Sogni

Mio cugino Andrea. Non lo vedo da anni. Ma ha un donna diversa. Capelli biondi ricci misti alle prime ciocche bianche. Trasandata. Lui mi si avvicina. Lei è in disparte. Mi dice che ora insegna alla scuola alternativa di Vasco Rossi. Insegna cose come spegnere la luce, usare poco il riscaldamento, riutilizzare oggetti dismessi ma ancora funzionanti. La donna con cui stava prima lo cerca. Capisco che è scappato. Ma che è risolto a trovarla per mettere fine alla cosa. Ma non mi dice come. La sua nuova compagna lo appoggia.

Siamo in una sala spoglia. Con le pareti scure. Moquette azzurra in terra. Disegni di bambini sulle pareti. In uno di questi uno stano falco con un tatuaggio sulle ali aggredisce una tigre. O qualcosa di simile. Un felino comunque. Intorno a noi ciotole di popcorn. Andrea mi dice che torneranno in una regione della Cina che sia chiama Xing Qi a fare trekking. “Bisogna sbrigarsi”, aggiunge, “C’è poco tempo prima che tutto anche lì venga distrutto. Prima che la gente venga uccisa o compri un televisore”.

Siamo seduti da qualche parte e osserviamo barche di legno che scorrono su un fiume. La corrente è forte e le trascina via rapidamente. Lontano, in mezzo agli alberi, le torri di legno di una civiltà antica. Andrea è sparito. Ma c’è la sua compagna. Non la vedo ma so che c’è. Sulle barche pescatori agitano le braccia. Poi svaniscono nel bianco delle rapide. Le racconto i miei giri in Amazzonia. Rurrenabaque. La discesa del Tuichi. Il Rio Maranon e la grande capanna degli Aguaruna.

Buio. Spiragli di luce fra le fessure della serranda. Lo pistone del camion della mondezza sbuffa stanco di fare su e giù. Sono sveglio. Nella mia camera. Sono le 4.50. Mi giro. Lei dorme. A pancia su come al solito. Il viso disteso  così raro in questi mesi di dolore incessante. Quando la guardo la mattina presto sono felice perché so che il dolore non c’è. E lei è serena.

Mi rotolo un po’. Cerco il sonno che già so di non trovare. Cerco i pensieri del torpore che spegne i rumori del giorno. Ma niente. Mi alzo.

Perché quel cugino che non vedo da anni? Che c’entra Vasco Rossi – che fra l’altro non sopporto – con una scuola “alternativa” in cui si insegna ai bambini a non sprecare? Perché proprio la Cina? Perché quel nome? Proprio quello. E una regione che magari nemmeno esiste? L’Amazzonia me la spiego di più. Mi manca quella vita. Mi manca il contatto con gente diversa. Mi manca l’avventura della scoperta. Mi manca la vita con niente fra alberi, torrenti e notti popolate dalle grida degli animali. Mi manca ma ho scelto io un’altra vita. Ho scelto io la scorciatoia più facile. Ho smesso io di combattere per realizzare il mio sogno.

Sogni.

Dormo poco. Alle volte male. Ma sempre più di rado. Quando dormo, dormo profondamente e forse per questo mi bastano poche ore. Raramente al mattino mi ricordo i sogni.

Qualche volta ho detto a qualcuno “io sogno raramente”. Mi hanno corretto. In realtà sogniamo tutti e sempre. Nel senso che il cervello durante il sonno produce reazioni chimiche che alla nostra lettura di uomini appaiono come immagini, suoni, voci. In due parole “esperienze sensoriali”. E quelle esperienze sensoriali sono così vivide a volte che al passaggio fra il sonno e la veglia ci viene voglia di controllare che tutto fosse veramente finto. E alle volte lo facciamo.

Quando morì mio nonno sognavo costantemente di incontrarlo per strada. Camminava barcollante con quell’incedere incerto degli ultimi anni della sua vita. Si toccava la fronte come se si fosse dimenticato qualcosa. Mi incrociava sul marciapiede sotto casa sua ma procedeva come se non mi avesse visto. Lo chiamavo. Una, due volte. Ma non mi sentiva. E spariva nel portone. Anni dopo, per celebrare il novantesimo compleanno di mia nonna, ho tirato fuori il VHS di un cortometraggio che girammo con lei protagonista. Mio nonno compariva nell’ultima sequenza fra la gente sfrattata dalla padrone di casa che mia nonna impersonava. Assurdo! In quelle immagini mio nonno faceva gli stessi gesti del mio sogno. Sul set avevo io in mano la cinepresa. E lui mi veniva incontro. Poi mi passava e spariva nel portone.

