L’unico modo di salvare l’Europa è distruggere l’euro

Se lo dicessi io sarebbe fin troppo facile rispondere “ma che cazzo ne capisci tu”. E invece stavolta ho semplicemente applicato la proprietà riflessiva a un articolo di un sedicente foglietto rosa sovversivo e ribellista: il Financial Times.

Contando che il FT è uno dei massimi organi di propaganda dell’attuale sistema economico-finanziario che governa trasversalmente la politica, direi che si tratta del lupo che, leccandosi i baffi, parla delle pecore. Insomma, fuori metafora, qualcuno che dal proprio punto di vista è molto esperto dell’argomento.

Il pezzo esce a firma di Wolfgang Munchau, editorialista associato del quotidiano finanziario anglofono e presidente di uno di quei think tank che fanno analisi e consulenza economica finanziaria. Ma che poi invariabilmente, a un certo punto, iniziano a puzzare di lobby. Parlo di Eurointelligence.

Il titolo è appunto The only way to save the eurozone is to destroy the EU. Ovvero, al capitalismo finanziario e agli speculatori che si ingrassano le tasche a suon di euro farebbe comodo che l’Europa politica fosse definitivamente cestinata. E che sopravvivesse invece l’eurozona, ovvero l’insieme di paesi che condividono la moneta unica. Le due entità infatti non coincidono e questo, all’interno dello stesso orizzonte europeista, crea un’anomalia non da poco. Uno di quelle pieghe all’interno delle quali si muovono in genere lobbisti, gruppi di affari, sedicenti investitori e via dicendo. Ma visto che  a me interessano più le genti, i popoli, l’Europa in questo senso, preferisco che a precipitare sia l’eurozona. Abolendo l’euro e puntando a un’Europa diversa che superi e integri i nazionalismi in nome di esigenze diverse da quelle delle Banche di investimento. Da qui l’inversione degli addendi nel titolo.

Ma vediamo cosa dice Munchau (estratti e traduzione miei):

“Attualmente ci sono due crisi. Una crisi non risolta dell’eurozona e la crisi dell’Unione Europea. Delle due la seconda è potenzialmente la più seria. L’eurozona potrebbe o no collassare. L’Unione Europea collasserà sicuramente. La decisione dell’eurozona di sorpassare la cornice legale dell’Unione Europea e di stabilire il carattere dell’unione fiscale in un trattato multilaterale alla fine produrrà questa rottura”.

“Scrissi in ottobre che i problemi non sarebbero stati fra eurozona e paesi esterni a essa ma all’interno dell’Unione Europea. L’unione fiscale non risolverà la crisi. Focalizza infatti su argomenti sbagliati, soprattutto la disciplina fiscale, che non è la ragione per la quale la crisi si è diffusa ad esempio in Spagna o Belgio”.

“Perché l’unione monetaria sopravviva, l’unione fiscale, concepita in modo unilaterale, dovrà diventare più efficace. […] Dovrà creare il suo mercato interno, dentro a quello esistente. Dovrà sviluppare un mercato finanziario altamente integrato con un solo ente supervisore. […] l’eurozona e l’UE saranno in permanente conflitto su questioni politiche e legali”.

“In un modo o nell’altro il conflitto porterà a una rottura dell’UE”

L’autore poi ricorda che nessuno può essere espulso dall’UE ma che il nuovo trattato di Lisbona permette di recedere. Ciò ovviamente significa che gli indesiderati verranno, come dire, suicidati.

“Il Consiglio Europeo di giovedì, [attriti fra Cameron e l’asse Merkel-Sarkozy] ha dimostrato che un’unione monetaria non può coesistere con un gruppo permanente di non-membri uniti da legami di carattere amministrativo legale [leggi eurozona e UE]. Le istituzioni e i trattati europei si sono dimostrati insufficienti a gestire l’unione monetarie e totalmente disastrosi nel caso della crisi economica”

“Gli ultimi sviluppi confermano la mia tesi che l’unico modo di salvare l’eurozona è quella di distruggere l’UE. Ma probabilmente i governi europei finiranno per distruggere entrambe“.

