Lo spettacolo della morte non è uguale per tutti

Settimane fa, il giorno della morte di Steve Jobs scrissi su questo blog un post scomodo. Il risultato furono diverse critiche di gente che non sapevo nemmeno mi leggesse. Pubblicai e risposi a tutti. Anche ai commenti più critici e vuoti di contenuti. Per quanto mi riguarda fa parte della scelta di pubblicare le proprie riflessioni su internet.

Oggi scriverò qualcosa di altrettanto scomodo.

Domenica 23 ottobre è stato un giorno tremendo. Mentre scrivo queste parole so già che almeno 7 ipotetici lettori su 10 pensano alla morte di Marco Simoncelli. Io no. Ed è lì infatti la questione.

Marco Simoncelli muore a Sepang in uno sfortunato incidente. Da quello che posso aver capito – ma è irrilevante – l’elettronica intelligente della moto lo riporta, dopo una scivolata, al centro della pista invece di lasciarlo scivolare verso i cordoli. La cosa avviene proprio mentre sopraggiungono altri due motociclisti. Uno dei due è il suo amico Valentino Rossi. Simoncelli muore sul colpo o quasi. Colpito alla testa da centinaia di chili in velocità. Tremendo. Per lui e per i due che lo hanno colpito. L’amico in particolare. Marco ha solo 24 anni quando esala il suo ultimo respiro nell’ospedale malesiano.

Più o meno alla stessa ora nella regione di Van, nella Turchia sud-orientale, la natura si scatena. Un terremoto di magnitudo 7,2 colpisce una delle zone più disagiate del paese. Ci abitano in maggioranza Curdi, una delle minoranze più maltrattate e perseguitate dal governo di Ankara. Come succede di solito le cifre si rincorrono. 1000 morti dicono le agenzie nelle prime ore. Dopo alcuni giorni la cifra ruota intorno ai 500. I feriti oltre 2000. I danni incalcolabili. Famiglie distrutte. Bambini, donne, anziani. La terra che trema non risparmia nessuno. Ricco, povero. Sano, malato.

Per me un morto è un morto. E 500 sono più di uno. Lo dice la matematica. Non è un’opinione.

Ma sappiamo bene che questa banale equivalenza, quando si innesca il circo mediatico, perde di significato. La “logica dell’eroe” di cui parlavo nel post su Jobs, mischiata a una sorta di “nazionalismo congenito”, ha creato una miscela esplosiva.

Simoncelli è morto facendo ciò che amava. Strapagato per farlo. Consapevole che a quelle velocità la morte ti siede dietro e quando parti è difficile prevedere chi scenderà dalla sella alla fine della gara. 500 cittadini della regione di Van sono morti all’improvviso. In 25 secondi. Vista l’ora e il giorno magari facevano il sonnellino dopo pranzo. I bambini giocavano in cortili terrosi. Altri erano in giro a riposarsi per riprendere in forze i duri lavori del giorno dopo. Andavano alla velocità dell’uomo. Guadagnando nulla per farlo. O poco più.

Ma queste differenze, che dopo un po’ di riflessione farebbero breccia anche nel più sfegatato appassionato del moto GP, non hanno influenzato minimamente la rappresentazione mediatica dei fatti di domenica 23 ottobre.

Il giorno stesso il Sic è il secondo titolo su tutti i quotidiani online. Se non fosse per Sarkozy e le sue dichiarazioni sull’Italia sarebbe il primo. Si scatena il tam tam virtuale e i social network si riempiono di post. Campioni dello sport e uomini di spettacolo affollano i loro siti di commiati al giovane eroe della velocità. La notizia sulla Turchia è al quarto o quinto posto. Talvolta senza nemmeno una foto. Seguo la cosa incuriosito anche nei giorni successivi. Lunedì i TG nazionali fanno 3 servizi consecutivi su chi era Simoncelli, il dolore della famiglia di Simoncelli, l’intervista a questo e a quello. In alcuni casi la Turchia passa con una striscia di parole bianche che scorrono su una base colorata. E il numero dei morti sale. E la cosa continua così. Nei giorni successivi sono i funerali di Simoncelli, il dolore dei parenti di Simoncelli, la fidanzata di Simoncelli, gli amici del paese natio di Simoncelli. Di Turchia ai TG non si parla più. Sui maggiori quotidiani online la notizia la devi cercare.

Il meccanismo mi è chiaro, ma faccio finta di non averlo rilevato. Sarà che la Turchia è lontana e Simoncelli invece è italiano? Mi chiedo al posto di qualche ingenuo.

Eh no! Il quarto giorno il racconto della vita e delle opere del motociclista romagnolo è ancora in alto. Molto più in evidenza di quella che racconta il disastro umanitario e geologico in Liguria, dove a ora i morti sono 7. Su Repubblica.it Simoncelli è addirittura la prima notizia.

E’ chiaro che qualcosa non funziona. Non funziona nei media mainstream che raccontano i fatti. Ma non funziona anche nella gente che li legge.

