La Cina del futuro? Magari come quella del passato

C’era una volta un grande impero dove il sovrano governava in nome del Cielo. Il Tian. Poi venne il grande impero dove il Presidente governava in nome del Popolo. Il Renmin. Ma forse più in nome di Marx e dei dirigenti del partito. E nella Cina futura cosa succederà. In nome di chi governerà il capo del più grande alveare di essere umani sulla terra? Difficile a dirsi. Perché difficile è capire che direzione voglia prendere la grande tigre d’oriente.

Leggendo qui e lì i resoconti del discorso del Presidente Hu per il novantesimo anniversario del Partito Comunista Cinese il panorama non migliora molto. Sconfiggere la corruzione per non perdere il favore del popolo. Nessuna riforma ma vele spiegate verso il rinforzo dell’armonia e la rimozione di tutto ciò che la turba. In una parola il dissenso. Preoccupazione per la crescita che rallenta. Perché se si cresce, tutti gli altri problemi e conflitti svaniscono. Dopo giorni di canzoni nostalgiche e stendardi rossi la parola propaganda sembrerebbe quasi un eufemismo, se non fosse che i discorsi rituali servono a rinforzare la convinzione di chi ci crede e a nascondere la realtà dei fatti a chi non ci crede.

Ma qual è la realtà dei fatti? Complicato. Complicatissimo.

Il Financial Times, massima espressione del capitalismo occidentale, è un po’ che ci prova ma non riesce a dissipare la nebbia. Ascoltarne la voce è interessante perché i cinesi rappresentano un possibile competitor di primo livello per il sistema di valori (in entrambi i sensi) che il quotidiano rosa rappresenta.

Si sa, infatti, che gran parte del debito americano è stato acquistato da ricchi cinesi dell’ultima generazione. Motivo per il quale i diritti umani violati diventano una questione prioritaria in Afghanistan ma non lo sono in Cina. Dove nonostante la moratoria di quest’anno si eseguono, ad esempio, il maggior numero di condanne capitali del mondo. Internet è super controllato. I dissidenti, quando gli va bene, agli arresti domiciliari o in esilio.

Si sa anche che le centinaia di milioni di formiche operose che lavorano incessantemente per far crescere l’economia cinese all’8-8,5% hanno bisogno di energia. Benzina, elettricità, gas. Qualunque risorsa trasformabile è indispensabile per mantenere le percentuali. E le percentuali sono la garanzia per il partito che l’oligarchia affaristica non faccia cerchio e si ribelli chiedendo la democrazia. Forma di governo tanto efficace in Occidente per fare soldi a palate dietro alla cortina politically correct di un parlamento di fantocci eletti, e quindi legittimi. E i soldi della crescita vengono quindi investiti per l’accesso alle fonti di energia. Ovunque. Dai paesi poveri di Africa e America Latina al Pakistan.

Ed è proprio in Pakistan che si svolge uno dei capitoli più recenti della politica estera cinese. Ne parla il FT del 30 giugno titolando “China and Pakistan: an alliance is built”. Nell’articolo alcuni esponenti delle forze armate e dei think tank indiani si dicono preoccupati. Oltre ad un esplicito accordo commerciale si sarebbero notati infatti movimenti di truppe ai confini con il kashmir. Territorio questo che gli indiani considerano loro, che i pakistani includono nei loro confini, e che da decenni vive un perenne stato di guerra. Che i vicini cinesi vogliano trasformarsi nel terzo che gode fra i due litiganti? Improbabile. Penso che per Pechino siano già sufficienti i problemi con il Tibet, Taiwan e le minoranze etniche dello Yunan. Però qualcosa si muove. Soldati, soldi, ingegneri cinesi che aiutano i pakistani a costruire porti e strutture, contatti fra i servizi segreti. Qualcosa si muove, ma cosa? In Pakistan le risorse energetiche ci sono. Inoltre passano di lì gli oleodotti che arrivano e vanno nel Golfo. E i cinesi non fanno certo l’elemosina. Do ut des.

