Yanomami

Per molti questa parola è priva di significato. Per il gruppo indigeno dell’alto Orinoco (Amazzonia) che chiama sé stesso così significa più o meno “noi, la gente”. Succede molto spesso nei gruppi piccoli e più vicini all’ambiente naturale e poco umanizzato. E’ un modo per distinguere il sé dagli “altri” e dalla natura. Per rivendicare in maniera forte la propria identità. E spesso implica che chi non appartiene al gruppo non sia “gente”. Ma qualcosa di meno.

Secondo i nostri parametri si tratterebbe di un autodefinizione un po’ razzista e xenofoba. E’ così. Ma i loro parametri e il loro contesto non sono i nostri.

Perché mi vengono in mente queste cose? Per un paio di motivi.

Il primo. Un paio di sere fa ero a casa e, cosa che ormai succede rarissimamente, ho acceso la TV. Un canale trasmetteva un documentario sull’alto Orinoco. Lasciando perdere le imprecisioni antropologiche degli pseudo-documentaristi della RAI, le immagini erano molto interessanti. Mettevano di fatto a confronto la situazione di un villaggio oggi e nel 1985. Parliamo del 1985, non del 1885. Eppure il divario fra le immagini era abissale.

Nell’85 il villaggio era ancora costituito dal grande shabono. Una capanna circolare in cui tutto il gruppo famigliare vive. All’interno del circolo c’è un grande piazzale. All’esterno la foresta. Non esistono capi. Solo lo sciamano che deriva il proprio potere dalla capacità di interpretare i segni dell’ambiente e i voleri di antenati ed esseri spirituali. Ma lo sciamano non è il capo. Le decisioni le prende tutto il gruppo. Si vive di raccolta, di pesca. Talvolta anche la caccia contribuisce alla dieta. L’orticultura è praticata con il sistema dello slash and burn. Si abbatte un’area limitata di foresta. Si brucia per fertilizzare. Si pianta qualcosa. Quando l’humus sottile del terreno amazzonico finisce ci si sposta altrove. Il campo è talmente piccolo che in poco tempo la foresta se ne riappropria. Quando la popolazione aumenta una parte si sposta e crea lontano un nuovo shabono. Quando i “campi” vicini sono stati utilizzati tutti e lo shabono deve essere rifatto, il gruppo si sposta. Gli yanomami non sono proprio nomadi. Ma quasi.

Nel 2009, data delle immagini di confronto, lo shabono non esiste più. Una piccola capanna con i pali a cui appendere le amache di giunchi lo ricorda lontanamente. Le baracche che lo sostituiscono sono infestate dagli insetti. Lo sciamano intervistato indossa bermuda stracciati e rimpiange il tempo passato. Leviga la punta di una freccia. Ma lo fa per abitudine. Non la userà per cacciare. I bambini hanno la pancia gonfia di vermi. Ma su un tetto svetta un’antenna parabolica. Le donne al primo mestruo non osservano più il complesso rituale che le riporta nel gruppo nella nuova condizione di potenziali madri.

Dal documentario non lo si può capire, ma sono ragionevolmente sicuro che l’alito del 75% degli uomini puzza di alcool. Come faccio a essere sicuro? Perché io lì ci sono stato.

Non proprio lì. Ma in una zona della foresta amazzonica al confine fra Bolivia e Brasile. Ho vissuto per un paio di mesi facendo su è giù per il fiume Beni con gli Ese Ejja. Un gruppo ancora meno strutturato degli Yanomami. Piccole famiglie che coltivano orti microscopici e che nella stagione secca solcano le anse del Beni per pescare, raccogliere e cacciare. Gli Ese Ejja a metà degli anni ‘90 erano in una fase del contatto con la società “bianca” (ovvero quella che replica il modello euro-americano) ancora più avanzato di quello degli Yanomami del 2009. La famiglia con cui viaggiavo era composta da due coppie, i figli e un’anziana. Anziana per i loro parametri. Avrà avuto 45 anni. Che passati sul fiume lasciano il segno. Non ho mai capito quale fosse il grado di parentela con gli altri perché mi dicevano solo che era una zia. Ci si spostava in pekepeke. Ovvero una canoa di legno a motore, che gli Ese Ejja (ma non solo) chiamano con un termine onomatopeico che ricorda il rumore del motore. Pekepeke appunto.

