Elogio della pazzia

Giorni fa scrivevo su un popolare social network che se questa fosse stata la finanziaria di Tremonti le piazze sarebbero state invase. Ma di fatto non lo sono state. E non lo sono. Non solo, ma sempre più spesso sento intorno a me anche singoli individui insospettabili che, a spada tratta, difendono le lacrime e sangue per i meno abbienti al centro dell’azione di Governo. Nei prossimi mesi l’effetto recessivo delle misure renderà la condizione ancora peggiore. Eppure a fermare Monti non saranno i moti di piazza. Al massimo ci penserà qualche congiura di Palazzo.

L’incongruenza logica fra i comportamenti collettivi – ma anche individuali – antiberlusconiani, i rumori e le urla, e l’agghiacciante silenzio delle piazze e dei singoli di fronte al Barone di Ferro va secondo me analizzata. E’ importante capirla perché la riflessione può aiutare a decifrare messaggi e strategie.

Il consenso è al centro di tutto.

Ma come si crea il consenso? Come si fa in modo che qualcuno appoggi le tue tesi, le avvalori e addirittura convinca qualcun altro a farlo? Ma soprattutto come si gestisce questo processo quando chi approva i tuoi comportamenti ne subisce anche le conseguenze? Insomma come fa la volpe a farsi aprire il pollaio dalle galline e a convincerle a offrire il collo ai suoi morsi?

Si tratta di un processo complicato. Ma tentiamo di semplificare. Sono due in genere gli aspetti da tenere a mente nel confezionare i messaggi che puntano ala creazione del consenso. Da una parte le coordinate emotive e irrazionali. Dall’altra quelle cognitive e razionali.

Al primo tipo appartengono i grandi discorsi sui temi generali. Quelli che puntano ad agitare le corde dello spirito. A commuovere o far infuriare. A esaltare o a far intristire. In genere questo tipo di messaggi vengono recepiti meglio in grandi assemblee pubbliche. Durante le quali oratori preparati utilizzano slogan ripetitivi. Lo “yes we can” dell’Obama candidato presidenziale è un esempio calzante. Lo “stay hungry, stay foolish” del discorso di Steve Jobs alla Stanford University rende ancora più esplicito quanto il refrain funzioni come interruttore emotivo. La funzione del refrain è la stessa del ritornello in un brano di musica rock. Durante la strofa cantano in pochi ma al ritornello tutti gridano all’unisono con le braccia alzate. E’ in quel momento che nella folla si crea identificazione, ridondanza, comunione emotiva. Una volta attivati, i sentimenti diventano un potente vettore dei contenuti e di conseguenza influenzano le decisioni.

Tornando all’Italia della crisi quali sono le emozioni stimolate maggiormente dal triangolo politica-affari-media in questo periodo? Per prima ci metterei l’urgenza. Quel senso di disagio che si prova quando si è in ritardo ad un appuntamento importante, fondamentale. Uno che se non arrivi in tempo poi perdi tutto. E poi l’inadeguatezza. L’Europa fa le cose diversamente e noi italiani siamo sempre i soliti. Inconcludenti, evasori. Ci meritiamo quindi manovre punitive. Soprattutto quelle che raddrizzano i torti populisti di alcuni provvedimenti di Berlusconi. In ultima analisi ci infilerei la deferenza. Ovvero il rispetto a priori per un’esperienza certificata. I tecnici del governo sono persone serie ed esperte. Bisogna lasciarli fare, fidarsi, delegare.

Metti insieme urgenza, senso di inadeguatezza e deferenza e il primo passo è fatto. Hai creato un bisogno emotivo potenzialmente soddisfatto da misure percepite come dolorose, ma giuste e inevitabili.

Fin qui è chiaro. Tornando alla metafora della musica rock, chi sta nello stadio in un modo o nell’altro finisce per partecipare attivamente al concerto. Prima o poi salterà con le bracci alzate urlando a piena voce il ritornello. Qualcuno che sta fuori magari verrà catturato dall’onda emotiva che si sprigiona. Ma come si fa a convincere chi sta lontano a comprare il biglietto?

Il consenso è tutto. Ma per governare è necessario che il consenso sia quello maggioritario. E si sa, non sono i fan fedeli a fare la maggioranza, ma l’adesione di almeno una parte degli indecisi. Degli scettici che credono solo all’evidenza dei fatti e non si fanno abbindolare da qualche discorso motivazionale.

Qui la cosa si fa più complicata perché bisogna appellarsi alla razionalità. Il singolo individuo deve essere convinto che i comportamenti agiti siano giusti perché economici – in senso lato. Ovvero che con il minor sforzo si possa raggiungere il massimo risultato possibile in un arco temporale accettabile. Solo in quel caso l’individuo si farà portavoce del messaggio e provvederà alla sua diffusione virale.

E cosa di meglio dei numeri per raggiungere questo obiettivo? La matematica nel vissuto della gente rappresenta una scienza esatta. Si può argomentare sui temi, ma 1+1 fa sempre e comunque 2. Ed è qui che una cugina della matematica viene in soccorso alla politica: la statistica.

In genere si commissiona uno studio a una sedicente agenzia indipendente, dal quale risulti esattamente ciò che si voleva dimostrare. In sostanza il committente non commissiona lo studio. Commissiona il risultato in funzione del quale lo studio deve essere condotto.

Bene. La mia opinione è che il Governo Monti stia entrando in questa seconda fase. Finora, infatti, i media mainstream, principale veicolo di comunicazione ai cittadini dell’azione di governo non hanno fatto altro che riportare discorsi, interviste, dichiarazioni di principio focalizzate su urgenza, inadeguatezza e deferenza. In questi giorni iniziano a comparire i numeri.

