Chi sbaglia paga

Dovrebbe essere così quando si vive in un gruppo umano governato da norme comuni e più o meno uguali per tutti. Ci pensavo in questi giorni difronte a due degli argomenti che saturano i media ufficiali: la strage di Oslo-Utoya e l’incendio alla stazione Tiburtina.

Mentre ci pensavo mi è venuto in mente il saggio “Dei Delitti e Delle Pene” di Cesare Beccaria. L’illuminista milanese viene spesso citato come uno dei primi importatori nel nostro Paese di una riflessione moderna sulla tortura e sulla pena di morte. Il livello di civiltà di un popolo, secondo Beccaria, si misura in base al trattamento riservato ai prigionieri. Da qui le sue proposte abolizioniste sulla scia delle idee di Voltaire.

Ma perché mi è venuto in mente Beccaria difronte alle fiamme a Tiburtina e ai morti norvegesi?

Si tratta di due casi completamente diversi.

Da una parte un attentatore norvegese che sarebbe responsabile di 76 (ad oggi) morti. Una bomba rudimentale nel cuore di Oslo, più l’omicidio brutale di un gruppo di giovani partecipanti a un raduno estivo del partito laburista. Dall’altra un incendio il cui innesco non è ancora chiaro e le cui responsabilità sono avvolte nella nebbia. Cavi incustoditi. Semplice guasto. Assenza di sicurezza. Presenza di addetti intenti a fare altro. Sabotaggio. E chi più ne ha più ne metta. Tre inchieste in corso.

In un caso tutto chiaro – forse qualche complice. Nell’altro niente di più oscuro. Da una parte un sistema giudiziario che per il reato di terrorismo prevede al massimo 21 anni di galera. Con la possibilità di rinnovo di 5 in 5. Dall’altro un non-sistema giudiziario. Dove i processi vanno in prescrizione prima di stabilire rei e pene. A meno che, chiaro, non si tratti Mario Rossi. In quel caso l’iter processuale è rapido e immediato. C’è da scommettere che per Trenitalia non sarà così. Fra appelli e ricorsi le responsabilità saranno seppellite nelle sabbie mobili della giurisprudenza.

Ma che c’entra l’azienda di trasporti? Non sono loro le vittime dell’incendio? Sì e no. O meglio sono potenziali vittime dell’incendio. La cosa va dimostrata. Ma sono sicuramente responsabili della colonna di fumo che ha avvelenato per 14 ore il quartiere adiacente. In un articolo di oggi (qui ce n’è un pezzo) il Fatto riporta le cifre della security di Trenitalia. 300 persone e nessuno che sia riuscito a intervenire in tempo. A segnalare tempestivamente. Volendo a prevenire. Eh sì perché i sistemi di controllo e sicurezza in realtà servono proprio a quello. A prevenire. Parola oscura nel verbo italico.

Due situazioni diverse insomma. Ma uguali su un punto. Le pene non saranno mai commisurate ai delitti. Molti sistemi giudiziari contemporanei, secondo me, hanno frainteso le idee di Voltaire-Beccaria. E questo succede a prescindere che si tratti di democrazie un po’ meno finte come quella norvegese o paesi delle banane come il nostro.

Diceva Beccaria “perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”. Vorrei soffermarmi su alcune parole. Pubblica. La pena deve essere conosciuta perché è solo così che si innesca il virtuoso meccanismo della deterrenza. Se so cosa mi succede se sbaglio, sbaglierò di meno. Non sempre è così. Esiste il fascino del proibito. Ma in genere con soggetti socialmente funzionali alla lunga funziona. Con i devianti cronici no. Ma tanto quelli devierebbero comunque. E’ fisiologico. Pronta. Ci deve essere la certezza della pena. Il cittadino deve sapere che se sbaglia paga. E che pagare è giusto per il bene comune. Necessaria. La pena, oltre che pronta è necessaria, una volta accertato il delitto. Altrimenti il meccanismo sociale va in frantumi. Minima ma proporzionata ai delitti. E qui la proporzionalità è questione di scelte. Di metri diversi. Ed è su questo che ho qualcosa da dire.

Sono contrario alla pena di morte. Ma sono altrettanto contrario alla pena di vacanza premio. Non era quello che intendeva Beccaria. “Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che dà un forte ma passeggero movimento”. Messa così sembrerebbe che fosse favorevole all’ergastolo. Ma leggendo un altro passo il quadro si fa più chiaro “un uomo privo di libertà, che divenuto bestia di servigio, ricompensa con le sue fatiche quella società che ha offesa”.

Sì. E’ proprio quello che sembra. I lavori forzati. Locuzione che evoca subito le immagini degli schiavi neri nelle piantagioni di cotone. Dimenticando che quelli non erano detenuti ma deportati dalle loro terre senza che si fossero resi responsabili di alcun crimine. Più che questa immagine bisognerebbe pensare alle tute catarifrangenti dei lavoratori socialmente utili. Non quelli che nel nostro paese servono a mascherare lo sfruttamento di manodopera a costo ridotto che rimpiazzi carenze di personale. Ma quelli che in alcuni paesi più civili svolgono i detenuti.

Non sto dicendo che sono favorevole alla schiavitù dei rei. Sto solo dicendo che i sistemi giudiziari e le costituzioni dovrebbero rileggere in maniera approfondita il dibattito illuminista sul trattamento dei prigionieri. E un certo perbenismo radical chic del “volemose bene”, “tutti fuori, tutti liberi”, nato in opposizione al pensiero forcaiolo di matrice fascista, dovrebbe guardarsi allo specchio e avere il coraggio di evolversi. Le società sono mutate. Le carceri sovraffollate e molti colpevoli impuniti. E quando anche lo fossero, inutili alla società che hanno lacerato. La loro pena di nessun esempio. Il loro tempo in carcere di nessun valore educativo, né per loro né per gli altri.

Nella mia ottica né il responsabile della carneficina di Utoya né gli attentatori della salute pubblica della Tiburtina – per rimanere agli episodi che hanno suscitato la mia riflessione – possono pagare con la sola privazione della libertà. O peggio, attraverso il pagamento di una qualunque cifra in denaro. Quest’ultima usanza, infatti, discrimina pesantemente fra ricchi e poveri. Il che contravviene al primo principio dello ius civis, ovvero che la legge è uguale per tutti. Breivik e i criminali della Tiburtina devono “ricompensare con la fatica la società che hanno offeso”. E la loro fatica deve essere pubblica, pronta, necessaria, minima ma proporzionata ai delitti.

Non succederà mai. Perché le società in cui viviamo non sono illuministe ma medievali. E dimenticano che quando i rei sono trattati meglio dei giusti è il segno che qualche problema è alle porte.


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