Acqua, neve e … ipocrisia

Certo, Comencini avrebbe potuto fare anche su questo una bella commedia all’italiana. Un film come tanti in quegli anni, che avevano il coraggio di stigmatizzare le idiosincrasie e i difetti del nostro popolo. Magari eccedendo. Talvolta rendendo macchietta qualcosa di più profondo e di inserito fra le rughe complesse di un carattere. Ma quasi sempre restituendo ritratti impeccabili dell’italiano medio.

Come ogni anno ormai, quando si avvicina il ponte dell’Immacolata i media ci raccontano delle difficoltà dei gestori degli impianti sciistici. Fa troppo caldo. Non ci sono precipitazioni. Niente neve sui campi. Un disastro per l’economia.

E più se ne parla più, come nel gioco del telefono senza fili, il disastro acquista proporzioni bibliche. A maggior ragione in un periodo di recessione incipiente come quello che attraversiamo.

Il linea di massima avrei già molto da ridire sulla sostenibilità ambientale di uno sport come lo sci alpino. Per il quale sono indispensabili strutture devastanti e opere umane invasive. Per toccare con mano quanto dico basta fare un giro ad agosto sul Plateau Rosa. Orde di cannibali con le assi ai piedi si affollano su qualche chilometro quadrato di ghiacciaio schivando piloni e altri sciatori pur di fare in estate ciò che naturalmente – ma nemmeno troppo – dovrebbe essere fatto in inverno.

Ma anche bypassando queste che potrebbero essere considerate dai più come posizioni estremiste, la questione non cambia di molto.

A causa di alte pressioni sul Mediterraneo e sacche di aria calda africana quest’anno la fine dell’autunno è stata in Italia un po’ più calda del solito. E quindi? Qual è il problema? Che cosa gliene frega a un pianeta che ha miliardi di anni di fluttuazioni di qualche grado nell’arco di qualche decennio? Nulla in linea di massima. Ma all’uomo che lo abita sì. Soprattutto se gestisce un impianto ad altitudini medie. Soprattutto se ad esempio lavora in Appennino.

Giorni fa leggevo su un articolo di Repubblica: “Poca neve, poco fondo sulle piste, che è la speranza di ogni gestore d’impianti di risalita. Molti preferiscono rimandare l’inizio della stazione proprio per assicurarsi una base di neve dura che copra erba e soprattutto sassi fino a primavera, sulla quale cominciare poi a sparare il manto artificiale non appena le temperature lo permettano. È una lotta titanica con il cielo che la tecnologia attuale ha facilitato, i cannoni ad alta pressione permettono la produzione anche con temperature non glaciali. Ma tra il cielo e l’uomo, non sempre vince quest’ultimo”.

E poi “L’assenza di nevicate e le alte temperature, diurne e notturne, che limitano l’attività degli impianti di innevamento programmato, stanno invece ritardando l’apertura degli altri comprensori”.

E’ sui grassetti che vorrei soffermarmi.

La preoccupazione dei gestori sembra non essere solo quella che non nevica. Essa sarebbe circoscritta alla sola creazione del fondo. La preoccupazione maggiore sembra quella delle temperature. Scese, infatti, sotto un certo livello – non glaciale, sic! – i cannoni provvederebbero al resto.

Cannoni. Qualche tempo fa non sapevo nemmeno cosa fossero. Poi ne ho visti alcuni all’opera. Raccapricciante. Fanno un rumore infernale. Utilizzano una montagna di energia per essere alimentati. Ma soprattutto, hanno bisogno di acqua. Tanta acqua. Più la temperatura è alta, più energia è necessaria per la compressione. Più l’umidità è bassa, più acqua è necessaria per comporre una neve artificiale decente per essere battuta e sciata.

In poche parole, anche un analfabeta capirebbe al volo di cosa stiamo parlando in termini di costi ambientali. Se aggiungiamo ai disastri perpetrati per allestire gli impianti quelli necessari a far funzionare i cannoni lo scenario si fa veramente triste.

Alla maggior parte degli sciatori di tutto questo non frega nulla. Anche perché negli ultimi anni i campi si sono riempiti di folle improbabili, con tute firmate e sci all’ultima moda che hanno più a che fare con un centro commerciale di provincia che non con l’ambiente montano. E come tali consumano tutto come si consuma una bibita gassata. Senza preoccuparsi di cosa c’è prima e di cosa resta dopo il loro passaggio.

Ciononostante, fanno tutti parte della gloriosa stirpe italica. Di quell’agglomerato di identità che il 12 e 13 giugno di quest’anno ha votato per la gestione dell’acqua come bene pubblico. Con percentuali oltre il 95% si è detto no all’utilizzo dell’acqua per scopi di lucro. Perché l’acqua è un bene comune e inizia a scarseggiare.

Allora mi chiedo: come si comporterà questo 55% di italiani (più o meno il 95% del 60% degli aventi diritto che ha votato) quando arriverà il fatidico momento di decidere dove andare in settimana bianca? Sceglieranno in maniera coerente stazioni sciistiche dove almeno non si fa uso di cannoni?

Oppure con il classico atteggiamento individualista, arraffone e ipocrita, che siamo soliti contestare ai nostri politici, se ne fregheranno preferendo il soddisfacimento immediato di un capriccio al benessere a lungo termine delle risorse idriche? Principio che sta alla base del loro doppio NO di giugno?

Conoscendo i miei polli, e ascoltando le chiacchiere di alcuni di loro dal vivo, direi con Guzzanti “la seconda che hai detto”.


One response to “Acqua, neve e … ipocrisia

  • alessandro

    E non è nemmeno tutto qui… all’acqua vengono aggiunti additivi inquinanti di cui non si conoscono ancora gli effetti a lungo temine sulla flora e la fauna alpine.

    Per conto mio, ho smesso di andare in pista già anni fa.

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