Ad esempio questo articolo riporta i risultati di un’indagine promossa dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea e da Economia e società aperta. Tema dello studio: l’opinione di cittadini e imprenditori italiani sull’agenda indicata dall’Europa all’Italia per risolvere le questioni riguardanti la crisi. Facendo i conti risulta che il 72% dei cittadini e l’88% degli imprenditori, vista l’urgenza e l’inadeguatezza italiana, sono favorevoli. Nemmeno a farlo apposta. Maggioranza assoluta. Addirittura l’86% degli imprenditori e il 72% dei cittadini sarebbero d’accordo a sottoporre ad approvazione europea i bilanci nazionali.

Il potere di questi numeri sta in quella che mi piace chiamare la “cura del folle”. I pazzi sono gente che vede cose che non ci sono o distorce pesantemente quelle che ci sono. Questo ovviamente dal punto di vista della maggioranza che le vede in modo comune. Essere pazzi non è un problema finché non si è coscienti di esserlo. La sensazione di isolamento e, nei casi meno gravi, il desiderio di guarigione nascono dalla consapevolezza che il proprio punto di vista è sbagliato, scorretto. Se sei difronte a un muro rosso e tutti dicono che è giallo, prima o poi finirai per convincerti che non ci vedi bene e devi curarti.

Di conseguenza, se il 72% dei miei connazionali e l’88% degli imprenditori pensa che Monti stia agendo bene mettendo in pratica i “consigli” dell’Europa, perché dovrei pensare diversamente? Milioni di persone, piazze intere di cittadini la pensano così. Chi sono io per proporre una visione diversa?

Chi non si è mai trovato difronte a questi quesiti? Forse ho capito male. Forse ho letto le fonti sbagliate. Forse la mia opinione è parziale. D’altra parte se milioni di persone la pensano diversamente il folle sono io. Prima la consapevolezza e poi la cura. Lì a portata di mano. Basta pensarla come la maggioranza. La rassicurante sensazione di protezione insita nell’appartenere a un gruppo numeroso e forte.

Guardarsi bene da studi di questo genere e dalla manipolazione dei media è il primo passo verso la consapevolezza che follia o saggezza sono solo questioni di puti di vista.

Vediamo perché:

1)      Gente più preparata di me in passato disse che “esistono 3 tipi di bugiardi: i bugiardi, i pessimi bugiardi e gli statistici”. Senza assolutizzare – perché esistono statistici seri – la statistica e le altre scienze esatte possono essere facilmente manipolate da parte di potenti gruppi di interesse. I numeri e i dati non sono univoci. Possono dire cose anche molto diverse fra loro.

2)      Se il committente è lo stesso che si avvantaggia dei risultati il tranello è lì di fronte agli occhi di tutti. Se non lo è dubitare è lecito. Indagare doveroso.

3)      Esiste sempre uno studio che dice il contrario. Giorni fa il sito di Grillo ha fatto un sondaggio sull’euro. I risultati sono qui e dicono che il 57% degli italiani è contrario. I due sondaggi non sono speculari ma è ragionevole pensare che chi non è favorevole all’euro non sia nemmeno favorevole alle ricette della BCE e della Commissione a favore dell’euro? Forse sì. E dov’è dunque la congruenza dei dati?

4)      Anche se le percentuali non fossero manipolate la statistica si basa su un campione rappresentativo. E chi stabilisce che lo sia? Spesso gli stessi che fanno l’indagine. Lecito dubitare? Direi di sì.

Ma il passo più importante di tutti è che i risultati di uno studio hanno validità scientifica pari a zero. Anche se lo studio fosse condotto da enti imparziali, se il committente fosse onestamente interessato a indagare un fenomeno e se il pool di statistici che analizzano i dati fossero il più accurati e imparziali possibile, uno studio è solo una proposta. Finché non viene confermato da altri studi e sottoposto alla peer review la sua validità è nulla.

In sostanza, il fatto che un’equipe italiana abbia testato sui ratti gli effetti delle variazioni di dieta concludendo che regimi ipocalorici sono legati a invecchiamenti più lenti del cervello è interessante. Ma fra questo e il titolo di Repubblica ce ne passa. Il lettore pensa che se da domani mangia di meno sarà un anziano più brillante e reattivo. Forse. Ma lo studio in questione, da solo, non fornisce alcuna certezza.

In genere quello che succede è che lo studio viene pubblicato, altre equipe provano a ripeterne gli esperimenti e pubblicano i loro risultati. Un comitato di esperti valuta l’attendibilità di ogni studio. Poi, a valle di questo processo, quando i risultati sono inoppugnabili e stabilizzati, si iniziano esperimenti avanzati sugli esseri umani. Nel frattempo sono passati anni ed errori sono ancora possibili. Ergo, nessuna certezza. Basti pensare che ancora oggi alcuni effetti dell’aspirina sulle prostaglandine sono misteri oggetto di studi.

La scienza funziona così. La propaganda no.

Per creare il consenso non serve l’esattezza inoppugnabile di risultati confermati da equipe diverse. Per creare il consenso basta stimolare il sentiero fecondo dell’emotività e fornirgli numeri a conferma delle opinioni. Vendendoli come fossero verità indiscutibili.

Per non rimanere vittime inconsapevoli di questo meccanismo dobbiamo solo decidere di accettare con consapevolezza la nostra follia.


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