I partiti servono alla democrazia?

In questo inizio di settimana piovoso cerco idee per pensare e scrivere qualcosa che non abbia a che fare con il Governo Monti. O con la crisi. O con gli Apple Store pieni di idioti che fanno i debiti per comprare regali di Natale.

Ma non ce la faccio.

E allora sfoglio l’anestetico delle coscienze per eccellenza. Un po’ perché mi tocca, un po’ perché sapere come funzionano i media mainstream è importante per interpretarne i messaggi o semplicemente voltare pagina. La Repubblica, infatti, è sempre piena di succulenti ovvietà. Spunti interessanti per chi si studia le modalità attraverso le quali le menti vengono formate ed eterodirette verso comode verità indiscutibili.

Oggi il quotidiano ospita un articolo a firma Gusavo Zagrebelsky. Giudice costituzionalista. Persona seria che generalmente dice cose interessanti, anche quando non condivisibili. Uomo di parte. Con lo sguardo rivolto verso la sinistra istituzionale.

Ma veniamo al succo del suo articolo. Sostiene Zagrebelsky che dal punto di vista costituzionale l’incarico a Monti non fa una piega. L’iter normato dalle leggi e dalla Costituzione è stato osservato alla lettera. Ma dal punto di vista della sopravvivenza della democrazia cosa sta succedendo? Cosa ne sarà dell’assetto istituzionale del nostro Paese una volta che anche la parabola di Monti arriverà a conclusione?

I partiti vivono una contraddizione. Da una parte sono i garanti della sopravvivenza del Governo. Sono loro che avallano a colpi di maggioranza le sue proposte. E diversamente non possono fare in questa fase. Dall’altra parte cercano di salvarsi la faccia. Usando distinguo rituali da riciclare al momento delle prossime elezioni.

Secondo Zagrebelsky questo potrebbe ingenerare nei cittadini quel rigurgito di antipolitica – parola abusata e vediamo dopo come – che potrebbe far pensare che i partiti non servano poi a molto. Che di fatto un governo di tecnocrati che usufruisce di un sì blindato da parte della politica rende i partiti superflui per l’esercizio della democrazia.

Per il giudice costituzionale questo suona come una sorta di abominio. Esempi del passato testimonierebbero cosa succede quando la rappresentanza partitica si ritira a favore di esecutivi super partes di tecnocrati.

Nel mondo ideale sarei d’accordo con Zagrebelsky. Se vivessi in alcuni paesi del nordeuropa dove etica e responsabilità sono ancora parte della job description dell’homo politicus se ne potrebbe discutere. Ma sono nato e vivo in Italia. E questo fa la differenza. Questo rende l’articolo di Zagrebelsky un bell’assist propagandistico al sistema para-mafioso della Cricca. Zagrebelsky è sicuramente in buona fede. Ma parafrasando Moretti “i luoghi sono importanti”.

Antipolitica. Inizio da qui. Con questa parola – in maniera molto scorretta – si sono messe insieme capra e cavoli. Si definiscono oggi con il termine antipolitica tanto il becero qualunquismo delle masse da centro commerciale, che non sanno nemmeno cos’è una banca d’investimenti, quanto dissidenti informati e seri che propongono alternative discutibili ma al di fuori della rappresentanza dei partiti. Con i primi non sono quasi mai d’accordo. Dei secondi inizio a sentirmi parte. E, scendendo nel significato etimologico delle parole, li definirei più Antipartitica che Antipolitica. La politica e l’arte di governare la polis. E per chi è governato è quella di parteciparvi attivamente. Un dissidente che non si riconosce in nessun lacchè dell’arco parlamentare fa politica molto di più dei membri della Cricca che scaldano gli scranni del Parlamento a fronte di oscene indennità e di indegni rimborsi elettorali.

Diciamo quindi che per quanto mi riguarda ben venga l’antipartitica, unica linfa vitale della pseudo-democrazia.

E con questo vengo ai partiti.

Anche qui l’assoluto di Zagrebelsky mi sembra fuori luogo. E’ indubbio che in certi frangenti storici i partiti politici hanno rappresentato il collettore di istanze, ideali e necessità di importanti fette della popolazione. E’ indubbio che ciò avviene soprattutto a seguito di momenti in cui la libertà di aggregazione viene pesantemente meno. Ma non mi sembra questo il problema della nostra attualità storica. Trovo la reiterazione dei ritornelli resistenziali non solo fuori luogo ma anche pericolosa. Sostenere che i partiti hanno rappresentato la grande svolta democratica che ha segnato la cesura fra le negazioni liberticide del fascismo e le meraviglie della Prima Repubblica sarà pure vero dal punto di vista storico, ma oggi secondo me è addirittura pericoloso. Vedo e sento gente recitare a memoria questa frasi fatte fermandosi lì. A una certezza che diventa dogma. Che non viene più messa in discussione e che preclude quindi qualunque miglioramento.

I partiti che abbiamo di fronte oggi sono cosa ben diversa e rappresentano la fase ellenistica della pseudo-democrazia. Mi spiego. Ogni ordinamento civile, economico, sociale, attraversa una fase “pre-classica” durante la quale si sviluppa, una “classica”, durante la quale raggiunge il proprio apice e una “ellenistica”, durante la quale il declino porta all’emergere delle contraddizioni e all’esaurirsi di quell’ordinamento. Durante la fase ellenistica si assiste in genere a un’opera continua di “rattoppamento” di falle, corsa ai ripari, emergenza strutturale, errori grossolani. In sostanza i colpi di coda del gigante che muore.

