La montagna facile non esiste

O quasi. L’ho sempre saputo. E quest’estate in Valle d’Aosta ne ho avuto conferma.

Tramonta il sole e sono seduto sull’ultimo masso incastrato di questa lunga giornata. In lontananza i ghiacciai del Gran Paradiso. A destra, più vicine, la vetta della Grivola e la lunga lingua di quello che rimane del ghiacciaio del Trayo. Tratti di bianco attraversano la roccia nera, scurita dalla luce che si affievolisce. Cascate. Acqua che scorre. Ho una gran sete. Nella valle si accendono le prime luci. La fettuccia è tesa sotto il peso della corda in tensione. L’ATC Guide fa il suo lavoro. Posso rilassarmi un po’. Ce l’ho fatta. Ho risolto tutti i problemi. Ho perso e ritrovato la via. Ho guidato la mia cordata fuori da tutte le difficoltà. Quelle esterne e quelle interne. E loro sono stati fantastici. Un passo dopo l’altro. Ingoiando i disagi. Dando tutto quello che c’era da dare per uscire dal labirinto.

8 ore dentro alla montagna. Il mio primo tramonto seduto sulla vetta. Un misto di gioia, apprensione, eccitazione. Prima separate. Una per volta assalgono il mio tentativo di rimanere concentrato. Di mantenere l’equilibrio giusto fra velocità e sicurezza. La mia ma soprattutto quella degli altri. Poi in cima tutte insieme mi affollano la pancia. Sorrido. Sento le voci di G e S sotto di me. Ci abbracciamo appena mi raggiungono. Se non c’eri tu avevo già chiamato l’elicottero, mi dice G. Chissà. So solo che lassù lui c’era sempre. Attento. Presente. E S ha dato ogni goccia di energia. Se ha traballato lo ha fatto dentro. Sgranando gli occhi. Strofinandosi il viso. In silenzio se le parole potevano intralciare la salita. Ogni tanto gli ho urlato contro. Perché la corda non veniva. O perché eravamo lenti. Ma quassù alla luce del tramonto è tutto dimenticato tranne la felicità che ci invade.

Mi piacerebbe fare la Pousset per la parete est. Con questa frase di G inizia la piccola storia di quella salita. Prima non sapevo nemmeno cosa fosse la punta stondata che guardata da Gimillan assomiglia al piede calloso di un arrampicatore. Cerco notizie su internet. Si trova poco. Sembrerebbe una via di cresta. Un 3000 che dalla normale è una lunga camminata piacevole in un magnifico ambiente isolato. Tecnicamente non sembra presentare problemi. Perché no, mi dico. Una cosa così lunga non l’ho mai fatta.

E più ci penso più mi piace.

L’alba colora di un velo di rosa l’orizzonte. L’aria è già calda e la gatta si stira nel tepore del lucernario. Le previsioni per oggi danno meteo stabile. Niente vento. Continuerà così anche domani. Il giorno ideale per provarci. Facciamo colazione e usciamo. Partiamo in 4. R proseguirà per la normale e ci vedremo in cima. Alla casa del guardiaparco incontriamo altri 3 escursionisti. Saranno le uniche facce che vedremo in questa lunga giornata. Cerchiamo di individuare in lontananza la scala di legno che dà accesso alla parte alta degli ometti che conducono all’attacco. Da lontano ci vedo male ma G la vede subito. Guardo l’orologio e per me è già tardi. Ma non faccio testo, mi dico, per me è sempre tardi. Se ci metto due ore a fare una cosa penso spesso a come avrei potuto mettercene una e mezza. Sono fatto così. Per me anche il tempo fa parte del gioco. E averne a disposizione per uscire dai guai mi dà serenità.