Visto che la guerra civile nel primo mondo si combatte a colpi di spread, direi che siamo quasi. Se già non ci siamo dentro definitivamente. Come in una guerra “vera” i popoli europei subiranno le privazioni, le indigenze, le povertà. Mentre governanti e possidenti si fregeranno le mani mentre aumentano i caduti. Questo a meno che non venga tempestivamente individuata una direzione diversa. Ma si sa, quando il conflitto è avviato tornare indietro o superarlo è quasi impossibile. Servono le pile di cadaveri per muovere le coscienze. Ma soprattutto serve l’implosione del meccanismo del profitto. Chi ci guadagna deve smettere di guadagnarci, o la guerra non termina mai. La distruzione dell’eurozona e la cancellazione dell’euro potrebbero rappresentare lo shock necessario per dare nuovo impulso a un sistema ormai sclerotizzato.

Certo è che pensare alle fanfare con cui Prodi e D’Alema scrissero e propagandarono la lapide della lira fa un certo effetto. Il primo preparò il terreno e l’altro appose la firma. Trasformandoci per sempre in uno stato satellite della Germania dell’allora Cancelliere Kohl. Il marco veniva cambiato 1:1 con l’euro e l’Europa meridionale precipitava negli anni più oscuri della propria storia.

Un incubo trasformato nella realizzazione di un sogno. Un omicidio celebrato come una nascita. Gli storici del futuro avranno di che accapigliarsi.


2 responses to “L’unico modo di salvare l’Europa è distruggere l’euro

  • Federico Pellettieri

    43. Speculazione finanziaria e crisi dell’eurozona
    Nell’attuale crisi finanziaria non si è molto parlato della speculazione quale uno dei suoi fattori determinanti: invero, anche se è fuori dubbio che detta crisi abbia ragioni più complesse, è innegabile che il ruolo svolto dall’attività speculativa non è da ritenersi del tutto secondario, tanto da dimenticarlo del tutto, come, a volte, accaduto.
    Al fine di metterne in evidenza, soprattutto sul piano morale, i suoi deleteri effetti, è opportuno svolgere alcune preliminari considerazioni sull’attività speculativa in generale.
    La speculazione può sinteticamente definirsi come l’attività economica diretta all’acquisto o alla vendita di un determinato bene al solo fine di ricavarne, sulla base di previsioni puramente soggettive, in un momento successivo e con un’operazione inversa, un profitto a seguito dell’incremento o decremento di valore rispetto a quello dell’operazione iniziale: non è pertanto da considerarsi speculatore chi, dopo aver acquistato un bene per detenerlo, successivamente ne vede accrescere il suo valore.
    Per quanto attiene, in particolare, alla speculazione finanziaria, quella cioè che si svolge nell’ambito dei mercati finanziari, va subito notato come detta attività speculativa si avvalga anche della possibilità di agire “allo scoperto”: in tal caso l’operatore vende strumenti finanziari che non possiede ovvero li acquista, senza disporre delle somme occorrenti.
    Sull’attività dei mercati finanziari, Benedetto XVI ebbe a dire (Enc. “Caritas in veritate”, n. 36): “la Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale…. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ‘ipso facto’ la morte dei rapporti autenticamente umani. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così, si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dall’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità sociale”.
    L’attività speculativa finanziaria nel corso degli anni si è avvalsa di tecniche e strumenti sempre più raffinati, tutti finalizzati solo al conseguimento di profitti sempre più elevati, determinando un sempre maggiore allontanamento del mercato dall’economia reale e dalla morale: a quest’ultimo proposito è sintomatico ricordare che nel 1997 due matematici ottennero il premio Nobel per l’economia per aver messo a punto un modello economico moltiplicatore di perdite e guadagni utilizzato da un noto fondo speculativo.
    Così, con il progredire delle tecniche dei vari strumenti finanziari si è pervenuti all’elaborazione di sofisticati prodotti come, per esempio, i c.d. “prodotti derivati” i quali, nati in un primo tempo come strumenti di copertura di rischi (in particolare, quelli di cambio), sono stati successivamente usati prevalentemente come strumenti speculativi, soprattutto per l’effetto moltiplicatore connesso alle particolari modalità operative che consentono di assumere rischi molto elevati impiegando limitate risorse.
    Al riguardo, al fine di avvalorare l’affermazione di Benedetto XVI, secondo cui “non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo”, il quale riesce “a trasformare strumenti di per se buoni in strumenti dannosi”, basti considerare, sempre in tema di prodotti derivati, la notevole differenza che intercorre, nel ricorso a detti strumenti, tra il fine assicurativo di copertura del rischio di cambio (fisiologicamente perseguito con detti strumenti) ed il fine esclusivamente speculativo, nel quale l’interesse dell’operatore non è quello di avere a disposizione, ad una certa data, una determinata quantità di valuta ad un certo prezzo, ma solo quello di lucrare un profitto dalla compravendita del derivato.
    Un esempio chiarirà meglio il concetto ora espresso. Nel contratto di assicurazione contro il rischio di incendio, l’assicurato assicura un proprio immobile nei confronti di tale evento dannoso e, pertanto, incasserà l’indennizzo ove detto evento si verifichi; non è pertanto consentito stipulare un’assicurazione contro tale rischio che abbia per oggetto un immobile che non appartenga all’assicurato: in questo caso quest’ultimo avrebbe tutto l’interesse al verificarsi dell’evento dannoso che potrebbe spingerlo anche a provocarlo. Nella finanza quest’ultimo limite non esiste: così gli speculatori, utilizzando legittimamente gli strumenti offerti dal mercato, possono scommettere al ribasso su di una determinata impresa nella quale non hanno alcun interesse e che obbiettivamente versi in precarie condizioni, come se si fossero assicurati contro il suo fallimento ; è evidente che se i titoli di quell’impresa continueranno ad andare sempre peggio ciò si risolverà a tutto vantaggio degli speculatori i quali, a causa dell’enorme mole raggiunta da tali strumenti (che alcuni stimano globalmente dell’ordine di grandezza del Pil dell’intero pianeta), avranno anche a loro disposizione i mezzi sufficienti per intervenire sul mercato, deprimendo ancora di più il valore dei titoli in questione. Tutto ciò comporta, da un lato, il progressivo allontanamento dell’economia reale dal mercato che diventa sempre più solo virtuale, ove tutto ruota intorno ad una ricchezza artificiale cui non corrisponde una ricchezza reale, e, dall’altro, la separazione tra giudizio morale ed un’economia sempre più individualista ed utilitarista: lo speculatore, infatti, spinto solo dal suo tornaconto personale nel conseguimento di un immorale profitto, non si avvede (ovvero, finge di non avvedersi) che al suo guadagno corrisponde necessariamente una perdita subita da qualche altro soggetto, anche se indeterminato; ed è, forse, questa indeterminatezza a fornire allo speculatore un alibi, anche se assolutamente inconsistente, al suo modo di operare.