Ecco. Non ci vuole certo un sociologo esperto per capire in che fase si trova la storia dei partiti politici italiani. Basta guardarsi intorno. Ascoltare l’assurdità delle dichiarazioni. Osservarne i comportamenti completamente contraddittori a distanza di settimane. Le azioni opportunistiche che contravvengono totalmente al mandato elettorale. La necessità di sensazionali affermazioni programmatiche, sempre ritirate in fase di attuazione. La linea sempre più sottile che separa i comportamenti normali da quelli illeciti e illegali.

Insomma, nel nostro sistema pseudo-democratico, i partiti rappresentano la malattia, non la cura. Si tratta ormai di organizzazioni poste a garanzia degli interessi di piccoli gruppi di potere. Che rispondono alle abili pressioni di lobbisti di mestiere che sanno come far inserire quella frase lì e quell’altra là per assecondare in tornaconto di quel gruppo industriale o di quella cordata di speculatori. La delega che ricevono dai cittadini viene richiesta su pagine incomprensibili di programmi elettorali sintetizzati in maniera propagandistica dai media. Poi, una volta eletti da folle orientate più dalla fede calcistica che dal ragionamento deduttivo, usano il mandato per riceverne un altro. Gli americani dicono che i loro presidenti lavorano 4 anni per essere rieletti e altri 4 per trovare qualcosa da fare dopo. Ecco, da noi è anche peggio.

Ma c’è un aspetto che secondo è più negativo di altri. Aiutati dai media ufficiali, i partiti inscenano giornalmente una farsa molto elaborata per instupidire e addomesticare i cittadini. Gli uni contro gli altri fingono di proporre soluzioni alternative. Ma è sufficiente osservare gli ultimi 25 anni di storia politica Italiana per rendersi conto di come si tratti semplicemente di una versione molto sofisticata della scena del poliziotto buono e di quello cattivo.

In sostanza la mia opinione è che stanti i fatti sono i partiti ad avere bisogno della democrazia non il contrario. Senza la procedura di ratifica popolare – le elezioni – la Cricca non sarebbe più legittimata a esercitare alcun potere. Ogni tornata elettorale – che nel mondo ideale rappresenta la garanzia del ricambio dei rappresentanti – assume nel nostro Paese le sembianze di un vuoto rituale che riconferma con un plebiscito il potere dei soliti governanti.

Forse la pseudo-democrazia egemonizzata dal sistema della delega elettorale è ormai roba superata. Quello che continuiamo a esercitare è l’accanimento terapeutico nei confronti di un paziente che dovremmo solo lasciar morire. Muoiano dunque questi partiti. E muoia serenamente la figura del politico di professione. E’ necessario e urgente trovare altri meccanismi per rendere più vicini rappresentante e rappresentato. E nel farlo evitare la costituzione di organizzazioni chiuse, sclerotizzate e basate sul servilismo nonnista di stampo militaresco come i partiti politici.

Non ho la bacchetta magica e non so come si possa fare questa cosa. Forse non è nemmeno possibile. Io infatti i miei dubbi li ho.

Sostengo da tempo che la democrazia sia di fatto irrealizzabile se non per gruppi medio piccoli. E che l’unico ordinamento possibile per l’umanità affollata sia quello caratteristico degli insetti. Ovvero un alternarsi continuo fra monarchie illuminate e il caos perenne di un regime oligarchico-elettorale che in assenza del monarca dà sfogo alla guerra intestina degli interessi. L’oligarchia fatta da politici e gruppi d’affari che si sostengono a vicenda usa i media per la propaganda e gli elettori per la legittimità. Ma prima o poi il caos e il conflitto dei vari interessi porta dritto all’implosione.

A quel punto si apre una finestra durante la quale o si sperimentano nuovi ordinamenti o si apre una nuova via al monarca illuminato.

Sia chiaro, per monarca illuminato non intendo solo quello di tradizione dinastica ottocentesca. Ma anche il semplice dux di romana – e non fascista – memoria. L’eroe salvatore che i rappresentanti del popolo chiamano a governare nell’emergenza più buia.

Siamo già in questa fase? Monti è il dux romano del III millennio? Si apre una fase in cui sperimentare nuovi ordinamenti?

Chissà. A differenza di Zagrebelsky non ho tutta questa fiducia nella capacità di analisi politica della maggior parte degli italiani. Penso che dopo Monti sarà il turno di una nuova farsa elettorale in cui i tifosi delle squadre in campo si sentiranno chiamati in causa per “salvare le sorti della nazione”. E come pecore educate torneranno ai vari ovili, rieleggendo i soliti PD con o senza la L.

Perché se non è vero che ogni ottimista è sciocco. Si può senza dubbio dire che ogni sciocco è ottimista🙂


2 responses to “I partiti servono alla democrazia?

  • laBriiiii

    Interessante questa analisi. La condivido appieno, anche se ai partiti politici, autodelegittimatisi dal proprio ruolo nell’ambito di una società demo(S)cratica, aggiungo i sindacati. Pari dignità ad entrambi, dunque!
    Ma questa è storia vecchia…

    • Tengri

      Grazie per il tuo commento. Beh chiaro … soprattutto in Italia le holding della finta rappresentanza (per favore non chiamiamoli sindacati che quella è roba seria) sono anche peggio dei partiti. Sono infatti pochi quelli che ancora si possono chiamare sindacati e di certo non sono quelli che siedono ai tavoli delle trattative.
      Ho scelto di parlare solo dei partiti per non rendere troppo dispersivo il post. Ma è chiaro che la logica è la stessa. Anzi forse, nel caso di quelli che dovrebbero essere i rappresentanti delle istanze dei lavoratori, la cosa è ancora più grave.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: