No al nucleare. OK. E dopo?

Come di frequente ci si infiamma per una questione. Magari si vince una battaglia. Poi però ci si dimentica di contare i cadaveri e di capire se anche la guerra è finita. E bastano i numeri di un referendum perché tutto – o quasi – venga dimenticato. Stando ai cicli circadiani del sonno italico per altri 20 anni dovremmo essere al sicuro da un nuovo agguato delle bande politico-affaristiche legate alla costruzione di centrali nucleari.

Perfetto, ma nel frattempo? Con cosa produciamo l’energia di cui abbiamo bisogno? Rimaniamo servi dei Putin, Sarkozy e Gheddafi di turno? Risposta troppo semplice sarebbe “usiamo le rinnovabili”. Tornerò sulla questione più avanti. Ma poi, l’energia di cui abbiamo bisogno è veramente tutta necessaria? Domande. La vittoria del referendum fa sorgere molte domande. E invece quello che si ascolta e il silenzio ottuso delle risposte. Delle certezze.

Il mio NO al nucleare non dipende da una valutazione sulla pericolosità intrinseca della tecnologia. Ma al fatto che vivo in Italia. Non mi fido della classe politica. Non mi fido delle competenze tecniche. Non mi fido dei sistemi di appalto para-mafiosi. Conosco fin troppo bene le modalità di reclutamento del personale. In sostanza non penso che il nucleare non vada bene. Penso che il nucleare non vada bene per un paese in cui non si riesce a smaltire nemmeno l’immondizia ordinaria. Figuriamoci le scorie tossiche.

E veniamo alla pericolosità oggettiva del nucleare. Non sono un ingegnere, né un chimico, né un fisico. Ma i numeri li so leggere. E la rete è strapiena di studi pro o contro che riportano dati di varie fonti autorevoli. E autorevoli per me non significa che abbiano un nome riconoscibile – altrimenti sarebbe autorevole anche Veronesi – ma che siano serie e accreditate dai fatti, non dalle opinioni. Il dato è sempre manipolabile, la fiducia nella fonte che lo analizza è invece un giudizio individuale. Se ti fidi – non nel senso della fede – prendi per giusto ciò che la fonte dice. Altrimenti ne cerchi un’altra.

Nessun ambientalista metterebbe in dubbio l’autorevolezza di Greenpeace. Per inciso non cito altre fonti perché ce ne sono infinite e sostanzialmente sono d’accordo con la maggior parte di esse. Ho scelto Greenpeace perché rappresenta bene la voce “mediatica” ed “emotiva” sulla questione. Quella della protesta che talvolta dimentica la progettualità necessaria per la successiva proposta. Leggendo qui e lì nel loro sito si desume che i rischi maggiori del nucleare siano rappresentati da: radiazioni, scorie, attacchi terroristici, cataclismi naturali, errori umani. Ai quali si aggiungono costi esorbitanti per una resa di fatto modesta. Si sostiene, ad esempio, che ad oggi i 439 reattori nucleari commerciali attualmente in funzione generino circa il 15% dell’elettricità mondiale. Il nucleare inoltre produce solo energia elettrica e non risolve i problemi di riscaldamento e trasporti. In sostanza, prescindendo dall’aspetto economico, il vero pericolo diretto del nucleare sono le radiazioni. Anche scorie, attacchi terroristici, cataclismi naturali ed errori umani, infatti, hanno in comune la diffusione delle radiazioni come elemento di rischio sul breve, medio e lungo periodo. Tralascerei gli effetti diretti di un’esplosione perché non riguardano direttamente il nucleare ma qualunque tipo di impianto esploda in zone densamente popolate.

Quando si pensa alle radiazioni la mente va subito alle immagini dei corpi dilaniati a Hiroshima e Nagasaki. Alle immagini dei figli di Chernobyl. Radiazioni che inquinano le risorse idriche. Che innescano processi degenerativi nelle cellule e fanno venire il cancro. Che influenzano addirittura la salute dei nascituri. Radiazioni contenute in scorie che hanno tempi infiniti di degenerazione.

Mark Lynas è uno studioso di Oxford che in generale si augura la fine dell’utilizzo dei carburanti fossili ma che sul nucleare la pensa diversamente da GreenPeace. In generale sono poco d’accordo con le sue osservazioni. Fatto sta che sono fortemente supportate da dati. Nel suo articolo The dangers of nuclear power in light of Fukushima sostiene che il nucleare rappresenta la più efficace (ad oggi) tecnologia di produzione di energia elettrica a bassa emissione di CO2. Definendo il rischio di contaminazione da radiazioni un dato tutto sommato trascurabile. Vedremo poi trascurabile rispetto a cosa.

Nell’articolo sono i numeri rispetto all’Inghilterra che colpiscono:

  • La radiazione di fondo in UK e di 2,7 millisieverts (mSv) l’anno
  • Nel nostro corpo il potassio decade naturalmente in potassio 40, un isotopo radioattivo. Il numero di decadimenti ogni secondo è di 4000 nuclei. Aggiunto al famoso carbonio 14 il potassio 40 è responsabile del 10% della dose annuale di radiazioni a cui un cittadino UK è esposto
  • In Cornovaglia – ad esempio – la conformazione geologica fa sì che il suolo (granitico) rilasci radiazioni che quadruplicano l’esposizione dei cittadini alle radiazioni: 10 mSv/anno
  • 3 milioni di cittadini UK sono stati esposti in un anno a TAC e radiografie. Uno solo di questi esami espone il corpo alla stessa quantità annua di radiazioni degli abitanti della Cornovaglia: 10 mSv/anno
  • Lo 0,2% delle radiazioni a cui i cittadini britannici sono esposti proviene da impianti o armi nucleari e lo 0,1% dalle scorie. Il 15% dalle tecnologie mediche. Il 10% dal decadimento naturale di potassio 40 e carbonio 14

Secondo questi dati le radiazioni acui sono esposti i cittadini di Her Majesty NON provengono dalla produzione dell’energia nucleare. E’ ovvio. Questo finché tutto va bene. L’articolo analizza anche i principali incidenti della storia (Chernobyl, Three Mile Island e Fukushima) ma la sostanza è la stessa. A parte le conseguenze dirette di esplosioni e malfunzionamenti comuni ad altre tipologie di impianti – l’esplosione di una centrale a idrogeno (0 radiazioni) sarebbe in questo senso tragicamente superiore – il problema radiazioni è anche in quel caso, secondo Lynas, trascurabile. Questo a fronte del fatto che le radiazioni diminuiscono in maniera direttamente proporzionale al quadrato della distanza. Quindi in maniera rapidissima man mano che ci si allontana dalla sorgente.

La parola chiave di Lynas è “trascurabile”. Letta da sola sembra una presa in giro. Con il termine di paragone non proprio. Per lo studioso, si tratta di elementi trascurabili a fronte dell’alternativa. Ovvero i carburanti fossili. Come per le energie rinnovabili, ci torno fra un secondo. Prima una perplessità.

Mi piacerebbe esistesse un “misuratore Ricucci” per testarlo sul prof Lynas. Ricucci è quell’intellettuale – si fa per dire – italiano che coniò la famosa frase “fare i froci con il culo degli altri”. Cosa succederebbe infatti se decidessero di costruire una bella centrale a Oxford? Le radiazioni sarebbero ancora “trascurabili” per il prof. Lynas? Fra la dimensione sistemica e quella individuale infatti c’è sempre il mare. Quando il “culo” non è il mio le valutazioni sono sempre diverse.

E anche il silenzio post referendario sa molto della versione nostrana della sindrome Nimby. Not in my backyard, ovvero un modo gentile di dire la stessa cosa che disse Ricucci. Gli italiani dimenticano, o fanno finta, infatti, che oltralpe abbiamo non una ma una schiera di centrali francesi che gorgogliano radiazioni e vomitano energia. L’afonia sembra infatti recitare: “noi abbiamo detto no. Tanto il “culo” in questione è quello dei francesi”. Da cui la domanda del titolo. OK abbiamo detto NO al nucleare. E ora?

Leggendo il Guardian, non certo un giornale conservatore o filo-nuclearista, ho trovato alcune cose interessanti.

Sono sostanzialmente d’accordo con George Monbiot, laddove sottolinea il rischio più serio e contingente che la dismissione delle centrali nucleari in Europa rappresenta. Dato di fatto già in Germania e potenzialmente anche nella stessa Inghilterra. Nessun problema in Italia visto che facciamo così ormai da decenni. La traduzione è mia:

Non sostengo che non ci sia alternativa all’energia atomica. Non ho nemmeno detto che il nucleare dovrebbe sostituire le rinnovabili o produrre una percentuale più alta della nostra elettricità. Ciò che ho sottolineato è che la maggior parte dei paesi che abbandoneranno il nucleare è molto probabile che lo sostituiscano non con le rinnovabili ma con un maggiore utilizzo dei combustibili fossili. Il che sarebbe un grande cambiamento, ma per il peggio”.