    A quest’ultimo proposito mi ricordo di aver sentito in televisione un’intervista con una ragazza di “buona famiglia”, la quale, all’insaputa dei genitori, vendeva su internet immagini del proprio corpo in pose decisamente pornografiche: all’esplicita domanda sulla correttezza morale di una simile attività, la ragazza, candidamente, rispose di ritenersi a posto con la propria coscienza, dato che tali immagini venivano vendute tramite un intermediario che le garantiva la loro diffusione, in maniera assolutamente anonima ed a clienti residenti in zone lontane dalla propria, e che, pertanto, lei non avrebbe mai frequentato o conosciuto!
    La speculazione finanziaria è da alcuni fondatamente ritenuta la peste del ventunesimo secolo per i suoi effetti devastanti, soprattutto quando ad essere presi di mira non sono singole imprese, ma, addirittura, interi Paesi, che versano in difficoltà economiche, deprimendo il corso dei rispettivi titoli del debito pubblico, come di recente sta accadendo: a tutto questo si aggiunga la presenza di Agenzie di rating, società private la cui attività (esercitata, di fatto, in regime di monopolio) è quella di esprimere valutazioni su detti titoli (che incidono pesantemente sul loro corso), sulla base di analisi non sempre affidabili a causa di conflitti di interesse sussistenti con altri soggetti, come l’ISDA Inc. (International Swaps and Derivatives Association), società consortile degli operatori in prodotti derivati.
    La spinta a conseguire facili guadagni attraverso una simile attività speculativa appare, comunque, davvero irresistibile, tanto che la tentazione di avvalersi degli strumenti offerti al riguardo dal mercato coinvolge anche banche e banchieri, di un’apparente ineccepibile moralità, confondendo detta attività speculativa come vera e propria forma di investimento: non stupì più di tanto, quindi, il fatto (riportato da tutta la stampa nazionale ed internazionale) che la stessa Banca d’Italia, tramite l’Ufficio Italiano dei Cambi, alla fine degli anni ’90 aveva “investito” oltre 400 miliardi delle vecchie lire in un fondo speculativo americano (L.T.C.M.) che operava, appunto, in prodotti derivati, speculando su vari titoli, non esclusi anche quelli del debito pubblico italiano.
    Con riferimento all’attuale crisi finanziaria, è a tutti ben noto che ad essere in prima linea presi di mira dalla speculazione (anche se, giova sempre ripeterlo, non può certo quest’ultima essere ritenuta la causa esclusiva della crisi) sono soprattutto i titoli del debito pubblico di Paesi che versano in notevoli difficoltà economiche e finanziarie: anche se, come si è visto, si tratta di un mercato essenzialmente “virtuale” le conseguenze dannose si realizzano realmente. L’artificiosa depressine dei corsi, infatti, inevitabilmente induce i portatori di detti titoli a disfarsene con reali inevitabili massicce vendite che non fanno altro che determinare un progressivo ed inesorabile abbassamento del loro valore; ciò comporta un corrispondente innalzamento dei tassi di rendimento, con la necessità, da parte dei governi dei Paesi colpiti, di adeguare a tali tassi, sempre crescenti, quelli delle successive emissioni: il tutto si risolve, pertanto, in un immane danno a carico dei Paesi più colpiti dalla crisi che diventano facile preda di questa schiera di speculatori senza scrupoli.
    Assistiamo, pertanto, ad un vero e proprio imbarbarimento del mercato: il mercato non è più il luogo ove avvengono le transazioni finanziarie nel fisiologico incontro della domanda ed offerta, bensì il luogo ove vengono consumate vere e proprie guerre, senza esclusione di colpi; siamo, infatti, ormai abituati a sentir parlare quasi giornalmente di “attacchi” nei confronti di determinati titoli: a fronte di un tale mercato, sembrerebbe facile ipotizzare la via da seguire, impedendo, con apposita normativa, le operazioni di speculazione finanziaria del tipo sopra descritto.
    In presenza, però, della globalizzazione di tutti i mercati mondiali che determina, di fatto, la loro inevitabile interdipendenza, un intervento normativo del genere, per essere valido, dovrebbe essere assunto su base internazionale, dato che non avrebbe alcun effetto se dovesse valere solo per una determinata area territoriale: una tale soluzione resta, però, allo stato attuale, solo un auspicio, dato che timidi tentativi in tal senso non hanno avuto, per ora, alcun seguito, in presenza di forti ed interessate resistenze, senza considerare che gran parte degli strumenti speculativi viene negoziata su mercati non regolamentati. Allo stato, pertanto, la speculazione viene di fatto considerata come un male inevitabile con il quale convivere, anche se, obbiettivamente, tutto ciò potrebbe apparire incomprensibile.
    La bufera finanziaria sopra descritta che ha colpito in maniera particolare l’ eurozona, non ha, purtroppo, risparmiato anche il nostro Paese: in questo caso la speculazione ha trovato terreno fertile oltre che nelle obbiettive difficoltà economiche nelle quali versa il Paese, anche a causa del gigantesco debito pubblico che, tra l’altro, risulta in mano estera per circa il 50%.
