Santa Madre Chiesa e il social media marketing

Non c’è di certo bisogno di citare Niccolò Machiavelli per iniziare un post su alcune questioni riguardanti una delle ultime monarchie confessionali della storia. Eppure già nel XV secolo il politologo toscano aveva capito tutto. O quasi. Certo non poteva prevedere gli sviluppi futuri. Ma quelli contemporanei gli erano chiarissimi.

Non ho intenzione di dilungarmi sulle influenze politiche della Chiesa di Roma sui governi di mezzo mondo. E in particolare su quelli italiani. Dalle Crociate a Marcinkus. Dall’uomo in bianco sul balcone di Pinochet al grande palco a Cuba. Dai santini a Pietralcina alle grandi istallazioni nelle Filippine. La Chiesa è ovunque. E più la gente è in situazione di bisogno, più la stampella del verbo di Dio fa presa.

Il grande dramma ecclesiastico della contemporaneità sta nel fatto che nel primo mondo la società si secolarizza sempre di più. E questo significa meno fedeli e meno vocazioni sacerdotali. Dio sembra non riuscire a incendiare i cuori aridi dei figli dell’I-pod.

L’appello di Micromega per spingere il Governo a introdurre l’ICI sulle proprietà immobiliari della Chiesa è arrivato a quasi 135.000 firme in pochi giorni. E qualcuno nelle alte gerarchie del Vaticano inizia a pensare che forse qualcosa va ceduto se si vuole salvare la faccia. In sostanza i prelati hanno le stesse inquietudini dei parlamentari. Con la sola differenza che almeno i secondi si sono inventati lo spettacolo elettorale per dare un alone di legittimità al loro essere dove sono. Difficile pensare che la petizione di Micromega – che comunque vale la pena di firmare – conduca a una bastonata agli averi della Chiesa. Siamo pur sempre in Italia.

Nel frattempo però, ogni holding che si rispetti, deve porsi il problema della comunicazione. Lo sapeva bene Giovanni Paolo II. Attore polacco che, divenuto Papa, affidò le sue sorti a uno dei più abili comunicatori ecclesiastici della storia, Joaquin Navarro-Valls. E’ a lui che si deve ciò che oggi i fedeli ricordano di Karol Wojtyla. Il Papa della gente. Il Papa dei Papa Boys. Il Papa carismatico impegnato nella sua missione fino all’ultimo giorno della sua vita. Morto lui l’eredità sembrava persa. Inadeguato alla modernità il Papa tedesco. Duro come il suo accento. Poco telegenico e distante dalle masse. Con quell’aria da teologo da biblioteca rinchiuso fra le pagine polverose dei codici. Impegnato a preservare la correttezza della dottrina più della diffusione della fede.

Magari qualche biografo più o meno ufficiale di Ratzinger non sarà d’accordo con me. Ma è così che sembra. E oggi come oggi, ciò che sembra è – in termini di reputazione – più importante di ciò che è. E se il “sembra” è difforme dell’”è”, il problema non è di chi il messaggio lo riceve, ma di chi lo emette.

E infatti qualcun altro fra gli altri prelati lo ha capito. Non si tratta di uno qualunque. Monsignor Ravasi è il Ministro della Cultura del Vaticano. Milanese. Gran lavoratore. Usa twitter, fa eventi per i blogger, scrive mattinali su Avvenire. Fa sermoni alla TV berlusconiana. Insomma, Ravasi sa bene cosa sta succedendo nelle società del primo mondo. Questo articolo ci racconta di come sostenga che “la Chiesa è in ritardo”. E che – citando Paolo VI – “non ha senso ha avere in mano la verità se l’interlocutore non ti capisce”.

Ecco, la verità. Nella citazione di Paolo VI permane il peccato originale di tutte le fedi. La convinzione di avere in mano verità assolute. Di essere nel giusto sempre. Basta rispettare dogmi e dottrine. D’altra parte il dubbio non si addice alla fede. Sul dubbio si regge l’inquietudine dello scienziato non l’appagata serenità del fedele.

Ciononostante, i social media non sono solo una nuova soluzione tecnologica equivalente all’editoriale sul quotidiano o al sermone televisivo. L’interattività e l’uguaglianza formale degli interlocutori non ha precedenti nella storia dei media.

Parlare con chi può risponderti e diffondere ciò che dici, sconfessare le tue tesi ed esporti al pubblico ludibrio, amplificando in poche ore la sua voce fino a farla diventare un urlo. Tutto questo è molto diverso dalla predica domenicale. La Rete non è un altare. Ma soprattutto chi parla non ha la verità in mano. Chiunque può obiettare. L’assenza fisica e la virtualità, inoltre, disinibiscono anche chi in chiesa non si alzerebbe mai per dire “Monsignore ma che diavolo dice?”. Staremo a vedere come se la caverà il Ravasi blogger.

Nel frattempo però un primo tema da suggerirgli ce l’ho. Sembrerebbe che la maggior parte dei rosari che si vendono in giro per il mondo, anche nei negozi vaticani, vengano prodotti per un tozzo di pane da donne albanesi altrimenti indigenti. Le albanesi sono solo le più vicine. La Laurentana di Cuserculi sostiene di aver delocalizzato anche in Ecuador, Romania. Cina. La rete dello sfruttamento utilizzerebbe loschi figuri come un certo Frizz, personaggi al limite dell’illegalità che recluterebbero sul territorio le lavoranti.

Con questo non voglio asserire che il committente sia il Vaticano. Ma certo è che, se Jovanotti dovrebbe controllare meglio come vengono allestiti i suoi palchi e il rispetto della 626, il Monsignor blogger potrebbe trovarsi a rispondere a qualche osservazione scomoda.

E si sa, il web 2.0 non risponde necessariamente “io credo”.


2 responses to “Santa Madre Chiesa e il social media marketing

  • MIRELLA

    PERCHE’ …. PERCHE’…. SOLO DEGLI UOMINI CON I PARAMENTI HANNO LA PRETESA DI AFFERMARE: ” SANTA MADRE CHIESA” ……… LA STORIA INSEGNERA’ PUR QUALCOSA ALLE GENTI…….

    • Tengri

      Perdona Mirella Ma penso che né io né gli altri lettori di questo blog abbiamo capito bene cosa intendi.Magari se puoi argomentare meglio … altrimenti rischi di essere fraintesa

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