Caccia al Black Bloc

Sabato 15 ottobre non ero in piazza. Lo scrivo per evitare confusioni. Per un resoconto con commenti che in gran parte condivido, rimando a questo articolo. Lo scrivo anche perché da un certo punto di vista ero ragionevolmente certo di cosa sarebbe successo. Ed è anche per questo che non ero in Piazza.

C’erano solo due possibilità. O la manifestazione era pacifica e senza problemi. O avremmo assistito alle scene che poi abbiamo visto riprese da più o meno ufficiali macchine fotografiche e cineprese. L’uovo di colombo penserà qualcuno. Se non è zuppa, è pan bagnato. In realtà è ancora peggio. Entrambi gli esiti possibili, in questa epoca strana e dominata dalla disinformazione pervasiva e di massa, conducono di fatto a una sola risultante. La strumentalizzazione. Se la manifestazione fosse stata pacifica, nelle stanze dei bottoni avrebbero lì per lì acquisito i risultati e il giorno dopo più niente. Dimenticato. Bypassato. Se ci fossero stati scontri …

Se ci fossero stati scontri sarebbe successo esattamente quello che è successo. Ragioni della manifestazione dimenticate e concentrazione assoluta sui problemi di ordine pubblico.

Di cortei sfilanti ne ho visti e fatti tanti. Ed è sempre successo più o meno lo stesso.

Da ieri sera avrò visto 10 TG e letto una trentina di articoli, anche di giornali stranieri, sui fatti avvenuti a Roma sabato. Tutti si concentrano su questa mitologica figura del black bloc. Ed è qui che iniziano a venirmi i dubbi.

Esistono questi black bloc o sono una categoria metafisica tipo i “fascisti”, i “punk” o che so io le “casalinghe di voghera”? Sono gente vera e organizzata o sono categorie sociologiche attraverso le quali si cerca di spiegare, banalizzando, i fenomeni?

Se fossero della seconda specie non mi straccerei le vesti. L’esemplificazione e il raggruppamento di tratti simili per costruire gruppi omogenei e spiegare fenomeni sociali è una delle caratteristiche delle discipline sociologiche. Poi, eventualmente, la logica scarnificante e banalizzante dei media mainstream contribuisce a trasformare uno strumento per spiegare la realtà nella realtà stessa. E quindi gli italiani sono caciaroni, i portoghesi rubano sui mezzi pubblici, i neri puzzano e via dicendo con i luoghi comuni.

Non è banale, perché questi luoghi comuni influenzano i comportamenti. Entrano nel vissuto di ognuno. E dopo un po’ non vengono più messi in dubbio. Allenare le menti dei “governati” a digerire i luoghi comuni è il più perverso fra i processi educativi. E in questo i media sono dei “complici” talvolta involontari ma molto colpevoli. Una volta interiorizzata la caratteristica mediatica (chiamiamola così per capirci) di un gruppo umano, senti la puzza di negro anche guardando un video di Stevie Wonder. Se cammini per la strada e vedi uno vestito di nero con lo zaino e la sciarpa sulla bocca, anche se fa -10 proteggi la borsa e pensi “black bloc”.

Poi leggo uno scoopone del più attendibile (ovviamente è ironico) giornale di riferimento della pseudo sinistra italiana e mi dico che allora questi black bloc esistono. Hanno gente intelligente e preparata come F., luogotenente di 30 anni. Fanno i campi di addestramento all’estero. Hanno le falangi. Si dichiarano in guerra.

Francamente quando ho letto l’intervista di Repubblica ci ho messo un po’ a decidere se il senso di ridicolo era generato più dal gergo militaresco del famigerato F. o dalla ricostruzione dello stesso da parte dei due giornalisti. E poi scusate ma due giornalisti per intervistare un trentenne? Ah, è vero, si tratta di un pericoloso black bloc. Infatti Gianni Minà era un vero temerario quando da solo si cimentò nella prima intervista a Fidel Castro. Ma vogliamo mettere il Lider Maxímo nei ’60 con un vero blac block? Eccheccazzo!

Insomma ce la mettono tutta per farci conoscere e toccare con mano questi anarco-teppisti organizzati. Per renderli inquietanti, premeditanti, super-strutturati. Per farli entrare nelle nostre case. Per farceli percepire come un pericolo reale. Ce ne presentano addirittura uno fresco fresco di battaglia urbana. Con i soliti rimandi alle proteste contro la TAV in Val di Susa. Si dovessero lasciar scappare un’occasione per legare un movimento popolare a qualcosa di facilmente etichettabile e inviso anche alle casalinghe di Voghera!!