In un altro articolo, “China manufacturing at lowest in 2 years”, FT mette in luce un sensibile calo dell’industria manifatturiera. 1,1 punti persi nel purchasing managers’ index in un solo mese. Probabilmente una conseguenza della crisi del 2008. Forse il risultato delle politiche di contenimento dell’inflazione. Sicuramente anche la crescita dell’economia cinese non potrà continuare a reggersi principalmente sul manifatturiero. Quindi? Quindi il quadro si complica.

In “Working out what China wants”, Philip Stephens, editorialista del FT, prova a mettere insieme alcuni pezzi del puzzle. Con l’Eurozona completamente assente e priva di una politica estera coerente, sono gli Usa e il Giappone a rappresentare l’interlocutore/comeptitor più prossimo. Prendendo a prestito la frase coniata dal Presidente della Banca mondiale Robert Zoellick, l’autore sottolinea che il ruolo affidato alla Cina sarebbe quello di uno stakeholder responsabile. In sostanza di un nuovo accolito nel gruppo dei potenti, non gestore ma difensore dell’ordine mondiale.

Ovviamente ai cinesi questo non basta. Sanno bene che il modello di sviluppo che hanno scelto per capitalizzare è quello dell’occidente, ma vogliono continuare a gestirlo a modo loro. E il nuovo presidente – Hu terminerà il mandato sembra l’anno prossimo – non sembra costituire un elemento di discontinuità.

Ciò che è chiaro tuttavia è quello che i cinesi non vogliono. Non vogliono tentativi di legittimazione delle istanze autonomiste di Tibet, Xinjiang e Taiwan. Cosa che minaccerebbe l’integrità territoriale e metterebbe a rischio il sistema economico. Non vogliono confrontarsi a viso aperto con gli oppositori esterni turbando la stabilità che assicura la crescita. Come si diceva prima, essa garantisce infatti anche la stabilità della classe politica e del Partito. Non vogliono ingerenze su libertà civili e politiche. E basta vedere la delicatezza con cui la Merkel ha accolto il premier cinese, con il quale ha in ballo affari miliardari, per capire che il messaggio è stato recepito egregiamente. Inoltre la Cina non vuole essere convolta in interventi su questioni riguardanti stati sovrani. Se lo facesse legittimerebbe un domani lo stesso intervento all’interno dei propri confini.

Ma quando si tenta di capire quale ruolo la Cina sogni per sé stessa la nebbia si infittisce. Approfittare della debolezza Europea per minare il protagonismo dell’Alleanza Atlantica? Estendere ancora di più la propria influenza attraverso l’acquisizione di risorse? Proporre il proprio modello di capitalismo di Stato come antagonista a quello liberale degli interlocutori internazionali?

Certo è che la nuova generazione sembra aver imparato molto bene la lezione di Den Xiaoping che sosteneva che la grande forza della Cina risiedeva nel tener nascosti i propri obiettivi.

O forse sarebbe utile ricordare cosa successe quando gli inglesi si presentarono alla corte dell’Imperatore cinese – quale non mi ricordo – omaggiandolo con le più recenti meraviglie della tecnologia. In quel caso si trattava di un orologio. Gli spiegarono che serviva a misurare il tempo. L’espediente serviva ovviamente a ottenere accordi commerciali. Allora come ora. Fatto sta che l’imperatore lo osservò. Fece finta di ammirarne le capacità. E, una volta che i notabili stranieri si furono allontanati, lo gettò nel grande mucchio dei giocattoli che i servi dell’impero gli tributavano. Perché misurare il tempo lineare era, per una cultura che osservava ricorrenze cicliche, sostanzialmente inutile. Non soddisfaceva nessun bisogno. Non migliorava la qualità della vita. Se solo i mercanti inglesi si fossero posti il problema della differenza culturale forse i loro affari sarebbero stati più proficui. Forse la guerra del the non sarebbe stata combattuta. Chissà.

Che anche i commentatori del FT abbiano bisogno di un po’ di educazione alla differenza?


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