A cui aggiungo la conclusione dell’articolo di Lynas che citavo più in lato. Traduzione sempre mia:

Nessuna tecnologia è completamente sicura e non intendo sostenere che il nucleare lo sia. Ma i pericoli vanno pesati a confronto con i costi insiti nel proseguire ad usare centrali che utilizzano combustibili fossili. Vicino a noi a Didcot c’è una centrale a carbone che ha effetti sostanziali sull’inquinamento dell’aria e un’emissione di radiazioni maggiore che qualunque centrale nucleare britannica. Inoltre emette 8 milioni di tonnellate l’anno di CO2. Didcot ha causato più morti per malattie respiratorie di quante possano essere associate allo sviluppo dell’energia nucleare in UK. Quindi il carbone dovrebbe essere un obiettivo ancor più legittimo delle proteste ambientaliste

Ecco quindi argomentato anche il termine di paragone a confronto del quale le radiazioni nucleari diventano trascurabili. Non si tratta di una valutazione assoluta. Ma relativa alle morti dirette e indirette causate dall’utilizzo di petrolio, gas e carbone. Nonché al ruolo che questi avrebbero (il condizionale è d’obbligo) nei confronti del riscaldamento globale. Dato anche il fatto che vengono usati non solo per la produzione di energia elettrica ma anche per riscaldamento e trasporti.

La dicotomia a cui bisogna stare attenti non è nucleare/rinnovabili, sulla quale nessuno, nemmeno buona parte dei nuclearisti ha dubbi. La dicotomia reale sulla quale vigilare è nucleare/combustibili fossili. Ovvero quella in ballo attualmente. Esiste infatti il pericolo serio di finire dalla padella nella brace. E a questo punto mi piacerebbe vedere comitati referendari che propongono un quesito sull’interruzione dell’utilizzo dei combustibili fossili. Dati alla mano, nel nostro paese la salute di cittadini e ambiente ne avrebbe più giovamento che non dallo stop al nucleare, visto che di centrali non ne abbiamo più dall’86. Il paradosso è che abbiamo fatto un referendum per sventare un pericolo futuro ma non ne faremmo mai uno per sventarne uno presente. Uno in cui viviamo tutti i giorni. Polveri sottili, fumi, gas di scarico non sono di certo meno letali della radiazione di fondo inglese di 2,7  mSv. Eppure nessuno lo propone. Come mai?

Di nuovo. Perché come per Mr.Lynas si passa dal sistemico all’individuale. E quando il “culo” smette di essere quello di tutti e diventa il mio, il cittadino inizia a preoccuparsi. L’auto ferma nel week end per inquinare meno. La luce accesa solo in determinate ore. Riscaldamenti e condizionatori spenti. Meno oggetti a disposizione, la cui produzione implica l’utilizzo di petrolio & co. E così via. A quel punto dall’ideale si passa al reale. E mentre nel primo tutti sono eroi è nel secondo che le meschinità umane vengono a galla. Che l’individualismo del mammifero umano si manifesta per ciò che è. Ci vuole una tragedia imminente, un pericolo riconoscibile perché il cittadino accetti di mettere a rischio i propri confort in nome di un bene superiore. Infatti il referendum sull’interruzione dell’utilizzo dei combustibili fossili non lo si farà mai. Né in Italia né altrove.

E questo non solo per i grandi interessi coinvolti, per l’incredibile capacità di lobbying delle compagnie petrolifere, ma anche perché nessun gruppo di cittadini lo firmerebbe mai una volta consapevole delle rinunce a cui sarebbe costretto a referendum vinto.

Tra parentesi c’è anche chi sostiene che dietro alle grandi lotte ambientaliste di Aspen Institute for Humanistic Studies, Nature Conservancy, Greenpeace, Sierra Club e via dicendo, contro il nucleare, ci siano i fondi delle grandi compagnie petrolifere desiderose di mettere al bando i rivali del nucleare. Quanto sia vero andrebbe comprovato. Ma certo è plausibile. Visto anche come si stanno fregando le mani Arabi, OPEC, piccole e grandi sorelle dopo l’incidente di Fukushima e la nuova ondata di terrore per il nucleare.