Ogni tanto tornavo nell’ultimo villaggio “bianco” sul limitare della foresta per fare rifornimenti. Ne ricordo una in particolare di queste risalite.

Ero stanco. Le caviglie piene dei rimasugli di decine di punture. Di mariguì. Gli insetti microscopici che affollano le rive del fiume durante il giorno. Le zanzare notturne le riesci a schivare se ti infili nella zanzariera poco prima del tramonto. I mariguì no. Il tuo corpo dopo un po’ si immunizza. Non avverte più il fastidio della puntura. Ma ogni due una il segno lo lascia lo stesso.

Avevo il viso cotto dal sole tropicale. La barba lunga e ispida. I capelli legati sotto il cappello di paglia. Intere ciocche schiarite dalla luce e incollate dal limo disciolto nell’acqua del Beni. Lavare i ricci che ti arrivano fino alle scapole in Amazzonia non è cosa semplice!

Salto giù dal pekepeke scalzo. Le scarpe appese allo zaino. Gli avvoltoi appollaiati poco più in là sulla sabbia sventolano le ali in cerca della brezza. Hanno caldo anche loro. Le zampe immerse nei rifiuti dell’uomo. Sparsi ovunque. Saluto Pablo, Alejandro e i bambini. Le donne sono rimaste al campo per evitare che gli insetti sporchino i pesci che si essiccano al sole. O peggio, che un giaguaro o un coccodrillo ci si riempiano lo stomaco. Gli uomini, invece, sono qui per vedere il charque (è così che chiamano la carne essiccata). Lo vendono a privati o alle locande di Rurrenabaque per pochi pesos. I bambini imparano dai genitori. Imparano come lavorare per ore sul fiume e vendere il prodotto per pochi spicci. Imparano che cos’è che fa un chama. Chama, avevo imparato parlando con la gente di Rurre, è il termine dispregiativo con cui, dall’epoca dei primi contatti, i “bianchi” chiamano gli Ese Ejja. Selvaggi. Vagabondi. Sporchi. La parola significa tutto questo e qualcosa di più.

Saluto Pedro, Alejandro e i bambini e cerco un posto dove dormire e mangiare qualcosa che non sia riso, banane e pesce fritto. Sono 10 giorni che non tocco altro. Perché non c’è altro. Gli ultimi 2 giorni erano rimaste solo le banane. Il charque andava preservato per essere venduto. Cerco anche un almacén dove comprare cose da riportare al campo. Riso, banane. Tanto per cambiare. Ma anche filo da pesca e ami nuovi. Con loro ci si vede la mattina seguente. Partiamo prima di mezzogiorno perché per tornare al campo ci vogliono ore. E’ vero che siamo in corrente. Ma sono sempre tante. Quante? In Amazzonia conta poco. Il tempo è un’unità relativa.

Fa caldo a Rurre. Esco dalla doccia che già sudo di nuovo. Ho due zecche attaccate una sotto il braccio e una sotto la scapola. Regalo della tartaruga che ci siamo trascinati appresso per due giorni prima di scambiarla con banane a volontà. Non oso pensare alla sua fine. Una volta Pablo ne ha cotta una viva direttamente nel suo guscio. A casa sono vegetariano. Ma qui mangio quello che c’è.

L’unico modo per staccarle le zecche è affogandole. Si può usare anche una sigaretta. Ma non fumo e il rischio di bruciarsi è altissimo. Cerco un secchio e lo riempio. Con quella sul braccio e facile. La affogo e la stacco con delicatezza per evitare che la testa rimanga dentro e faccia infezione. Con quella sulla scapola non ci riesco. Faccio piano e la stacco tirandola. Incrocio le dita che non mi abbia lasciato parti o uova nella ferita.

Fa caldo per le strade terrose di Rurre. I camion sollevano polvere che ti finisce ovunque. Poi arriva il tramonto e con questo un bel temporale. Forte. Potente. Le stradine si trasformano in breve in fiumi di fango. Ormai ho imparato a camminarci dentro. Saltando di sasso in sasso. Di aiuola in aiuola. Aspettando che la piena si plachi. Con il temporale il caldo allenta la morsa. Sono fradicio in 10 minuti. Ma in altrettanti sarò asciutto. Trovo l’almacén e compro le cose di cui abbiamo bisogno. Mangio una minestra di carne e verdure. Roba rara sul fiume. La assaporo come fosse l’abbacchio con le patate che cucina mia madre.