Salgo avanti agli altri in cerca degli spit descritti nell’unica relazione trovata. Dovrebbero aiutare a proteggere le prime placche fino al III. Ne vedo uno ma sono già alto. Traverso verso una cengetta comoda, faccio cenno a G e S e inizio a mettermi l’imbrago e a liberare la corda. E’ mezzogiorno. Quasi tre ore di avvicinamento. Sentiero lungo. Ricerca lunga. Guardo verso il Piemonte e sulla dorsale che protegge la Valle di Cogne crescono i primi cumuli. Il vento è aumentato. Per fortuna. Soffia da nord e li respinge. Vento e crinale come un diga tengono lontane le torri bianche. Almeno per ora, penso. Se si affievolisce prima dell’ora più calda sono cazzi. Precipitazioni non ci saranno. Ma nella nebbia sarebbe un bel lavorio trovare la strada.

Dico a G e S di passare per la cengia erbosa. Da lì è più facile salire. Gli calo la corda semmai. Veniamo su, i traversi non ci piacciono, mi rispondono. Sorrido. E me lo dici adesso, penso. Ma poi a chi è che piacciono i traversi? Mi raggiungono e osservo S che affronta i passi laterali che portano dove sono io. Eh sì, non gli piacciono proprio. Speriamo non ce ne siano altri più su.

Illuso. Una linea che sale da sinistra a destra o procede in diagonale, quindi in semi-traverso, o alterna tratti verticali a traversi veri e propri. Un modo lo troveremo.

Capisco subito che l’idea della conserva non è praticabile. Anche sui tratti più facili bisogna procedere a tiri di corda. Ho una corda sola e due compagni. Bella storia. E’ roba facile, riecheggiano nelle orecchie le frasi dei valligiani. Facile. Ma che vuol dire facile?

Meno male che Alfredo ci ha consigliato di portare le scarpette. Sì perché il II e il III a blocchi, o in un camino, o in un bel diedro ammanigliato li fai pure con i ramponi ai piedi e usando le mani quando serve. Ma quando si tratta di belle placche lisce appoggiate con quei meravigliosi licheni gialli sopra la cosa è ben diversa. Eppure sempre III è.

Mi infilo le scarpette e corro su per il primo tiro. 2 spit in 40m. Sosta fatta. Su spit. Secondo tiro uguale. Al terzo c’è solo una sosta su vecchi chiodi. Da lì sparisce ogni cosa. Corro su. Veloce come posso. Placche appoggiate in diagonale verso destra. Tutto così. A 5 metri dalla fine della corda mi guardo intorno. Cerco qualcosa dove infilare protezioni. A cui avvolgere una fettuccia per fare una sosta. E meno male che sono fissato e che mi sono portato qualche friend e qualche dado. Lavoro di fantasia per mettere gli altri in sicurezza.

Alla quinta lunghezza su pacche e licheni S inizia a mostrare i primi segni di stanchezza. Non fisica. E’ la testa che non ce la fa più. I traversi non le piacciono. Me l’ha detto. Ma che posso fare? Raddrizzare la montagna non posso. Devo cercare di stare vicino al filo di cresta. Dicono così le relazioni. E’ il punto più facile. Ma che vuol dir facile se quel tipo di facilità è proprio quella che temi di più?

Un traverso di 40 metri su una cengetta su cui si cammina è la prova finale. In cima sarà la cosa che S ricorderà di più nonostante tutto quello che seguirà. Più in alto iniziano grandi blocchi a gradoni. Ancora in diagonale verso destra. Placche appoggiare e gradoni. Massi. Placche appoggiate e gradoni. Massi. G mi indica una cengia sotto una roccia bianca e rotta. Dobbiamo scendere 5-6 metri. Ci penso. Secondo me è sopra. Ma magari sotto riusciamo ad evitare tutti questi traversi che stanno snervando S. Non sono convinto ma decido di scendere. La cengia è un ammasso di sfasciumi in equilibrio gli uni sugli altri. E’ comoda. Ci riposiamo un secondo e mangiamo una cosa veloce.

Sarà l’ultimo boccone prima della vetta.