    Per uscire fuori dal tunnel urgono misure che, innanzi tutto, siano dirette a favorire la crescita economica del Paese e, nello stesso tempo, cerchino di risanare, in qualche modo, l’enorme debito accumulato, oppure, almeno, di renderne più sopportabile la gestione.
    La situazione del nostro Paese, nell’ambito europeo, del resto similare a quella di altri Paesi, determina, però, un innegabile condizionamento nelle scelte: l’enorme debito e la conseguente scarsa fiducia sulla sua solvibilità, elementi su cui essenzialmente fanno leva gli attacchi speculativi, spingono di fatto – anche sulla base di interessate pressioni esterne, fondate essenzialmente su posizioni individualistiche ed egoiste – a privilegiare l’azione rivolta più verso il risanamento che verso la crescita. Si finisce, inevitabilmente, a puntare sulla leva fiscale per recuperare disponibilità che risulteranno, comunque, obbiettivamente inadeguate a conseguire un vero risanamento, imponendo a tutti sacrifici che potrebbero risultare inutili in quanto, appunto, inidonei a conseguire gli effetti desiderati. Infatti, a parte la considerazione che non può sussistere un vero risanamento che prescinda dalla crescita economica, l’aumento del peso fiscale, con un generalizzato impoverimento, determina una contrazione dei consumi che si riflette, poi, sullo stesso risanamento. D’altra parte non appare molto convincente l’affermazione di aver agito con equità nell’imporre sacrifici a carico di tutti, dato che, in ogni caso, il sacrificio che determina una maggiore povertà non è certo paragonabile a quello che determina, invece, solo una diminuzione di ricchezza; l’equità impone, infatti, in particolari condizioni, di dover escludere dai sacrifici chi obbiettivamente non è più in grado di sostenerli, al di fuori di qualsiasi calcolo ragionieristico sul valore oggettivo dei diversi sacrifici da imporre alla collettività. E’ evidente, a titolo esemplificativo (per quanto banale), che non possa ritenersi rispondente a criteri equitativi sottrarre un pezzo di pane a chi ha solo quello per sfamarsi (esponendolo solo alla disperazione) a fronte della sottrazione di un bel pezzo di torta (anche se di valore decisamente superiore) a chi ha già consumato un lauto banchetto.
    Comunque, il risultato conseguito, in termini di risanamento, a seguito dei pesanti sacrifici imposti alla collettività risulterà sempre assai modesto rispetto alla disastrosa situazione debitoria del Paese, sicché, dopo un possibile iniziale miglioramento della situazione, la speculazione potrà riprendere ad agire come prima, se non si apportano le necessarie modifiche alle attuali regole che disciplinano il mercato e l’emissione di titoli del debito pubblico da parte dei Paesi dell’eurozona, che obbiettivamente danneggiano i Paesi in difficoltà, i quali, come si è già detto, si vedono costretti ad applicare, alle nuove emissioni, tassi sempre più crescenti che, alla fine, risulterebbero non più sopportabili se riguardassero l’intero ammontare del proprio debito: ulteriori inevitabili manovre non potrebbero, infatti, reiterarsi all’infinito.
    Inoltre, al fine di perseguire una corretta, quanto doverosa, informazione della situazione nei confronti di tutti i cittadini, andrebbe chiarito che le varie manovre in atto (ipocritamente presentate come “salva Italia”, come se fossero da ritenersi risolutive a titolo definitivo della presente crisi) invero sono solo finalizzate a conseguire il pareggio di bilancio, per il prossimo anno, tra le entrate e le uscite, comprendendo, tra queste ultime, gli interessi dovuti per il debito pubblico: quasi nulla viene destinato ad una, se pur minima, riduzione dell’ammontare del debito che, pertanto, resta fermo nella sua enorme dimensione. E’ notorio, poi, che il tasso di interesse che grava sul nostro gigantesco debito (dell’ordine di circa 1.900 miliardi di euro) non solo è di gran lunga superiore a quelli posti a carico di altri Paesi che non si trovano nelle stesse nostre difficoltà (il termine “spread” è diventato fin troppo familiare a tutti) ma è sottoposto a continue ed imprevedibili oscillazioni: avuta presente la circostanza che, mediamente, vengono a scadenza annuale titoli del debito pubblico per circa 300-400 miliardi di euro e che il loro rimborso è possibile solo con nuove emissioni di importo corrispondente, è, purtroppo, facile concludere che, agli attuali tassi, i pareggi di bilancio per gli anni successivi potrebbero raggiungersi solo con nuovi sacrifici, non più sopportabili.
    L’unica vera soluzione, quindi, potrebbe realizzarsi solo pervenendo ad una stabilizzazione ed uniformità dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’eurozona, attraverso un’adeguata revisione dei poteri e delle modalità di intervento della BCE: allo stato, però, questa via appare abbastanza problematica per le note intransigenti ed egoistiche posizioni di alcuni Paesi membri. D’altra parte la necessità di una revisione delle attuali regole emerge con maggiore evidenza se si considera, come da molti ritenuto, che gli “attacchi” speculativi diretti verso alcuni Paesi sono finalizzati a provocare una profonda destabilizzazione dell’euro, attraverso la disgregazione dell’intera area.
