Default

E’ la parola magica degli ultimi mesi. Ci si riempiono la bocca tutti. Soprattutto chi non sa cosa significa. I media in particolare. Che ovviamente per vendere copie e click non lesinano certo i toni drammatici da fine del mondo.

Per quanto mi riguarda mi era chiaro il senso ma il significato finanziario del termine no. Quindi mi sono andato a leggere qualcosa.

Il sito della Treccani dice “il default è una cosa molto brutta, una vera mina vagante: una grande azienda quotata in Borsa, una banca, un intero Paese in condizioni di insolvenza rispetto a obbligazioni o debiti si trovano in una situazione per cui calza a pennello il termine default, che, al limite e sempre più spesso nel linguaggio dei media, assume il significato estensivo di ‘fallimento’”.

Anche il sito della Treccani, bontà loro, usa il linguaggio apocalittico dei media e sottolinea come il termine sia in sostanza deformato semanticamente a causa dell’abuso mediatico.

Quando penso al “fallimento”, penso a un’azienda e la mia mente va a tutte le pratiche per insolvenza e bancarotta. Alla vendita dei pezzi  – valori immateriali ma anche i macchinari fisici veri e propri – per ripagare il debito contratto.

Quando ho iniziato a scrivere questo post Wikipedia italiana a causa della discussione parlamentare sulla “legge bavaglio” era oscurata, quindi ho usato quella inglese.

La definizione lì è più tecnica. La traduzione ovviamente è mia. “Il default avviene quando un debitore non assolve agli obblighi legali previsti dal contratto, ad esempio non ha effettuato un pagamento calendarizzato o ha violato una delle condizioni contrattuali del debito. Il default è l’incapacità di pagare il debito”. Bisogna specificare, ed è qui che si annida l’imprecisione connivente – perché io alla buona fede in questo campo non ci credo –, che esistono diversi tipi di default a seconda di chi contrae il debito.

Quello che riguarda gli Sati-Nazione si chiama Sovereign Default.

“Si parla di sovereign default quando un governo o uno Stato sovrano non riesce a pagare un debito. Se chi concede prestiti o acquista bond sospetta che un governo non riuscirà a pagare il debito può chiedere tassi di interesse più alti in compensazione del rischio di default. Un incremento elevato dei tassi di interesse per queste ragioni viene in genere indicato come sovereign debt crisis (letteralmente crisi del debito sovrano)”

Ma il bello viene dopo

“Visto che un governo sovrano, per definizione, controlla i propri affari, non può essere obbligato a pagare il proprio debito. Ciononostante, un governo in default può essere escluso da ulteriore credito; i suoi beni esteri possono essere confiscati; e potrebbe subire pressioni politiche da i proprietari di bond nazionali per ripagare il debito. Di conseguenza, i governi raramente vanno in default per l’intero valore del loro debito. Spesso, invece, finiscono a negoziare con i possessori di bond per un ritardo nel pagamento o una riduzione del debito. Questa operazione si chiama debt restructuring (letteralmente ristrutturazione del debito) o haircut (taglio di capelli)”.

Ecco, è proprio dall’immagine del taglio di capelli che voglio partire. Uno i capelli se li taglia ma tanto sa che ricrescono. Quando li portavo lunghi li tagliavo proprio perché sapevo che sarebbero ricresciuti. Volendo più velocemente. Se tanto mi dà tanto questo haircut è uno stratagemma finanziario per intrappolare il debitore. Più quello ristruttura, più tagli ai capelli, più il debito-capigliatura cresce. E la dice lunga il fatto che in questi casi si precipiti sulla preda in difficoltà il falco per eccellenza. Il Fondo Monetario Internazionale è una delle massime autorità “assistenti” nelle pratiche di default. E quando intervengono loro, quello che succede si sa: la spirale del debito, la schiavitù della democrazia liberale.

Ma rileggiamo con attenzione quello che riportano le enciclopedie con tanto di link a fonti autorevoli. Il default è una questione fra il debitore insolvente (lo Stato) e il creditore (padroni di bond o di pezzi di quel debito). Quindi mi chiedo: al cittadino pensionato, impiegato, contadino, commerciante, che arriva a malapena alla fine del mese e che se riesce a mettere da parte 4 spicci ci fa le vacanze, che gliene frega del default?

Mi si dirà, “ma lo Stato siamo noi. E io rispondo, “un gran par di palle”. Il debito contratto da governi bi-colore per ungere clientele, pagare pizzi pseudo-mafiosi, e poi rifinanziato vendendo quote a banchieri e speculatori, non mi riguarda. E non riguarda nessun cittadino onesto.

Se chiedo un prestito alla banca per comprarmi la macchina, mica vado dal vicino a dirgli che mi deve un pezzo del suo stipendio per ripagarlo! Mi sembra un concetto talmente elementare da non meritare nemmeno di essere menzionato. Eppure.