Il primo tiro dopo la cengia a sfasciumi sembra confortante. III, non più su placca appoggiata ma fra blocchi grandi come lavatrici. Stabili. Riesco finalmente a proteggermi un po’. Corro. Faccio sosta. Richiamo gli altri. Proseguo. Ma più proseguo più la situazione peggiora. Il grado sale. Caminetti. Gradoni. Blocchi strapiombanti. Mai sopra il VI ma interminabili. Ma so che da qui non si torna più indietro. O si esce o si esce. Calarsi è impossibile. Faccio soste, richiamo, corro su. Ormai siamo in silenzio. S è stanca. G provvede a confortarla un po’. Le sorrido. Le faccio i complimenti per i passaggi meno facili. Ma sono soprattutto concentrato.

Quando squilla il telefono sono le 17,30. E’ R. Cazzo mi sono perso il tempo! Sarà preoccupatissima. Ci ha aspettato per ore sotto la vetta. Ci dice che scende. Le diciamo che siamo quasi fuori. Di non preoccuparsi. So che non è vero ma va bene così.

Vedo finalmente in alto il diedro più complesso. Il passaggio chiave della via. IV. Verticale. Ci spero. Le placche, le lavatrici e i diedri fratturati mi iniziano a stancare. Cerco di puntarlo ma due enormi blocchi mi sbarrano la strada. A destra verso l’interno non si passa. Salgo a sinistra. Incastro un dado. Due passi e mi accorgo di essere sul filo di cresta. Guardo sotto il prato. Centinaia di metri più in basso. Devo fare un passo. Solo uno e poi sono fuori. A terra sarebbe un giochetto. Ma quassù, su un dado e con il culo sospeso a mezzo chilometro da terra, me la faccio sotto. Mi concentro. Aderenza. La so fare. Ci provo. Salgo. Troppi zig zag. La corda mi tira. Urlo corda. Ma G non può fare molto. Tiro e finalmente viene. Trovo un masso incastrato e tiro su gli altri. Mi racconteranno poi che per passare sono montati una sulle spalle dell’altro. Alla vecchia maniera.

Un campo di sassi che attraverso quasi di corsa e siamo alla base del diedro. Vedo la croce di vetta. Ma è piccola. E’ passata un’altra ora e la luce si affievolisce. Il vento non è calato e le nuvole iniziano a sgonfiarsi. Meno male. Nel diedro ci dovrebbero essere chiodi e spit. Pure troppi dice l’unica relazione trovata. Non li vedo. Salgo nel primo camino. Metto giù una protezione. Alzo gli occhi. A 10 metri da terra il primo spit. Sorrido con me stesso. 40 metri e 3 spit dopo sono alla prima sosta a spit da stamattina. E come bere acqua dopo ore nel deserto. La tensione scende. Ma anche la luce. Veloce. Un’ora e mezza e saremo al buio. Guardo una bella cengia con tettoia. L’ideale per una bella notte all’addiaccio. Mi viene da ridere solo a pensarci quando vedo S che mi raggiunge. Si aggrappa alla mia gamba, mi sorpassa e si siede. E’ esausta. Non lo dice ma è spaventata. La rassicuro. Ne usciamo sicuramente. Ormai il peggio è dietro. Poi ci rifletto. Come faccio a saperlo? Sono al buio come lei. Cerco una strada.

Tagliamo a destra e ci infiliamo in una grotta passante come ci ha detto Alfredo. Poi in un buco. Poi sfasciumi. Sfasciumi. Corro e faccio sicura a spalla. L’ultimo tiro in diagonale e scavalco l’ultimo sasso. Il sole rosso. La vetta della Grivola. Il Gran Paradiso. La gioia.

