quelle dormire sarebbe veramente un piacere. Sarebbe qualcosa che faremmo per il gusto di farlo e non per necessità fisiologiche.

E’ per questo che secondo me la domanda “ti piace dormire?” ha poco senso. E’ chiaro che, andando a soddisfare una necessità del corpo, il nostro sistema endocrino è strutturato per rilasciare ormoni del piacere nel momento in cui si svolge quell’attività. Sarebbe come chiedere “ti piace respirare”? Oppure “ti piace avere un orgasmo”? E la cosa ti piace anche di più se ne vieni privato. Addentare cibo dopo un lungo digiuno è ancora più piacevole che a stomaco pieno. Mangiare, dormire, fare sesso. Tutte le funzioni essenziali per la salvaguardia della specie producono piacere. Un meccanismo apparentemente perfetto, ma con una piccola imperfezione. Non c’è un regolatore dell’eccesso. Se sei un obeso, mangiare continua a provocarti piacere. Un orgasmo, a prescindere dalla modalità con cui viene ottenuto, produce sempre piacere. Maggiore o minore ma pur sempre piacere. Inoltre, sui regolatori fisiologici intervengono le abitudini culturali. E la cosa si complica notevolmente. Questo perché quello che percepiamo come piacere potrebbe non essere più allineato perfettamente con le necessità biologiche. Ciò a sua volta alla lunga potrebbe danneggiare la salute. Anche l’eroina provoca piacere. Il piacere è una sensazione esercitata sul presente immediato. Tuttavia gli ormoni non visualizzano le conseguenze a medio lungo termine di quell’atto. Sovrapposizioni incrociate e influenze. Feedback continui fra sistemi contigui rendono la cosa articolatissima.

E quindi, dormire fa bene o fa male? Dormire poco o dormire troppo è nocivo per la salute? Dormendo poco e avendo strani ritmi sonno-veglia sono domande che mi pongo regolarmente e da tempo. Ma la domanda fondamentale è: che vuol dire “poco”? che vuol dire “troppo”?

Quando la Thatcher rivelò che dormiva sì e no 5 ore a notte il mito delle 8 ore andò in fumo. Sembra derivasse dall’aspirazione sindacale dei primi del ‘900 a una tripartizione del giorno. Un terzo per il lavoro, un terzo per il sonno, un terzo per il divertimento. Quindi più un’aspirazione sociale che il risultato di uno studio scientifico.

Ma allora 8 ore sono giuste? Sono troppe? Sono poche? Leggendo un po’ in giro le cose non sono poi così chiare.

Qui c’è un bel dibattito in cui due medici si confrontano sul problema. Daniel Kripke (DK) e Robert Stickgold (RS) sostengono posizione opposte. DK sostiene che le società farmaceutiche spingono per fissare uno standard di ore in modo da far sì che chi è sotto alla soglia venga considerato a rischio, malato e quindi bisognoso di cure. Leggasi sonniferi. Cita studi che dimostrerebbero come il problema non sia nella perdita del sonno ma nell’alterazione dell’orologio biologico. Conclude dicendo che gli studi di lungo periodo sono ancora pochi per poter sostenere esplicitamente che esista un numero preciso di ore di sonno da osservare. Gli risponde RS notando che chi vende prodotti a base di caffeina spende molto di più in pubblicità di quanto spendano le farmaceutiche per i sonniferi. Non negando però che i maggiori sostenitori della tesi opposta siano pagati dalle multinazionali del farmaco. Anche lui cita studi ed evidenze empiriche in cui si dimostra che il sonno non è mai troppo. Che è il corpo a dirci quando e come dormire.

Insomma la solita storia. Studi che affermano. Studi e indagini che negano. La moderatrice del dibattito cita anche Gregg Jacobs, uno specialista dell’insonnia che dice che 7 ore sono l’ideale. Sopra o sotto quella soglia si mette a rischio la salute. Anche qui uno di quegli assoluti che, quando si ha a che fare con la varietà della specie umana, mi convincono poco.

Mi convince invece di più Jim Horne (JH). Il Direttore dello Sleep Centre presso la University of Loughborough sostiene che la frenesia della vita contemporanea sia responsabile della maggior parte dei problemi di insonnia nelle popolazioni occidentali. Eppure, molti di questi allarmi vengono suonati con superficialità. Di fatto la media è intorno alle 7 ore. Ma soprattutto molte affermazioni del tipo “avrei bisogno di dormire di più” sono più effetti collaterali della noia o della depressione, frequenti sintomi della contemporaneità, che non di vere necessità fisiologiche. Sembra, infatti, che gli animali in cattività dormano di più di quelli selvatici. In sostanza se anche l’allarme insonnia esistesse, sarebbe il nostro stile di vita il maggiore responsabile.

La combinazione di caratteri biologici e innati con elementi ambientali e culturali mi sembra in genere la spiegazione più coerente con le caratteristiche della vita umana in ambienti socializzati. Ma quello che JH non dimentica è che, mentre le nostre abitudini hanno subito mutamenti repentini negli ultimi 7-8000 anni, addirittura vertiginosi negli ultimi 100, prima di allora avevano impiegato milioni di anni per arrivare a un modello stabile. Quel modello stabile era quello del paleolitico. Periodo durante il quale dormire tutta la notte avrebbe significato morte certa. L’uomo in natura dormiva come gli altri mammiferi. Quando poteva, soprattutto di notte, ma schiacciando pisolini anche di giorno.

Probabilmente quindi il problema non è la quantità. Quello è un valore individuale molto influenzato da componenti sociali (lavoro, illuminazione, intrattenimento, modelli di vita, ecc.) e psicologiche (stress, depressione, iperattività, ecc.). La vera questione è “come”. Forse dormire un numero N di ore di seguito non rigenera e riposa quanto dormirne lo stesso numero ma in momenti diversi della giornata. Un po’ come mangiare 6 pasti da 300kcal è nutrizionalmente più efficace e meno dannoso per il sistema digerente di un pasto da 1800.

Sarà mica per questo che da tempo aziende della Silicon Valley – e non solo – hanno istallato nelle loro sedi le nap rooms? Le analisi della produttività dicono che impiegati e operai dopo aver dormito rendono di più.

Ah, a proposito, sembra che in realtà la Thatcher dormisse poco durante la notte ma ricorresse più volte a questo utile espediente mediato da ciò che eravamo: mammiferi.


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