Rosseau e le scimmie intelligenti

“L’Alba del Pianeta delle Scimmie” è un altro dei prequel che piacciono tanto a Hollywood. E piacciono alle Major perché il pubblico li vede. Una testa un biglietto. Tante teste tanti soldi.

Il cinema di largo consumo mi incuriosisce da sempre. E’ un fenomeno culturale interessante dal punto di vista antropologico. Perché oltre alle dinamiche del marketing, comuni a qualunque prodotto venduto e promosso sul mercato, le immagini semoventi hanno una capacità in più. Riescono a innescare un percorso di costruzione del senso che inizia nel buio della sala cinematografica e prosegue fin nelle ore successive. Dai sensi (vista e udito) coinvolti nella visione del film si generano emozioni che poi vengono razionalizzate. Un film è più di un prodotto-oggetto. Anche quando non ha pretese artistico-intellettuali.

Mi chiedo quindi cosa sia che stimola il pubblico a vedere questo tipo di film? Il marketing non è l’unica risposta possibile. E’ uno strumento trasversale rispetto ai generi. E ha indubbiamente un ruolo. Ciononostante esiste un tipo di plot che oggi vanno per la maggiore. Ed è secondo me in esse che va ricercato il successo di alcuni di questi “polpettoni”.

Le caratteristiche di queste trame, bisogna dirlo, un po’ banali e standardizzate, sono sostanzialmente due. Il mito del buon selvaggio. E l’eroismo senza macchia.

Semplificando molto, da Rosseau in poi la civiltà occidentale si è posta nuovi quesiti. O forse ne ha riletti di vecchi. Alla fiducia filosofica estrema nella ragione illuminista si è sostituito (o meglio affiancato) quel sussulto dubbioso che aprì la strada alla riscoperta delle età buie della storia dell’uomo. E se il modo in cui viviamo non fosse poi così perfetto? E se chi vive più semplicemente fosse in realtà più felice? Molta letteratura e molta antropologia, dall’800 in poi, si sono ispirate a questo modello. Trasformando il quesito intellettuale in ideologia. Scambiando la ricerca di una risposta nella risposta stessa. Nel tentativo, anche in buona fede, di rivalutare modi diversi di vivere li si è di fatto colonizzati culturalmente. Il selvaggio diventa allora l’alter ego dell’uomo civile. Non rappresenta un’individualità culturale altra analizzata e apprezzata per ciò che è. Ma è solo il simbolo del contrario attraverso il quale si definisce il sé. In sostanza io sono ciò che sono in quanto sono diverso dal selvaggio. E se per l’evoluzionismo il selvaggio rappresentava lo stadio precedente alla civile società dell’uomo bianco, per le ideologie anti-evoluzioniste il selvaggio riassumeva i lati positivi che le culture avevano perso nel corso della loro storia. Paternalismo. Riduzionismo. Questo atteggiamento è stato definito in vari modi.

Fatto sta che la locuzione “il selvaggio è meglio di me civilizzato” dice più del sé che dell’altro. Che rimane sullo sfondo. Ridotto a poco più di uno strumento di confronto.

Nel tempo poi il selvaggio buono rivisto e corretto ha assunto varie sembianze. Gli indiani americani con le piume di Balla coi lupi. I nativi amazzonici di Mission. Gli alieni di decine di film. Il plot è sempre lo stesso. La caratterizzazione dei personaggi simile. Il processo riduzionista sempre più mascherato ma molto efficace. E nell’”Alba” raggiunge l’apice.

L’altro buono e migliore non è più un uomo diverso, alieno o selvaggio poco importa. Ma uno scimpanzé a cui i perfidi uomini hanno ucciso la madre, usandola come cavia per esperimenti di laboratorio. Uno scimpanzé nato più intelligente proprio grazie a quegli stessi esperimenti. Che confinato in una gabbia insegna ai suoi simili che una scimmia da sola è debole, ma tutte insieme sono invincibili. Che si guadagna il rispetto e la leadership dimostrando il connubio perfetto di forza, gentilezza, sprezzo del pericolo, abnegazione. Uno scimpanzé che si chiama Cesare: originale premonizione dello scienziato che se lo porta a casa in fasce per evitare che sia abbattuto. Come altro potrebbe chiamarsi un condottiero? Un eroe?