O forse quella sensazione di liberazione che avverti quando sai di aver fatto tutto il possibile. Quando il tunnel in cui ti immergi quando arrampichi si dissolve e il mondo intorno ti investe. Senti il tepore sulla pelle. L’odore acre del sudore. Lo stomaco che brontola. E’ come se per ore avessi avuto un solo senso e d’improvviso ti accorgi di averne 5. E fai difficoltà a stargli dietro.

Non so quante soste ho costruito quel giorno. G dice 30. 4 erano in loco. Ma non azzarderei un numero. Ne ho fatte tante. Di più. Come meglio potevo per garantire la sicurezza di chi mi veniva dietro. Grande lezione quella della Est della Pousset. Umiltà. Timore. Consapevolezza della strada che c’è sempre da fare. Desiderio di imparare di più. Amore per le avventure che la vita ti mette difronte. Per quelle che cerchi nei luoghi che ami. Ma anche la piccola grande soddisfazione per avercela fatta. Come primo di cordata. Tiro dopo tiro.

Dopo la vetta ci attende il buio. E una lunga discesa sotto le stelle. Fra stambecchi di cui vediamo prima gli occhi e poi le sagome nere. Beviamo. Beviamo. Assetati. Affamati. Arriviamo a casa che sono le 00.40. E’ già domani.

Domani. Oggi non si fa nulla. La giornata pero è ancora bella. Il meteo stabile. Risaliamo in macchina lungo la strada che entra in paese. Sul marciapiede l’erba secca sparsa dalle pale di un elicottero. E’ successo qualcosa. Spero nulla di serio. Poi vedo due ragazzi con l’imbrago che camminano verso la staccionata. Tutto a posto allora. In lontananza il pilota che li saluta. Li hanno appena recuperati in difficoltà sulla est della Pousset.

La montagna facile non esiste. O quasi.

O forse sarebbe il caso di chiedersi cosa vuol dire facile. Molto spesso infatti ci si sofferma all’aspetto tecnico. II+, placche di III, un diedro di IV con qualche spit. Facile. E lì finisce. Magari.

L’avvicinamento. La lunghezza della via. Il meteo. I componenti della cordata. Gli aspetti psicologici. La conoscenza o meno dell’itinerario. Le informazioni a disposizione. Il tipo di terreno e i pericoli oggettivi. L’esposizione. Le possibilità di fuga. Tutti elementi che si influenzano a vicenda. Se a tutti è possibile rispondere “facile”, e solo allora secondo me, la via è veramente facile. In linea di massima questo non succede mai. Soprattutto perché alcuni di quegli elementi cambiano durante la salita.  

Cambia la motivazione. Si parte carichi e poi magari il morale di qualcuno crolla durante la salita. E si sa, la forza della cordata equivale a quella dell’elemento più debole. Io e Manolo scaleremmo al mio livello non di certo al suo.

Cambia l’esposizione. Nelle relazioni superficiali al massimo viene descritta una media. “Tratti esposti”. Non sai quanto esposti. Né quanto è esposto ognuno. Magari “esposto” è la media fra placche leggermente esposte e traversi che ti tolgono il fiato.

Cambiano i pericoli oggettivi. Anche se sai che ci sono massi instabili, non sai dove, né quanti, né quanto grandi.

Cambia tutto soprattutto se sbagli direzione. Per insufficienza di informazioni. Per errore. O semplicemente se per risolvere un problema, o perché sei convinto che in quel momento sia meglio, vai a destra invece che a sinistra.

Alcuni elementi cambiano lungo la salita, altri sono così e fanno parte del rischio delle attività verticali. Ma probabilmente anche l’indeterminatezza dei primi è parte del rischio implicito. E’ proprio per questo che “facile” è un aggettivo applicabile solo a una via che conosci. E aggiungo, che frequenti spesso. Perché in alcuni casi le condizioni cambiano di anno in anno.

Ora che l’ho fatta posso dire che la Est della Puosset è una via facile se sei in due, almeno medi arrampicatori e che conoscono bene dove andare. In questo caso si fa in 3, 4 ore. In caso contrario no.


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