La voce dei muscoli

E’ un gracchio rapido. Intenso. Come un codice Morse accelerato, spedito da qualcuno in preda al panico. E il gracchio disegna grafici seghettati con picchi e depressioni.

In poche parole ho assistito a un’elettromiografia. Esperienza affascinante.

Anche se non fai studi scientifici, fin dai libri di scuola, leggi ovunque che il sistema nervoso funzione per conduzione elettrica. I muscoli del nostro corpo si muovono, volontariamente o involontariamente, grazie a impulsi che dal cervello raggiungono attraverso i nervi le zone più periferiche del corpo. Detto così sembra banale. Eppure immaginare le reazioni fisiche che avvengono nel corpo umano nello spazio di millisecondi è già di per sé stesso affascinante. Ascoltare il suono amplificato di quell’energia è come ascoltare per la prima volta il linguaggio di qualcosa che vive dentro di te ma che fino ad allora hai sempre dato per scontato senza porti il problema.

Ed è energia autoprodotta. Reazioni chimiche e fisiche che trasformano materia (il cibo) in corrente elettrica, che a sua volta permette lo svolgersi delle funzioni vitali e i movimenti.

Sentire la voce di un bicipite che si contrae e immaginare il coro necessario a un arrampicatore per compiere uno solo dei movimenti che lo portano da una posizione di riposo alla successiva è semplicemente stupefacente. Una specie di fuga suonata sulle corde delle infinite terminazioni nervose di tutti i muscoli necessari ed eseguire il gesto motorio.

A quel punto mi sono incuriosito e sono andato a leggere cosa in realtà sia un’elettromiografia e soprattutto chi ha inventato lo strumento.

L’esame si divide in due fasi. Prima una Elettroneurografia (ENG) poi l’ Elettromiografia vera e propria (EMG). Le due tecniche si eseguono in successione e sono complementari per la diagnosi. L’ENG rappresenta lo studio dei parametri neurofisiologici di conduzione nervosa e misura la capacità di trasmettere impulsi nervosi. L’EMG rappresenta la registrazione dell’attività elettrica muscolare. E’ nel secondo caso che i muscoli iniziano a “cantare”. Attraverso l’inserzione di un ago-amplificatore nella fascia muscolare il neurologo ne esamina la conduttività. E il paziente, aggiungo io, ne ascolta la “voce”

L’evoluzione di questa disciplina affonda le sue radici negli studi sulla contrazione muscolare di Glisson (1672) che evidenziano come sia gli animali che l’uomo possano produrre movimenti involontari se eccitati. Più di un secolo dopo (1786) Galvani esegue esperimenti sulle rane, verificando la comparsa di movimento in risposta a stimoli elettrici. A quel punto l’avventura è iniziata. E durante tutto l’800 e il primo ‘900 decine di studiosi si cimentano in vari modi con quella che di lì a poco verrà definita neuroscienza. Ovvero il luogo del sapere umano in cui convergono tutte le discipline che, da varie prospettive, studiano il funzionamento del cervello e del sistema nervoso.

Tuttavia è a Herbert Henri Jasper che si deve il passo decisivo: la costruzione del primo elettromiografo (1942-44) e dei primi aghi-elettrodo isolati attraverso l’uso di vernici tygon (1944) presso il Montreal Neurological Institute della Mc Gill University.

La storia di Jasper è in un certo senso emblematica. Il padre di alcuni fra i più importanti studi sul funzionamento “elettrico” del cervello, sul monitoraggio e la diagnosi attraverso l’ellettroencefalogramma (EEG) non era un medico. O almeno non lo fu fino a quando, nel 1940, durante la guerra, a ormai 34 anni, non sentì il bisogno di approfondire quel tipo di saperi e si iscrisse a medicina. Ma a quel punto alcuni dei suoi studi erano già in fase avanzata.

Jasper era americano, figlio di un pastore protestante e si laureò in Psicologia. Appassionato di Filosofia, amava Bergson e Kant. Ma aveva anche capito come alcune considerazioni di Aristotele anticipassero, di fatto, le conclusioni di Darwin sull’evoluzione della specie. Negli anni del college lavorò insieme ai suoi docenti in strutture che ospitavano pazienti psichiatrici. Ed è forse in questo periodo che maturò il suo interesse per i legami fra la fisiologia del cervello e i comportamenti umani. Soprattutto, è ovvio, quelli devianti e patologici.

La maggior parte dei suoi studi nel periodo “canadese” si concentrarono su soggetti affetti da epilessia, dei quali registrò e interpretò le onde neuronali, spesso indicando ai colleghi chirurghi le “zone” lesionate del cervello prima che questi ultimi le localizzassero fisicamente.

In sostanza, leggendo la biografia di Jasper, mi sembrano due i fattori sostanziali che hanno contribuito fortemente alle sue scoperte. Questo ovviamente al netto degli ambienti scientifici in cui si trovò a operare, che erano quelli allora più avanzati, e dei finanziamenti della Rockfeller Foundation. Da una parte il contatto con la malattia. Dall’altra la forte interdisciplinarietà del suo approccio.

Il primo fattore è quasi banale. E’ stato così per quasi tutti gli innovatori in campo medico. E’ studiando la malattia che si individua la cura e, con un po’ di lungimiranza e quando possibile, la terapia preventiva.

Il secondo fattore invece è qualcosa che in un mondo che punta sempre più all’iper-specializzazione dovrebbe far riflettere. Messo accanto alla tendenza contemporanea alla personalizzazione e alla valorizzazione del prestigio dell’individuo più che di quello delle equipe, questo elemento rischia di essere più un ostacolo che una facilitazione al progresso della scienza.


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