    E’ indiscutibile, comunque, che la situazione nella quale versano diversi Paesi del nostro pianeta ed il nostro in prima linea, sia davvero drammatica: non è certo questa la sede per suggerire efficaci strategie, senza alcuna preclusione (1), sul piano essenzialmente tecnico, per superarla; può solo formularsi un’amara considerazione: che, di fronte al complesso degli irresponsabili comportamenti come sopra evidenziati, da parte di vari soggetti senza scrupoli che hanno come esclusivo fine delle loro attività quello di conseguire ad ogni costo un proprio profitto, oppure sono incapaci ad abbandonare egoistiche posizioni individualistiche, appare più che giustificata la profonda indignazione di tutti quelli (appartenenti alle classi più deboli, con i giovani in prima linea) che vedono molto problematico il loro futuro.
    Ritornando al tema specifico della presente riflessione che è quello sulla speculazione finanziaria, che attualmente non solo non è vietata, ma nemmeno in qualche modo regolamentata, va purtroppo ribadito che la globalizzazione ha ulteriormente accentuato la separazione tra economia e giudizio morale: la speculazione, pertanto, resta quasi una normale, naturale ed inevitabile modalità di svolgimento dell’attività dei mercati finanziari, risultando, quindi, quasi fuor di luogo qualsiasi giudizio d’ordine morale sulla stessa. Sintomatica appare al riguardo l’affermazione di un noto banchiere anglo-tedesco (morto agli inizi del secolo scorso), Sir. Ernest Cassel: “quando ero giovane mi chiamavano giocatore d’azzardo, poi cominciarono a chiamarmi speculatore ed oggi dicono di me che sono un grande banchiere: io però ho fatto sempre la stessa cosa”.
    D’altra parte, la stessa Chiesa cattolica, pur prendendo atto dell’affermazione, sopra riportata, di Benedetto XVI, secondo cui “l’economia e la finanza.…possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici”, non sembra che abbia affrontato con la dovuta attenzione lo specifico argomento della speculazione finanziaria. L’unico riferimento, peraltro generico, si rinviene, infatti, nel Catechismo della Chiesa cattolica, ove al n. 2409, nel capitolo riguardante il settimo comandamento (“non rubare”) viene indicata tra gli atti “pure moralmente illeciti” anche “la speculazione, con la quale si agisce per far artificiosamente variare la stima dei beni, in vista di trarne un vantaggio a danno di altri”, senza, inoltre, considerare l’esistenza di strumenti di per se stessi dannosi, in quanto predisposti, per la loro natura, a perseguire esclusivamente fini moralmente illeciti.
    Invero, la speculazione finanziaria come sopra illustrata (sia con riferimento ai sofisticati strumenti usati, come i c.d. prodotti derivati, sia con riferimento agli interventi di organismi, come le agenzie di rating che, a volte, con le loro valutazioni di dubbia affidabilità, alimentano la speculazione stessa) costituisce un gravissimo crimine verso l’umanità e, per la consapevolezza dei danni prodotti da una condotta abitualmente seguita che distrugge la carità nel cuore dei suoi autori, racchiude in sé tutti gli elementi che la fanno rientrare nel concetto di “peccato mortale”, sulla base delle indicazioni fornite dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1854 ss).
    Come uscire, allora, dall’attuale crisi (alla quale contribuisce se pure in parte la speculazione) che sembra coinvolgere sempre maggiori Paesi del pianeta?
    Forse non è azzardato affermare che tutto quello che accade sotto i nostri occhi non accade invano, dato che dovrebbe far emergere la consapevolezza dell’assoluta inconsistenza, da un lato, di ogni illusoria quanto presuntuosa convinzione, da parte dei Paesi in crisi, di poter risolvere da soli i propri problemi e, dall’altro, di un atteggiamento di distacco ed indifferenza, da parte dei Paesi apparentemente più fortunati, verso i primi, per il fondato rischio di contagio. Nella situazione attuale, infatti, da un lato, l’orgogliosa presunzione dei Paesi in difficoltà di poter risolvere da soli i propri problemi con infondate affermazioni di autostima che certamente non possono attenuare l’altrui diffidenza e, dall’altro, l’egoistica indifferenza degli altri Paesi costituiscono una diabolica accoppiata che potrebbe condurre ad un disastroso e globale fallimento, ferme restando le vigenti “regole”.
    In tale complessa situazione appare, quindi, sempre più indispensabile che qualsiasi soluzione tecnica si voglia adottare per risolvere i problemi sul tappeto non possa prescindere, sia pure inconsapevolmente, da un fondamentale ricorso ad un principio di solidarietà cui dovrebbero ispirarsi quanti abbiano a cuore le sorti di intere popolazioni: accade così che, ancora una volta, l’uniformarsi a principi di solidarietà cristiana cui si ispira la dottrina sociale della Chiesa cattolica, risulti, di fatto, utile a trovare idonee soluzioni anche nel settore economico. La solidarietà, comunque, va richiesta, abbandonando orgogliose, quanto infondate affermazioni di autosufficienza : i Paesi in difficoltà, nel chiedere l’aiuto della comunità internazionale, dovrebbero, pertanto, umilmente riconoscere il proprio stato di bisogno che il più delle volte è stato determinato da precedenti politiche economiche molto al sopra delle effettive loro possibilità, rendendosi, nel contempo, disponibili a quei sacrifici, necessariamente complementari agli aiuti richiesti.
    Concludendo queste brevi considerazioni, può affermarsi, pertanto, che, in generale, l’economia esige sempre il rispetto della morale.
    Svincolare l’economia dalla morale significa, infatti, passare da un’economia a servizio dell’uomo all’uomo a servizio dell’economia, tradendo, così, il fine naturale di quest’ultima che dovrebbe essere quello dell’utilizzo delle risorse senza sprechi, perseguendo il migliore sviluppo e benessere da distribuire equamente a tutti.