Nell’era della comunicazione pull, in cui se vuoi le notizie te le vai a cercare, non ti vengono necessariamente recapitate come decide l’editore di una testata, la responsabilità non sta più da una parte sola.

Qualcuno dei miei sporadici lettori, quando scrissi di Jobs, mi accusava di inventare teorie per sparlare di una sorta di moderno Da Vinci. Il comportamento dei venditori ambulanti di emotività (i media), ma anche dei cercatori di sensazioni in crisi di astinenza (gli spettatori), il 23 ottobre conferma le mie tesi.

La vita – e quindi la morte – di un uomo ricco e famoso vale più di quella di 500 sconosciuti. Magari poveracci. Che parlano un’altra lingua e vivono in un posto lontano. Ma vale anche di più di quella di 7 connazionali affogati nelle acque di un fiume in piena. Morti per salvare qualcosa nella cantina. Non per guadagnare l’ennesimo trofeo miliardario. Siamo indelebilmente attratti da ciò che sappiamo bene in pochi possono raggiungere al prezzo del fallimento dei molti. Consideriamo degno di venerazione ciò che è grande, molto, veloce, di più. Ciò che è come noi ci annoia. Ci ricorda che siamo esseri normali. E che è molto probabile che lo rimarremo. La venerazione dei ricchi e famosi corrisponde a un atteggiamento deferente e religioso (in senso etimologico) nei confronti della vita. Che nella venerazione del singolo essere speciale annega l’insoddisfazione per la propria condizione.

Per quanto mi riguarda io apprezzo la mia normalità e quella degli altri. E’ in essa che cerco e trovo la mia differenza. Che non è di più o meglio delle altre. Ma è solo diversa. Simoncelli mi interessa quanto qualunque dei giovani 24enni morti sotto le macerie di Van. I suoi funerali scenografici con le moto in chiesa e la musica di Vasco mi fanno venire il prurito alle palle come una puntata di Domenica In. Fortunatamente sono immune all’eroismo virtuale da centro commerciale.

Fatto sta che quando diciamo che “è tutta colpa dei media” dovremmo ricordarci che i media, come tutti i “negozi” vendono un prodotto fintanto che c’è qualcuno che lo compra. E oggi con Internet siamo noi ad andarlo a cercare quel prodotto. A selezionarlo. A cliccarci sopra. Addirittura a produrlo proprio come ora sto facendo io scrivendo questo post.

Due giornaliste turche, raccontando gli eventi del terremoto hanno detto, “siamo addolorati anche se la cosa è successa a Van”, dove la maggioranza è curda. Un commento razzista che provoca in ognuno di noi sdegno e riprovazione.

Beh, non credo che i media italiani e molti complici clickatori e lettori dell’ultima ora siano tanto diversi dalle giornaliste turche nella loro valutazione del valore della vita umana. Sono i fatti che contano non le parole di comodo.

Molti di noi addolorati guardano le immagini del terremoto turco, si soffermano qualche secondo pensando “poveracci”. Poi voltano pagina e leggono attentamente e con avidità la storia del ragazzo prodigio che a 7 anni vinceva con le minimoto. Accendono il PC e inondano i social network di “ciao SIC”, “è morto uno di noi”, “addio Simoncelli”.

Che tristezza.


4 responses to “Lo spettacolo della morte non è uguale per tutti

  • Giuseppe

    Ho letto tutto, complimenti è molto interessante.. io sono daccordo su tutto, solo penso che magari la gente che scriveva su fb era coinvolta emotivamente perchè seguendo le sue gare aveva fatto di lui un “idolo”, un “mito”. Ovviamente poi molti altri (la maggior parte) ha pubblicato anche non conoscendo minimamente chi fosse ma solo per “moda”.
    I TG hanno speculato su questo fatto come su Sarah Scazzi o su Yara e questo è uno schifo ormai l’informazione in tv o sui giornali è usata solo al fine di fare soldi.

    • Tengri

      Grazie per il tuo commento Giuseppe. Sì, probabilmente su FB la gente scriveva perché era coinvolta emotivamente. Ma è proprio su quel coinvolgimento che cercavo di rflettere. Sul bisogno che la maggior parte di noi ha di punti di riferimento. Di eroi più o meno fasulli verso i quali puntare per dare senso alle azioni di una vita che altrimenti sarebbe solo “normale”. Meravigliosamente normale, aggiungo io. A presto

  • junksociety

    apprezzo, chi come te è rimasto immune all’ipocrisia, che scorre più vigorosa del fiume in piena dei giorni scorsi a monterosso e che più di quello miete tantissime “vittime” coscienti di esserlo, ma indifferenti.

    • Tengri

      Coscienti e indifferenti. Sì … con bona pace di tutti quelli che nemmeno sono coscienti perché, rispondendo a un bisogno culturalmente programmato, non si pongono proprio il problema. Non per indifferenza ma semplicemente perché per loro è normale così.

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