Walter

Scrivere qualcosa su Bonatti è come tentare di parlare in un post di Dante Alighieri. Puoi scrivere solo poco e male. Basta mettere il nome in Google e saltano fuori decine di link che raccontano la sua vita. Quindi non lo farò.

Non mi piacciono nemmeno le commemorazioni funebri. In genere sono i momenti in cui ci si ricorda di qualcuno che di solito si dimentica. O peggio, nella Web Age, si usa la sua morte per raccogliere click, accumulare pubblicità. Oggi lo faccio perché la vita di Bonatti, non solo quella alpinistica, ma anche quella di viaggiatore e narratore di mondi altri, rappresenta per me una sorta di esaltazione della nostra umanità. Di ciò che rende la nostra specie diversa dalle altre.

A confronto con un genere umano “strano” e distorto, che ha scelto la via degli insetti, Bonatti rappresenta la “normalità dimenticata”. Anche nell’egocentrismo della fine della fase “classica” dell’alpinismo. Anche nella ricerca della solitudine. Anche nella follia che dovrebbe portarci a cercare una relazione attiva con l’ambiente che ci circonda. Con le genti che vivono intorno a noi in modi diversi. La via di Bonatti, ci ricorda qualcosa di come dovremmo essere.

Non vado in montagna da molto e non ho letto tutti i libri su o di Bonatti. Non sono un maniaco delle imprese di Bonatti. Alcune le considero anche follie da cui se ne esce solo con una buona dose di fortuna. E non per abilità o esperienza. Ma da quando la montagna verticale mi appassiona, Bonatti è uno di quei nomi che conosci per definizione. E il caso vuole che in questi giorni sto leggendo “Freney 1961. Un viaggio senza fine”. Uno degli episodi dell’alpinismo internazionale che lasciò il mondo con il fiato sospeso. E che insieme alla prima italiana sul K2 costrinse Bonatti, piano piano, ai margini degli ambienti alpinistici “ufficiali”. Che forse vedevano in lui, con un po’ di invidia, più una minaccia che un’avanguardia.

Era il luglio del 1961 e due cordate, una italiana e l’altra francese, erano impegnate nel tentativo di risolvere l’ultimo (o quello che allora si credeva tale) problema delle Alpi: il Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco. Dopo un giorno di bel tempo si scatena la bufera. Non sono arrivato alla fine, ma se non ricordo male dei 7 alpinisti solo 3 scesero dalla montagna vivi. Pierre Mazeaud, l’unico francese superstite, giorni fa ricordava l’evento dicendo che doveva la sua vita alla grande tenacia di Bonatti.

Mi piace ricordare Bonatti attraverso un passo di questo libro. Le due cordate sono al secondo giorno in parete. Seduti su una cengia e investiti dalla bufera. Un fulmine ha colpito l’apparecchio acustico di Kohlmann, uno dei francesi. L’uomo è vivo ma non sente più nulla.

“Walter è come ieri sera … qua finisce male per tutti, non solo per Kohlmann!” gli disse nell’orecchio Gallieni che si trovava nella tenda alla sa sinistra.

“Si deve aspettare, non c’è altra soluzione. Viveri ne abbiamo, e se oggi fa brutto vorrà dire che usciremo in cima domani” urlò Bonatti.

“Ma lo capisci che se ci becca il fulmine saltiamo in aria. Lo capisci?”

“Sei tu che non capisci che devi stare calmo Roberto, dipende solo da te. Stai clamo”. Le pulille dei due alpinisti si incontravano nella bianca luce dei fulmini.

[…]

“Cosa facciamo Walter? Cosa facciamo? Dovremmo scendere”. E puntando gli occhi sul soffitto della tenda Bonatti rispondeva “Bisogna stare calmi. Questa è la cosa più importante …” Un fulmine lo interruppe. Ci fu un grido, poi il tuono, forte e spaventoso. Bonatti si mise le mani sulle orecchie e sollevò le spalle strizzando gli occhi.

“Scendere ora è troppo pericoloso – riprese – tutte le soste e i chiodi sono coperti dal ghiaccio e calarsi in queste condizioni è impossibile. Mi senti?”

“Sì ti sento”, rispose Mazeaud

“Bisogna aspettare venga il bel tempo, poi tenteremo di uscire. Siamo vicini alla cima, e la parete è strapiombante, quindi non sarà molto carica di neve. Vedrai che usciamo domani, o magari anche questa sera. In questa stagione il brutto non dura a lungo e a noi bastano sei ore di bel tempo per scendere dall’altra parte”.

Spero non si inventino per lui fanfare nazional-popolari tipo funerali di Stato e simili.


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