A coronamento di questo scenario, è notizia di qualche giorno fa che Tom Sargent e Chris Sims hanno vinto il Premio Nobel per l’Economia. Il primo insegna Economia e Business alla NY University. Il secondo Economia e Banche a Princeton. Due importanti università americane. Quelle della Ivy League. Quelle da cui esce la classe dirigente. Non solo americana. Due importanti studiosi che, guarda caso, si occupano di crescita economica. Di come i tassi di interesse influiscono sulle variazioni del PIL. In poche parole due dinosauri conservatori che avallano con i loro studi lo status quo. Come se fosse ancora possibile crescere. Come se il PIL fosse questo rivoluzionario indicatore della salute di una nazione.

C’è da pensare che il comitato svedese, che lasciò di stucco il mondo assegnando il Nobel per la pace ad Arafat e quello per la letteratura a Dario Fo, si sia allineato al pensiero unico.

I due ricercatori americani, intervistati dal La Stampa, parlano anche dell’Eurozona e della crisi. Riporto alcuni stralci

Parliamo dell’euro, allora: che fine farà?
Sims: «Uno degli studi che abbiamo fatto parlava proprio delle premesse precarie dell’unione monetaria. C’è un grave vizio d’origine: avete la banca centrale, ma non esiste un’autorità che possa decidere le politiche fiscali o emettere bond. […]. Le prospettive dell’euro sono cupe, se non aggiungerete presto alla banca centrale un’autorità capace di emettere eurobond e coordinare le politiche fiscali»”.

In sostanza l’intuizione geniale del neo-premio Nobel è quella di emettere eurobond. Ma non era ciò di cui discutevano settimane fa Tremonti e la Merkel? Che debbano anche loro reclamare un pezzo del prestigioso premio?

La definizione tecnica di bond la trovate qui. Ma in sostanza e come se ho un debito di 100 euro con A e chiedo a B e a C 50 euro per uno. Loro me li danno ma gli devo ridare 60 euro per uno perché ci pago gli interessi. Immediatamente dopo aver venduto i bond il mio debito è aumentato. Se sono un’azienda che crea profitto magari ne guadagno 140 e restituendone 120 ho guadagnato comunque 20. Se sono uno Stato colabrodo che ha venduto tutti i suoi mezzi di produzione l’unico modo che ho sono le tasse e i tagli alle spese. Indovinate un po’ quindi chi paga gli eurobond?

E infatti ascoltiamo il collega nobelista di Sims, Sargent, che affronta la questione dal punto di vista storico. Raccontando di come questa stessa scelta fu quella che sancì la nascita degli USA.

“[…[] Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici Stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse fino all’85%, per saldare i debiti, e cominciarono ad emettere bond federali. Ecco, per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione».

Capito? Secondo l’altro neo-premio Nobel l’Europa dovrebbe accollarsi i debiti nazionali, alzare le tasse e emettere eurobond. Ce li vedo i tedeschi a pagare le tasse per il debito greco dopo essersi accollati quello della ex-DDR. Se queste sono le ricette, penso che l’anno prossimo posso tranquillamente mettermi in lista anche io per il Nobel.

Il giornalista prosegue e chiede ai due geni americani: Non sarebbe più facile seguire la strada del default e dell’uscita dei Paesi più deboli, dalla Grecia fino all’Italia?

Le risposte sono illuminanti. “Sargent: «Assolutamente no. Tra i tredici Stati che formarono gli Usa ce n’erano molti debolissimi, con debiti enormi. L’obiettivo dell’operazione di Washington ed Hamilton fu proprio quello di trasformare i creditori dei singoli tredici Stati negli investitori del nuovo e potente governo centrale federale. Quella scommessa pagò. Ma se voi europei non credete nel vostro progetto, non è spezzando gli anelli deboli che lo salverete».
Sims: «Chiaro. L’idea che l’euro possa sopravvivere cacciando gli Stati deboli è una pura illusione. Il progetto ha un senso solo se tiene insieme l’intero continente: o sopravvivete tutti insieme, oppure tutti insieme fallite»”.

La risposta è filosofica, non tecnica. E’ come se volessero convincere chi non ci crede a crederci. E poi l’esempio dei 13 stati americani e dei padri fondatori! Ma per favore. Ma come cazzo si fa a paragonare la situazione embrionale del capitalismo nascente della fine del 1700 con le dinamiche schizofreniche del neoliberismo finanziario del terzo millennio. Le dichiarazioni dei due professori, così come riportate da La Stampa, mi sembrano piuttosto propaganda per un’idea.

E se tanto mi dà tanto, credo che il vero timore del default dei paesi deboli, che farebbe saltare l’Eurozona, lo hanno (e fanno bene ad averlo) quelli che si stanno fregando le mani in attesa degli eurobond. Se il sistema salta saltano anche i loro lauti guadagni. Presenti e futuri.

Se non fosse per il fatto che le vittime sarebbero sempre le stesse e in quel caso, forse, più numerose, sarebbe quasi il casi di dire: BEN VENGA STO DEFAULT E CHE SALTI L’EUROZONA.

 Almeno in quel caso insieme a Sansone (noi contribuenti vessati) morirebbero pure alcuni dei filistei.


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