Le persone intelligenti dovrebbero chiedersi come mai tante levate di scudi – di facciata da parte dei  governi e un po’ più autentiche da parte dei cittadini – dopo Fukushima e niente più che il solito scalpore momentaneo dopo la falla dell’impianto della British Petroleum nel Golfo del Messico. Che, fra l’altro sembra essere uno dei più grandi disastri ambientali della storia umana.

E veniamo alle questioni riguardanti le rinnovabili. Il Renewable Global Status Report del 2011, studio realizzato ogni anno dalla REN21, una rete indipendente che promuove le energie alternative, è abbastanza esplicito. Il 16% dell’energia consumata sul pianeta proviene dalle rinnovabili. Se ci si sofferma alla sola energia elettrica la percentuale sale al 20%. Nei paesi che le usano di più, la percentuale fra produzione proveniente dalle rinnovabili e quella proveniente dal nucleare sono più o meno simili: fra il 10 e il 20%. Il problema, di nuovo, sembra non risiedere in queste due fonti energetiche ma nell’80% che rimane. E che inevitabilmente proviene dai carburanti fossili. Andando a guardare le tabelle che riguardano il nostro paese i numeri hanno sempre una sola cifra prima della virgola e qualche volta la stessa è uguale a zero. Vento: 5,8GW. Fotovoltaico: 3,5GW. Solare Termico: 1,4GW. Biocarburanti: 0,9GW. In sostanza produciamo il 7,8% dell’energia da fonti rinnovabili. Il resto viene dall’utilizzo di carburati fossili o attraverso l’acquisto da altre nazioni che li usano come fonte principale.

Ciononostante secondo un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change sostiene che, attraverso lo sviluppo di politiche energetiche nuove, in 40 anni le energie alternative potrebbero garantire la produzione dell’80% dell’energia mondiale. Il condizionale è d’obbligo perché il dato imprevedibile è il tasso di crescita reale della popolazione e con esso la disponibilità anche di alcune energie alternative. Un esempio per tutti le biomasse. Il Brasile, ad esempio, sta affrontando un periodo di scelte molto dure. I governi sono accusati dalla popolazione di aver dedicato troppe terre alle coltivazioni per i biocombustibili, sottraendone alla produzione di cibo per le fasce più deboli.

Tanto nel mondo quanto, visti i dati e a maggior ragione, nel nostro paese la progettazione e realizzazione di una nuova rete di raccolta e diffusione dell’energia proveniente da fonti alternative avrebbe tempi di implementazione pari a quelli che ci sarebbero voluti per sviluppare il nucleare. 12-15 anni se non di più.

Vista l’assenza in Italia di un progetto di sviluppo delle rinnovabili, ma soprattutto visti la banda di malfattori e gli interessi incrociati che ci governano quei 15 anni diventeranno facilmente 40. Basta sincronizzarsi sulla realizzazione della Salerno-Reggio Calabria per capirlo. Ergo, torniamo alla domanda di prima. E nel frattempo? Nel frattempo: petrolio, gas, carbone, Putin, Gheddafi e Sarkozy. A meno di un cambio radicale (quindi molto improbabile) di angolazione sul problema.

I giapponesi dopo Fukushima hanno adottato una soluzione. Jonathan Watts del Guardian lo racconta nel dettaglio.

Gran parte dell’energia è stata risparmiata semplicemente promuovendo la frugalità. Nei centri commerciali sono state spente porte automatiche e scale mobili, il che significa – orrore – che la gente deve aprire le porte e salire le scale a piedi. La luminosità delle insegne è stata diminuita. I piccoli negozi che non chiudono nemmeno per un minuto durante l’anno hanno ridotto le ore di apertura. Il governatore di Tokio Shintaro Ishihara ha ordinato lo spegnimento di 5,5 milioni di distributori automatici di bevande, che usano un’incredibile quantità di energia per mantenere le lattine fresche 24 ore al giorno. Molti cittadini hanno iniziato a non lasciare il televisore acceso come sottofondo, a spegnere le luci nelle stanze vuote e a indossare strati di vestiti invece di alzare i riscaldamenti in casa. Banali accorgimenti che hanno fatto scendere le bollette mensili anche di 7000 yen

La popolazione del pianeta e il consumo di risorse stanno raggiungendo un limite oltre il quale l’unica direzione sarà in discesa. Come tutte le discese anche questa può essere controllata o rovinosa. In Italia quale strada sceglieremo mentre pensiamo alla possibilità di sviluppare le rinnovabili? Senza una contemporanea pianificazione della riduzione dei consumi ho timore che la nostra sarà una discesa in picchiata e senza paracadute.


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