Sesso per denaro

Ho spesso a che fare con il mondo universitario. E negli ultimi tempi non è raro imbattersi in articoli che raccontano storie di studentesse maggiorenni che si prostituiscono per pagarsi gli studi. O anche solo per avere soldi in tasca. Per acquistare abiti. Per avere una macchina.

Tempo fa su un forum ci confrontammo sull’argomento prostituzione. E lì fu interessante. Qualcuno rispolverò la tesi delle sanzioni per i clienti e dell’intervento dello Stato. Della necessità se non altro della messa “fuori legge” di chi offre corpo e sesso per denaro e di chi lo acquista. Una delle motivazioni addotte era il ritornello dello “sfruttamento”. Parola con la quale si sottolineava il ruolo del cosiddetto “pappone”, della riduzione in schiavitù di giovani donne soprattutto straniere. Qualcun altro propose interventi repressivi basati su ipotetici principi etico-morali. Ovvero “è una cosa che non si fa in una società civile”.

Oggi mi sono imbattuto in un articolo interessante sul fenomeno del “cam girl”. Ovvero la versione virtuale e 2.0 dei locali per adulti in cui donne (ma non solo) si spogliano e si masturbano per denaro. La cosa avviene in rete, di fronte a una webcam. Il cliente paga, osserva, chatta, può fare richieste che vengono o meno soddisfatte dalla ragazza al di là della videocamera.

Molte delle studentesse a cui accennavo in apertura utilizzano questo metodo. Prostituirsi sembra una parola forte? Per me è solo un termine come un altro. Anche vendere la propria immagine virtuale o il proprio orgasmo (vero o finto che sia) è prostituirsi. O no?

Ovviamente, come sulla prostituzione più tradizionale, si scatenano subito le tesi moralistiche, quelle sociologiche, quelle psicologiche. E chi più ne ha più ne metta. Mercificazione maschilista del corpo femminile? Esaltazione della libera scelta di una donna? Da un estremo all’altro pochi ascoltano cosa hanno da dire le dirette interessate.

Nell’articolo si riportano alcuni stralci di interviste. Riporto alcuni passaggi:

A., 28 anni, disoccupata, racconta: “Lo ammetto, lo faccio solo per denaro. Sono soldi facili, guadagnati senza nemmeno uscire di casa. Niente traffico, treni, multe, non male, no? Con la crisi ho perso il lavoro e, invece di accettarne uno meno qualificato o di tornare a dipendere dai miei, ho scelto di guadagnare qualcosa in questo modo, per pagarmi un master universitario. Si guadagna bene, non le cifre favolose di cui parlano i giornali, ma lavorando solo poche ore la sera arrivi anche a 1.000 euro e oltre al mese. […] Se è una mercificazione del corpo? Sì, può darsi. Ma non mi sento sminuita come donna. O forse un po’, a volte, quando mi capita per un attimo di guardarmi dal di fuori… ma poi penso che non è l’unica cosa che faccio nella vita e non la farò per sempre, è soltanto una fase, per raggiungere altri obiettivi, e soprattutto non faccio del male a nessuno. No?”.

E poi …

F., 38 anni, arredatrice. “Ho iniziato qualche anno fa, quando il fenomeno non era ancora così diffuso, eravamo poche. Direi che ho iniziato per amore. Mi ha convinto il mio compagno, io da sola non ci avrei mai pensato. Era il primo uomo con cui avevo scoperto la passione, il sesso in tutte le sue sfaccettature. Prima ero stata sempre molto inibita. Mi è parso quindi quasi un debito di riconoscenza accontentarlo anche in questo. Gli piaceva che gli altri uomini mi guardassero, pagassero per vedermi”.

E poi …

B., 32 anni, impiegata: “Ho un lavoro fisso, non avrei bisogno di soldi, anche se fanno sempre comodo… ma quello che mi piace è tornare a casa la sera e… trasformarmi. Mi piace fare la cam girl, non me ne vergogno. Certo non lo faccio sapere troppo in giro, ma soltanto per difendermi dal moralismo e dall’ipocrisia imperante. […] Alcuni [clienti] sono normali ragazzi o padri di famiglia che cercano un momento di svago, molti di loro non pagherebbero mai per fare sesso reale, preferiscono il sogno, l’immaginazione. Poi mi sono imbattuta anche in storie tristi, un ragazzo in sedia a rotelle, un uomo di quasi cinquant’anni che per vari problemi di salute non esce mai di casa e vive tutta la sua vita tra relazioni virtuali. È un mondo più complesso di quel che si crede, fatto di divertimento, ma anche di solitudine. Paradossalmente, proprio dove spesso si nasconde il viso, ci si possono togliere finalmente le vere maschere”.

Bisogni economici, aspirazioni individuali, piacere recitatorio e un po’ di esibizionismo, semplice sperimentazione. Non mi sembra ci sia nulla di tragico. Anzi mi sembrano le stesse motivazioni che spingono chiunque a tentare una nuova “impresa” professionale. Le stesse motivazioni sarebbero applicabili a qualunque lavoro.

Ogni lavoro ci priva di buona parte del nostro tempo libero. Ogni lavoro implica la prostituzione (vendita per denaro) di nostre idee o abilità. Ogni lavoro implica livelli di subordinazione. Al capo se si è dipendenti. Al volere del cliente se si è liberi professionisti. Insomma, tutti in un modo o nell’altro ci prostituiamo.

Perché allora questo astio moraleggiante quando di mezzo ci sono il corpo e il sesso? Soprattutto se è quello di una donna? Magari giovane?

Un’idea io ce l’ho. Fin da piccoli veniamo educati nell’alveo della morale cattolica. E per essa il piacere sessuale è per definizione peccaminoso. E’ appena accettabile se orientato alla riproduzione. Fine a sé stesso ci avvia verso la dannazione. Provare o far provare quel piacere addirittura per denaro rappresenta dunque un abominio. Per coerenza formale, infatti, gli “eunuchi di Dio” si privano del rapporto carnale con l’altro sesso. Almeno sulla carta. Questa matrice è così forte e radicata che anche laici e mangiapreti finiscono spesso a sostenere tesi moralistico-repressive.

Tendo a sottolineare anche il cosiddetto “sfruttamento” quale motivazione per reprimere il fenomeno non funziona. Lo sfruttamento è un problema che non riguarda solo la prostituzione. Ogni rapporto lavorativo potrebbe di fatto essere oggetto di sfruttamento. Ed esistono leggi apposite che tutelano i cittadini su questo.

Tolto lo “sfruttamento” e tolta l’impalcatura “religioso-moraleggiante”, quello che resta è una transazione di servizi in regime di libero mercato. Nulla di diverso di un massaggio al centro dietro casa. Chi vuole compra. Chi desidera acquista.

Certo è che le cam girl dell’era del web 2.0 mi ricordano molto la girl 6 del film di Spike Lee. Judy che voleva fare l’attrice e che alla fine mette le sue abilità recitatorie al servizio dei clienti della hot line. Tristi sì. Ma come tanti altri lavori. Non certo fuorilegge o da deprecare.


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