Che meraviglia il nostro cervello! Quelle immagini depositate in qualche partizione del mio hard disc neuronale per anni e rilasciate al momento giusto per dare vita a un desiderio. Per renderlo ancora più verosimile proprio in quanto simile al vero. A qualcosa di già successo che crea la ridondanza. Il deja vu.

In molti hanno tentato di riprodurre attraverso le arti questa libera associazione di esperienze sensoriali. Me ne vengono in mente due. Il film “Sogni” di Akiro Kurosawa e “Finnegans Wake” uno dei capolavori di James Joyce.

Il primo lo vidi quando uscì. Ricordo immagini qui e là. Come quelle che ti rimangono nella testa al risveglio. E mi piace che sia così. Il pescheto. L’olocausto nucleare. I quadri di Van Gogh. La vita stessa di Kurosawa smontata in stralci di luce e colori e rimontata attraverso narrazioni a volte allucinate, a volte sobrie ed essenziali. Quello che succede durante il sonno. Destrutturiamo la realtà e la ricomponiamo in modo originale. Senza più le regole che normalmente la governano. Cadono le prospettive. La gravità non esiste più. Prima e dopo sono uguali, invertibili, trascurabili. I particolari diventano il tutto, e il tutto sparisce.

Il libro di Joyce, invece, rappresenta un tentativo ancora non concluso. Lo iniziai a leggere all’università. In inglese ovviamente, visto che per lungo tempo fu considerato intraducibile. Non sono mai riuscito a finirlo. Un consiglio per chi non ci avesse mai provato: desistete. In sostanza si tratta di un esperimento letterario in cui, attraverso l’utilizzo delle parole e della tecnica dello stream of conciousness (flusso di coscienza), l’autore tenta di narrare la storia dell’umanità mentre questa si svolge in modo allegorico all’interno del sogno del protagonista. Già detto così è complesso. Leggerlo è meraviglioso ma necessita di motivazione – molta – e amore per la letteratura sperimentale.

L’arte però è qualcosa che l’uomo concepisce durante la veglia. Riprodurre attraverso di essa qualcosa che avviene mentre dormi è per definizione destinato al fallimento. Ti puoi avvicinare. Puoi tentare di suggerire e accennare a ciò che avviene mentre secrezioni ormonali e neuroni interagiscono quando la coscienza è assente. Ma riuscirci è pressoché impossibile.

Forse in futuro inventeranno un registratore video dei nostri sogni e allora la tecnologia sostituirà i tentativi dell’arte.

Fino ad allora i sogni rimangono i nostri spazi di sana anarchia. I luoghi i cui esercitiamo una strana forma di libertà. Quella incosciente. Nel senso di libertà in assenza di coscienza. In cui pezzi della nostra vita da svegli vengono smontati e rimontati costruendo nuovi significati. O semplicemente in maniera analogica, senza che l’accostamento sia necessariamente ricerca di senso. Durante il sonno uccidiamo i nemici senza preoccuparci dell’ingiustizia dell’omicidio. Amiamo uomini e donne diverse da quelli con cui condividiamo la vita. Possediamo ciò che da svegli non abbiamo. E viceversa. Osserviamo un mondo privo della logica della veglia e non ci meravigliamo. Nei sogni sperimentiamo un individualismo spietato e privo di regole. Siamo noi a decidere. Ma non il noi cosciente. Un noi che decide senza scegliere. Che si muove o sta fermo in base al solo desiderio di farlo. Nei sogni quasi tutto è presente e qui. Le emozioni dei sogni sono assolute. Spesso esplodono e ti svegliano tanto sono forti. Le immagini rimangono sepolte nel sonno ma le emozioni riescono a passare la soglia della veglia e rimangono con te.

Le emozioni. Una cosa così eterea e intangibile. Eppure rappresentano il nesso fra questi due momenti del noi.

In molti hanno provato a spiegare i sogni. A interpretarli. Nessuna di questi tentativi mi convince fino in fondo. O forse di tutti mi convince qualcosa.

Certo è che non sarà un caso se in quasi tutte le lingue la parola “sogno” indica due cose ben precise. Da una parte ciò che il nostro cervello produce di notte. Dall’altra ciò che desideriamo con tutte le forze.


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