In realtà i blac block sono esattamente ciò che sono. Una categoria sociologica. I poliziotti tedeschi non sapevano come chiamare gruppi vagamente riconducibili all’aere anarco-insurrezionalista, e visto che li vedevano marciare quasi sempre vestiti di nero li chiamarono Schwarzer Block. A Siattle nel ’99 i poliziotti americani fecero lo stesso. I black bloc, paradosso dei paradossi, li hanno inventati i poliziotti. Non sapevano come spiegare qualcosa e hanno individuato una categoria che semplificasse il compito.

In realtà, però, bisognerebbe più precisamente parlare del balck block come di una tecnica di protesta di piazza che ha quasi sempre come obiettivo le forze dell’ordine e luoghi simbolo dei poteri costituiti e degli ultimi sviluppi del capitalismo finanziario.

Non sto qui a giudicare se sia una tecnica giusta o sbagliata. Mi frega poco. Le tattiche si misurano in base al raggiungimento o meno dell’obiettivo che si prefiggono. Non in base a categorie etico-morali che in vece attengono alle teorie o alle strategie che stanno a monte di quelle stesse tecniche. Tattiche dicevo. Ed è proprio di questo che si tratta. E’ come dire il kung fu, il tennis, il bowling. Quello che i poliziotti prima e poi il sistema politico-mediadico poi hanno fatto è umanizzare una tecnica. Renderla presente e ingombrante. Portarla nelle nostre case per farci capire chi è il vero nemico della democrazia.

Ecco, il nemico. E’ questa la parola magica di tutte le generalizzazioni. Individuare un gruppo riconoscibile e fomentarne la crescita, attribuirgli tutte le caratteristiche del “negativo diverso da me” ha un’utilità e una resa politica in termini di sostegno elettorale maggiore di 100 riforme. La tecnica della creazione del nemico la conosciamo bene. Tutti i governi illiberali, soprattutto se pseudo-democratici, la adottano. Dall’Iran agli Stati Uniti, passando per tutto quello che c’è in mezzo.

La domanda giusta a questo punto è: a chi servono i black bloc?

I black block servono alla Finanza internazionale. Oggi infatti non si parla più delle ragioni della mobilitazione planetaria. Ovvero di banchieri-speculatori in perdita salvati dagli Stati con i soldi dei cittadini. O di Stati fraudolenti che vendono debito agli speculatori facendo pagando i conti dell’insolvenza con le tasse dei contribuenti. Tanto per citare solo le più recenti fra le motivazioni. Oggi tutti fanno la ola contro i teppisti black bloc e li cacciano sulla strada e nei social network. Sia chi manifestava, sia i loro avversari nelle istituzioni e nelle banche tutti uniti contro il nemico comune: il black bloc.

I black bloc servono ai politici di turno. Tutti. Servono per distinguere agli occhi dei cittadini la loro azione da quella dei black bloc. La loro, legittima e democratica, e la seconda illegittima e antidemocratica. Se poi la prima è più vuota della seconda. Più inefficace e più dannosa di qualche macchina incendiata e di un pugno di vetrine rotte, poco importa. Così è sdoganata. A questo punto anche i perbenisti dovrebbero farsi una domanda, molto simile a quella del finto black bloc di Repubblica: a quanto ammonta il danno arrecato dal Sindaco nepotista di Roma all’erario comunale rispetto a quello (supposto) di 500 black bloc a piede libero a Roma? Dura prenderne atto no?

I black bloc servono all’establishment della pace sociale. Servono per dare un volto fittizio all’incazzatura generalizzata. Servono per non dover prendere atto che c’è una generazione che si sta incazzando. Servono per neutralizzare il malcontento e chiamarlo in un modo che susciti repulsione. Magari anche in chi quel malcontento lo sente nelle ossa. Lo vive sulla pelle nella depressione del non lavoro, della precarietà, della malattia.

I black bloc servono all’Ordine Pubblico. Perché se ha voglia di testimoniare la sua presenza picchiare i black bloc crea meno questioni di carattere etico che far uccidere un ragazzo inerme in caserma o in una scuola. E se invece è meglio non fare nulla e lasciar correre per evitare problemi, dopo il G8 di Genova i black bloc offrono un alibi perfetto. In questo articolo si riportano alcuni commenti di poliziotti sul forum poliziotti.it

I black block servono ai giovani adolescenti. Come in passato servivano la keffiyeh e la maglietta di Che Guevara. Servono come collettori della rabbia generazionale di chi vede intorno a sé solo muri di gomma che ti rimbalzano in continuazione. Muri che non puoi tagliare, che non puoi sgonfiare. Che non puoi nemmeno ignorare. Ai quali non puoi chiedere nemmeno pietà e un piatto di minestra, perché vogliono tutto. I tuoi soldi, la tua mente e il tuo sangue fino a quando non puoi più permetterti nemmeno un affitto, le vacanze in campeggio, un regalo ad un amico importante. Perché i muri continuano a rimbalzarti. E allora li bruci, li incendi e dal fuoco purificatore speri nasca qualcosa di meglio, perché il peggio non lo riesci nemmeno a immaginare. Perché a 18 anni sogni il mondo perfetto e non ci stai a doverti accontentare di navigare a vista in quello imperfetto.