E qui si innesta il secondo tema. L’eroismo immacolato. Quello delle decine di film tratti dai fumetti della Marvel e della DC. Il superuomo, superaltruista che combatte il male con senso etico. Non solo con la forza ma con l’esempio. Un esempio tanto dirompente da motivare i suoi simili e avere la meglio sulla furbizia e l’inganno. Quando le scimmie di Cesare hanno sopraffatto i poliziotti che le vogliono abbatterle, una di loro ne sta per uccidere uno e il capo le ringhia contro. “Non è necessario”, sembra dirle, “Li abbiamo sopraffatti. Non è necessario annientarli”. Non è necessario ma è permesso. Se il reo ha compiuto un reato insolvibile. Occhio per occhio, dente per dente. Giustizia più biblica che animalesca quella che cala sui nemici incorreggibili.

Eroe e condottiero immacolato. Buon selvaggio.

“Cesare è a casa”. Questa la frase con cui lo scimpanzé si congeda dal suo “padrone” umano. Detta stavolta a parole. Non con il linguaggio dei degni. Perché la medicina funziona e il cervello delle scimmie migliora le prestazioni nel breve tempo raccontato dal film.

Cesare è a casa. In mezzo alle sequoie giganti e con le scimmie sue simili. Eretto sulle zampe di dietro e con il dono della parola. Cesare assomiglia sempre più a un uomo peloso. Al primate nostro antenato. A noi stessi.

E non è solo Cesare ad essere a casa. Ma lo spettatore che con lui si identifica. In Cesare e in tutti questi “eroi selvaggi” viviamo, idealizziamo e in un certo senso esorcizziamo il nostro mito riflessivo. Costruiamo personaggi che sono ciò che vorremmo essere ma che in realtà non siamo in grado di essere. Vediamo gli ambienti naturali restringersi e deteriorarsi e immaginiamo noi stessi selvaggi fino alla regressione scimmiesca saltare felici di sequoia in sequoia. In una natura idealizzata e benigna che fornisce accoglienza e non nasconde pericoli. E ci vediamo lì dentro intelligenti abbastanza da proseguire rapidamente l’apprendimento per tornare ad essere ciò che siamo. Ma magari in altro modo.

Sogniamo con Cesare di ripetere l’evoluzione, ovviando magari agli errori commessi. O quelli che interpretiamo come tali.

Vediamo intorno a noi il dilagare dell’inganno e della corruzione come strumenti di governo e gestione delle società in cui viviamo e immaginiamo uno scimpanzé capace di digrignare i denti quando un torto sta per essere subito. Anche fosse da un nemico. Immaginiamo un gorilla che per salvare il capo del branco sacrifica la propria vita. Rendendo così possibile la rivolta e la libertà.

Idee di altri tempi. Estratte dal contesto e idealizzate. Di futuri immaginati. Di luoghi che esistono solo nelle due ore trascorse nella sala buia. Che ci coinvolgono perché potrebbero anche essere possibili. Ma che non lo sono perché un film è un esorcismo. E un catalizzatore emotivo. Viviamo e consumiamo le nostre emozioni in maniera sintetica. In un ambiente controllato e senza la fatica di doverle trasformare in realtà. Un film è un po’ come i circenses di romana memoria. Serve anche a spostare nella fiction il cambiamento che potrebbe essere realizzabile anche nella realtà. Ma che viene definitivamente confinato nell’alveo del non realizzabile. Sulla celluloide (o forse meglio nei bit). Serve a soddisfare l’idea di un cambiamento facendo in modo che essa non si trasformi in realtà.

Ma gli “eroi selvaggi” rappresentano anche l’incapacità dell’homo occidentalis (e non solo) di andare oltre sé stesso. Tutti i “risolutori”, i “vincitori”, di questa unica trama in molte salse, a guardarli bene sono tali solo se fra gli “altri” sono quelli che assomigliano di più a noi.

Immaginare un’alterità vera romperebbe la logica duale di “buono” e “cattivo” su cui si regge la nostra cultura. L’impossibilità di una terza via o di una molteplicità di vie è connaturata al nostro esistere come aggregazione sociale. Non ci riusciamo nella realtà. E non ci riusciamo nemmeno nella finzione culturale, che poi è la realtà simbolica con cui comunichiamo noi stessi. Con cui affermiamo e ribadiamo la nostra identità.

Cesare è allo stesso tempo il nostro desiderio e la nostra peggiore paura. Lo satus quo il nostro rifugio dopo l’immersione rituale e liberatoria nella sala buia.


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