Matrix: neoliberismo e democrazia

Un nuovo martedì nero delle borse. Da Milano a Tokyo passando per Wall Street vengono bruciate cifre da capogiro. Sembra che a Piazza Affari sai andato peggio solo il giorno del crack di Lehman Brothers nel 2008.

E’ l’1.11.11. Qualcuno potrebbe speculare sull’influenza astrologica dei pianeti allineati in un giorno numerologicamente così particolare. Eh sì, potrebbe! Perché dal mio punto di vista il commento avrebbe la stessa attendibilità di più o meno tutto quello che ho letto in proposito sui media mainstream.

Sembra che gli analisti abbiano individuato la causa del botto finanziario. Papandreou, ovvero l’uomo della BCE ad Atene, aveva annunciato che avrebbe sottoposto a referendum il prossimo piano di lacrime e sangue per evitare il default. L’annuncio, dopo il successivo vertice a Cannes con i padroni d’Europa – e non solo – è ovviamente stato ritirato. Le motivazioni della mossa del leader greco potrebbero essere molte. Da quelle più cospirazioniste a quelle più benpensanti. Papandreou agente degli speculatori finanziari o Papandreou stratega politico abile nel cavarsi da impicci in patria?

Ai fini del discorso che vorrei fare conta poco.

Fatto sta, infatti, che la notizia del possibile referendum avrebbe fatto tremare i polsi ai cosiddetti investitori. Che ormai bisognerebbe chiamare con il loro vero nome. Ovvero speculatori. Ovvero coloro che influenzano le sorti della storia in questo scorcio di inizio millennio. Si investe per produrre profitto per sé stessi ma anche prodotti e servizi per gli altri. Per agevolare (anche inutilmente) la loro vita. Si specula, invece, solo per il profitto fine a sé stesso. Che invece di creare valore (anche discutibile) aggiunto, peggiora le condizioni di un numero crescente di cittadini.

Insomma il passaggio dal neoliberismo economico a quello finanziario ha sostanzialmente spostato l’asse dall’investimento alla pura e semplice speculazione.

Se ce ne fosse bisogno, il caso greco è la definitiva dimostrazione che il capitalismo finanziario ha ben poco a che fare con la democrazia.

E qui ovviamente una parentesi è necessaria. La parola democrazia è ormai una delle più abusate del nostro vocabolario. Se per democrazia intendiamo quella formale, quella che garantisce il suffragio universale, la suddivisione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e un pacchetto di diritti fondamentali garantiti – tutto ciò almeno sulla carta – il capitalismo finanziario è con essa assolutamente compatibile. Tutte le garanzie per i cittadini sono infatti pura speculazione ideologica. E’ questa la democrazia che esportiamo nel mondo per governare gli altri popoli, imbrigliandoli in schemi di governance che conosciamo bene e che possiamo gestire nell’ombra a nostro piacimento e per il nostro profitto.

Se invece per democrazia intendiamo quella sostanziale. Quella etimologica. Quella che garantisce diritti e governa doveri dei cittadini nella pratica, e non solo in teoria. Quella in cui il demos è veramente al potere. Beh fra questa e il neoliberismo finanziario c’è un’incompatibilità di fondo.

Come è possibile infatti che l’esercizio del massimo strumento di democrazia e coinvolgimento popolare possa rappresentare un elemento di instabilità? Se stessimo parlando di democrazie sostanziali, il ricorso a questo strumento dovrebbe attestare la sanità del processo democratico, assicurare i vari investitori che le decisione prese dai governanti sono condivise dai cittadini. E che di conseguenza il denaro investito non verrà sprecato per ungere meccanismi para-mafiosi che si annidano proprio lì dove il consenso non c’è. Per aggirare resistenze, ostacoli, attriti sociali.

E invece no. La possibilità di un referendum ha scatenato il panico degli speculatori di tutto il mondo. Perché ciò di cui il capitalismo finanziario ha bisogno sono decisioni prese rapidamente e inesorabilmente a favore dell’interesse unico e indiscutibile della minoranza che punta al solo profitto. Senza nessuna ricaduta positiva per le altre componenti sociali. Per prendere queste decisioni la consultazione allargata è un intralcio. Ci vuole il leader forte. Uno. Al massimo pochi. In grado di acquisire le indicazioni dei poteri economici e trasformale in azione politica. Il suffragio universale, le diatribe degli attori-politicanti sono solo un’accurata operazione di facciata. Architettata per dare l’illusione alla cittadinanza di avere in mano la chiave elettorale del potere.

Cado anch’io spesso nel tranello di chi dice “se stanno lì qualcuno ce li ha pur messi”. Ma la riflessione esatta dovrebbe essere: “prima c’erano gli altri, ora ci sono questi. Cosa è cambiato nel frattempo?”. La risposta è una sola. Niente.

In quest’ottica la democrazia formale è un trucco. Una cortina di menzogne calata su una forma di governo antica e mai tramontata. Che solo a dirla farebbe accapponare la pelle ai cives moderni. Oligarchia. E’ così che si chiama la democrazia formale. E il capitalismo finanziario è il suo più spudorato strumento di sussistenza.

La democrazia formale è la Matrix in cui vivono uomini e donne del terzo millennio. Senza che a loro sia data la possibilità di scegliere fra la pillola rossa e quella blu.

 


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