Quando ti manca quasi tutto, tutto acquista valore. Ogni piccola cosa diventa una grande conquista. Anche una minestra. Ripensi al frigorifero di casa pieno di cibo. E al gesto di aprirlo che ormai dai per scontato. Un gesto che sul fiume equivale ad ore di lavoro. Ad ore di marcia nel bosco per trovare selvaggina. Ad ore di attesa sul fiume per prendere esche e pescare qualcosa.

Crollo sul materasso dell’alojamiento scelto per stanotte. Mi sveglia il gallo. Erano 10 giorni che non lo sentivo. Il gallo che mi ricorda la campagna e mio nonno. Il gallo che stamattina avrei volentieri ucciso e dato in pasto agli avvoltoi. Sul fiume dormo sempre a tratti. I rumori della notte non cessano mai. Le scimmie urlatrici si strillano da sponda a sponda. Le rane toro gracchiano mentre fanno grandi scorpacciate delle zanzare attirate dal mio odore. Le sento come fossero nella tenda con me. Difficile dormire. Di giorno invece c’è un grande silenzio nella foresta. I vocalizzi degli animali sono pochi e distribuiti nel tempo. Più il caldo aumenta più si fa spesso il silenzio. Lo puoi quasi toccare. Il gallo non smette. Mi alzo. Raccolgo la mia roba ed esco. Pago la mia notte al prezzo di un pacchetto di gomme al bar sotto casa. Un letto malconcio in una stanza con le mura azzurre scrostate. I tubi arrugginiti. La doccia con l’acqua calda a gettoni, che se non stai attento prendi la scossa. Ma se faccio il confronto mi sembra comunque poco. Troppo poco.

Arrivo al molo e vedo Jilder ed Elisa, i figli di Pablo, che giocano sulla sabbia con pezzi di plastica strappati dagli avvoltoi in mezzo alla mondezza e lasciati sul bagnasciuga. Strano che siano soli. Non ci sono né Pablo né Alejandro. La maglietta di Jilder ha più buchi che tessuto. Ed è la migliore che ha. Sul fiume in genere non la porta proprio. Ma il padre gli ha messo il “vestito buono” per salire a Rurre. Elisa è più piccola e il naso non smette mai di colarle. Sul labbro superiore ha ormai perenni croste di muco. “Hola hombrecito”, dico a Jilder sorridendogli.  “Donde està tu padre?”, gli chiedo. Ho un sacco di riso pesante sulle spalle e la iuta dopo un po’ ti taglia la pelle. Non voglio aspettare per partire. Il sole diventerà presto insopportabile. Per allora meglio essere sul fiume e in movimento. Il bambino non risponde subito. Nemmeno mi guarda. La bambina è ancora piccola e parla poco. Dice frasi metà in castellano e metà in ese ejja. Poso il sacco. Mi accovaccio vicino a Jilder e glielo chiedo di nuovo. “Donde está Pablo?”. Mi indica un gruppo di casupole di legno oltre il molo mentre continua a immaginare forme agitando la plastica blu. Non capisco subito. Poi vedo un uomo corpulento che gira l’angolo. Barcolla. La prima parola dello spagnolo di cui mi sono meravigliato mi investe i pensieri. Borracho. Ubriaco. Mi suonava strana allora. Oggi mi suona male. Sono preoccupato per quello che troverò. Ma ciò che mi aspetta è molto peggio di ciò che immagino. Pablo e Alejandro sono stesi per terra. Bottiglie di vetro vuote ovunque. Non erano certo soli. Se avessero bevuto tutto in due sarebbero morti. Ma si capisce subito che hanno mischiato birra e superalcolici di infima qualità. E si sa, gli indigeni di questa parte dell’amazzonia non reggono l’alcool. Sono già brilli con la loro bevanda tradizionale, il masato, che non arriva nemmeno a 2 gradi.