    (1)Perché, ad esempio (non so fino a che punto, solo provocatorio e, comunque, in assenza di efficaci interventi in sede di Banca Centrale Europea), non ricorrere ad un prestito forzoso, da imporre a patrimoni o redditi oltre un certo importo, corrispondente all’ammontare complessivo (oppure ad una parte consistente dello stesso) dei titoli del debito pubblico in scadenza nei prossimi due o tre anni (in attesa di un’auspicabile ripresa) ?. Al riguardo è da tener presente che la composizione delle attività finanziarie detenute nel 2010 dalle famiglie italiane (pari a circa 3.500 miliardi di euro, con oltre il 40% di tale importo depositato su conti di importi superiori a 50.000 euro) era costituito solo per il 5% da titoli del debito pubblico italiano; per oltre il 40% da obbligazioni private, titoli esteri, azioni e fondi comuni e per il 30% da depositi bancari e risparmio postale. Una simile imposizione neutralizzerebbe, infatti, in detto periodo, ogni effetto derivante dall’attività speculativa, garantendo al Tesoro del nostro Paese una stabilità di tassi passivi sull’intero ammontare del proprio debito: d’altra parte, tale imposizione, equivarrebbe, in sostanza, ad una mini patrimoniale, corrispondente all’ammontare dello spread tra tasso da applicarsi su dette emissioni ed il tasso di mercato, evitando ulteriori necessarie manovre, dato che la manovra testé posta in essere, secondo criteri certamente non equitativi, non sembra abbia sortito effetti rilevanti su detto spread.
    Al riguardo, inoltre, notevoli perplessità possono avanzarsi sulla validità dell’invito rivolto, da parte di qualcuno, alle famiglie italiane di acquistare o sottoscrivere titoli del debito pubblico: se, infatti, la finalità di tale invito fosse quella di produrre una contrazione dei tassi a carico del Tesoro, è evidente che tale effetto non potrebbe mai realizzarsi, sia perché, per tale scopo, occorrerebbero investimenti di enormi dimensioni, sia perché l’eventuale propensione a tale forma di investimento risulterebbe, appunto, condizionata all’offerta di titoli a tassi decisamente superiori a quelli di mercato.

    • Tengri

      Grazie per questo commento argomentato e dettagliato. Devo pero’ confessarti che cercare di moralizzare un sistema che che si fonda sull’amoralita’ mi sembra un controsenso. Preparare generazioni di “capitalisti etici” richiederebbe un secolo. E per allora il mondo sara’ un posto molto diverso.

      Tornando all’esempio molto chiaro della casa e dell’associazione contro l’incendio. Se casa non e’ mia ma guadagno dall’incendio perché non appiccare il fuoco? Una persona socialmente equilibrata lo farebbe solo se spinta dalla disperazione. Un criminale no. Ma un criminale e’ tale perché sospende il giudizio morale. Altrimenti non sarebbe un criminale. E la crinalita’ e’ un fattore costitutivo di tutte le organizzazioni sociali.

      La domanda da farsi e’ come mai esse non viene repressa, ma anzi gode del privilegio della ricchezza. Ma la domanda sarebbe retorica.

      La Chiesa poi farebbe bene a pensare alla propria moralizzazione. Che i trascorsi del proprio istituto finanziario non sono proprio limpidi.

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