I black bloc servono a tutti noi. Perché in quel modo una manifestazione diventa un rito liminare. Diventa un luogo in cui esplode la violenza che non è permessa come pratica politica quotidiana. E controllata nei confini ristretti di una data e di una piazza viene esorcizzata. Poco male che qualcuno rimanga ferito. O magari muoia. Si tratta solo delle vittime che vengono sacrificate perché il giorno dopo tutto torni normale. Il sistema venga rafforzato e chi ci vive dentro si stringa intorno ai paladini della pace e dell’ordine costituito. Se arrestano 100 black bloc il giorno dopo i tumulti ci sentiamo tutti più sicuri.

I black block sono pericolosi. Ma non per i motivi che ci vorrebbero far credere. Sono pericolosi perché ripetono un rito ormai pluridecennale. Che impedisce a idee e tecniche nuove e diverse di entrare nell’agone della protesta e della proposta. I black block sono la ninnananna della coscienza politica. Neri come il colore del sonno della ragione e dell’impegno in cui precipitano tutti noi.


3 responses to “Caccia al Black Bloc

  • buzz

    Sono purtroppo d’accordo. Nel senso che mentre da un lato riconosco le ragioni della rabbia di quei ragazzi so che in massima parte sono essi stessi vittime degli stessi miti, magari al negativo, creati dalla società che combattono. E’ una delle mille contraddizioni di questa società complessa in cui viviamo, in cui ogni figura ha più di un’anima, più di una voce, più di un volto.
    L’ipocrisia per cui ogni manifestazioe dovrebbe essere una gioiosa e colorata festa di piazza, piena di ironia, saltimbanchi e pagliacci. Un luogo metafisico in cui la gente protesta divertendo se stessa e facendo spettacolo, attore e di corsa a casa a rivedersi, spettatore.
    L’ipocrisia per cui le rivolte con i morti e con il sangue sono accettabili quanto più lontane, e tanto più democratiche e occidentalizzanti.
    L’ipocrisia per cui la violenza di un potere arrogante e dispotico, di una sanità che spesso uccide, di una scuola che non educa, di una polizia che non protegge, di una classe politica che non governa, di una magistratura che fa politica, di istituzioni finanziarie che succhiano enormi profitti … è niente, di fronte a chi alza la voce e brucia cosa, un cassonetto? Per cui passa dalla ragione al torto.

    E non si riesce a passare a nuove incisive serrate forme di lotta, che vedano il cuore centrale della società – il consumo – come obiettivo principale. Non consumare, merci e servizi, non permettere la circolazione delle merci, spegnere le televisioni, lasciare i giornali nelle edicole… e ultimo, per il caos generalizzato, ritirare i soldi dalle banche… togliere la voce e gli incassi al potere.

    Non serve tirare sampietrini per far diventare isterico il potere. Eppure, in mancanza di capacità di far udire una voce forte e convincente, che unisca e accomuni, per molti non resta che dar sfogo alle proprie frustrazioni bruciando quello che capita a tiro, in un’orgia di liberazione falsa come un viaggio in lsd. Che poi alla fine è utile ovviamente a chi detiene il potere, perché non solo se ne fregano di qualche vetrina sfondata o macchina andata a fuoco, ma sono eventi perfetti per quello che in fondo è il vero compito dei media: ““Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono.” Malcom X

    • Tengri

      Il vecchio caro Malcom aveva ragione suun bel po’ di cose.

      Il mio sogo rivoluzionario èuna bella manifestazione in cui le piazze intorno ai luoghi del potere siano riempite di gente in silenzio seduta a terra. E che di colpo anche i poliziotti e i carabinieri chiudano i blindati e siedano accanto a loro. Il blu and black block … q auel punto sì che da qualche parte inizierebbero a stringere le chiappe.

      Ma la realtà è molto diversa purtroppo dai sogni. E nella realtà sono disposto ad accettare la rabbia irrazionale di un diciottenne molto di più di quanto sono disposto a sopportare strategie premeditate e quotidiane di rapina e di distruzione come quelle che vediamo intorno a noi ogni giorno operate da attempati signori in doppio petto.

  • I roghi e i fiumi della Capitale « Tracce Bianche

    […] ad annegare nel cumulo di menzogne raccontate dai media. Cosa ne penso l’ho scritto in un post di alcuni giorni […]

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