Provo a scuoterli ma Pablo non reagisce. Respira ma non si sveglia. Alejandro, invece, si stropiccia gli occhi e fa per alzarsi ma ricade giù con un tonfo. Mi riconosce e mi afferra un braccio. “Caray”, impreca “Jilder y Elisa …”. Lo rassicuro. Stanno giocando al porto. Mi ringrazia come se li avessi portati io lì. Poi afferra Pablo per le spalle e lo scuote violentemente. Gli molla un ceffone e l’altro finalmente si riprende. Si dicono qualcosa che non capisco in Ese Ejja. Si alzano appoggiandosi l’uno all’altro. Barcollano fino a una grande vasca pubblica per il bucato e infilano a turno la testa sotto l’acqua. Pablo ne beve in quantità, come appena fuori da giorni interi di grande sete. Ci incamminiamo insieme verso il porto. In silenzio. Nessuno dei due si regge in piedi ma è evidente che Pablo sta peggio di Alejandro a cui si appoggia. Scendiamo il molo che Rurre si è già svegliata. Molti commercianti hanno sollevato le serrande delle piccole tiendas del porto. Guardano i miei due amici indigeni con sprezzo e disgusto. Qualcuno li indica e nei discorsi sottovoce capisco solo una parola: “chama”.

Non mi vergogno di camminare con loro. Di prendere in braccio i loro bambini e metterli a sedere nel peke peke perché il padre e lo zio non sono in grado. Di slegare la cima che ormeggia il piccolo guscio di legno mentre Pablo vomita nell’acqua del fiume. La prima di almeno 5 volte prima del nostro arrivo al loro campo. Non mi vergogno ma prendo coscienza di un dato di fatto. Il razzismo del passato, fondato su preconcetti ancora vivi in piccole enclave culturali come Rurre, viene rafforzato da eventi come questi. Se non conoscessi Pablo e Alejandro. Se non fossi stato con loro a caccia e a pesca. Se non avessi visto con i miei occhi come si adoperano per la sopravvivenza quotidiana delle loro famiglie. Se non sapessi in che modo, anche inconsapevole, continuano a cercare uno spazio accanto, dentro, insieme alla società occidentale che li fagocita. Se non sapessi tutto questo, probabilmente sarebbero anche per me due poveri straccioni irresponsabili che si sono appena ubriacati con i pochi soldi guadagnati vendendo sottoprezzo il frutto di giorni di lavoro. Eppure la contraddizione è chiara. Lampante. Pescatori sul fiume. Ancora fieri di ciò che sono. Straccioni in città. Sempre uguale la dannazione delle minoranze etniche. Appena si avvicinano all’oggetto del desiderio, alle strade e al cemento, questi sembrano sedurli e ingoiarli. Sputandoli poi via come rifiuti.

Nel tempo ho elaborato una convinzione. Come l’alcool, i popoli nativi di ogni angolo della terra non “reggono” la civiltà di matrice occidentale. Una piccola dose è sufficiente. Per annientarli non c’è più bisogno delle coperte infette usate nell’Ovest Americano o delle armi convenzionali. Basta esporli al delirio confusivo del paese dei balocchi.

Dovrei dirgli qualcosa. Ma chi sono io per dire a loro come vivere la loro vita? Come spendere i loro soldi? Come prendersi cura dei loro figli? Sono qui per capire eppure tutto mi sembra sempre più complesso.  I dubbi sono sempre più delle risposte.

Il rumore del peke peke mi desta dai pensieri. Ormai navighiamo in corrente verso il campo mentre il sole fa scintillare le gocce che saltano via dalla scia bianca del motore. Pablo è piegato sul timone mentre Alejandro a prua gli indica dove andare per non colpire rami o zone di secca. I bambini giocano sul fondo dello scafo stesi sulle reti. C’è silenzio. Non ci diciamo nulla. Ciò che è avvenuto sembra strano solo a me. Per loro fa parte ormai di una routine. Probabilmente succede così ogni volta che salgono a Rurre. Loro lo sanno. Lo sanno i bambini. Lo sanno le donne che rimangono al campo. Fa parte del ciclico ripetersi della vita sul fiume.

Oggi, nel 2011, mentre scrivo queste cose mi chiedo: come sarà la vita di Jilder ed Elisa 15 anni dopo il nostro incontro? Ma tutte le risposte che mi vengono in mente mi spaventano.


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