L’ultima avventura di Retta e Siga

Un’altra delle mie favole tratte dal libro “Le Favole di Nonna Viola”.

Ariafina era una splendida città della California. Nel 1871 lungo le sue strade terrose camminavano persone felici e carrozze variopinte. Era la città più famosa del Far West perché da lì venivano i cavalli più forti e veloci. Si raccontava che Strong, un purosangue allevato ad Ariafina, fosse stato venduto a Geronimo. Quando l’esercito cercò di catturarlo, il famoso capo indiano fuggì per giorni galoppando fino all’Arizona. E Strong non si fermava mai. Nemmeno quando Geronimo stremato si addormentava in sella. Ad Ariafina si respirava talmente bene che i giovani avevano tutti la pelle liscia e la città era continuamente attraversata dai profumi che scendevano dalle colline. Un giorno i fiori di campo, un giorno la frutta che maturava, un giorno i grandi cespugli di lavanda. Gli abitanti dei paesi vicini visitavano al città per imbottigliarne l’aria e portarsela a casa per i momenti di bisogno.

Ad Ariafina crescevano le spighe di grano più grandi del paese e la pizza che si cuoceva con la farina di quei raccolti era famosa in tutto il mondo. I bambini nati in città erano in media 30 cm più alti degli altri e quando arrivavano a 15 anni erano agilissimi e talmente veloci che vincevano ogni gara sportiva. Gli anziani vivevano fino a 150 anni e fino a 100 continuavano a costruire case e carri, a raccogliere il grano, ad allevare cavalli e a cacciare i bisonti nella prateria. Un novantenne di Ariafina poteva sollevare anche 80kg senza fare il minimo sforzo. Neanche a dirlo, i migliori atleti del Far West venivano tutti da Ariafina. I vecchietti raccontavano della famiglia di Rosso e Gialla che era emigrata nella regione dei 4 Regni e aveva dato alla luce un bambino forte e robusto. Come d’usanza in quel luogo lo avevano chiamato Peperone. E in pochi anni Peperone era diventato il portiere più forte dei Regni. Finché gioco nella squadra dei Visal, infatti, nessuno segnò mai un goal alla squadra del Regno del Nord.

Il Signor Respiro, Sindaco di Ariafina, era orgoglioso della sua città e vegliava su tutte le attività quotidiane. Si assicurava che i visitatori non fossero mai troppi. Che le costruzioni non ostacolassero la circolazione dell’aria. Che nessuno gettasse rifiuti in terra. Che le sorgenti d’acqua fossero sempre presidiate e tenute pulite. In molti invidiavano la bellezza degli abitanti di Ariafina, ma soprattutto la loro felicità e salute. Ma la gente era talmente ospitale e accogliente che non se ne preoccupava minimamente. Gli stranieri erano sempre i benvenuti e ricordavano con gioia i loro soggiorni ad Ariafina. In genere tornavano a casa con il loro bel barattolo di aria e una bottiglia del famoso vino Sobrio. Sì perché le viti di Ariafina producevano un mosto buonissimo, che fermentava senza diventare alcolico. Quindi il vino era più buono degli altri ma poteva essere bevuto in quantità senza che nessuno si ubriacasse.

Brezza, la figlia del Signor Respiro, era una ragazza bellissima. I suoi capelli mori lucenti erano conosciuti in tutto il Far West. Era lei che consegnava ai visitatori il barattolo per catturare l’aria e la bottiglia vuota da riempire con il vino che sgorgava liberamente da un grande tino nella piazza principale. Chi arrivava poteva berne a volontà e portarne via quasi 2 litri. Brezza era tanto guardinga e diffidente quanto Respiro era accogliente e sempre in buona fede. I forestieri sapevano che al momento di lasciare la città sarebbe stata lei a controllare che non avessero lasciato rifiuti per le strade o sui prati e che stessero portando via solo la loro immondizia. Tutti gli abitanti di Ariafina la prendevano un po’ in giro. “Tu vedi fantasmi ovunque. Le persone vengono qui perché sanno che qui si respira bene. Non vogliono rubare nulla. Vogliono solo spendere i loro soldi da noi. E se tu continui a essere così scostante non verranno più. E allora di che vivremo?”.

Fu così che un giorno, alle porte di Ariafina si presentarono due ragazze malconce che dicevano di venire da un luogo lontano chiamato Spiaggia Fumosa. Un piccolo villaggio sulle sponde dell’Oceano, dove gli abitanti vivevano di pesca e della coltivazione e lavorazione di una pianta miracolosa. Retta e Siga, così si chiamavano le due ragazze, giravano il Far West pistole ai fianchi e con le bisacce piene dei prodotti che la grande fabbrica di Spiaggia Fumosa sfornava giornalmente. Quando arrivarono ad Ariafina erano stanche morte, assetate e in difficoltà. Siga aveva due profondi tagli sul braccio e la camicia stracciata. Retta una ferita da arma da fuoco a una gamba e i calzoni tutti inzuppati di sangue. I cavalli camminavano a mala pena quando due contadini gli si fecero incontro. “Ci hanno attaccato gli indiani a due giorni di cammino da qui. Potete ospitarci per alcuni giorni? Vogliamo solo riprendere fiato, curare le ferite e mangiare qualcosa. Poi riprenderemo la nostra strada verso sud”. I due contadini non esitarono un momento e accompagnarono le due ragazze dal mugnaio. Il suo grande fienile le avrebbe accolte e il famoso grano di Ariafina le avrebbe rimesse in forze per affrontare il viaggio che le aspettava.

L’indomani, come ogni volta che un forestiero si presentava in città, Brezza andò al fienile del mugnaio per consegnare il barattolo e la bottiglia. Appena aprì la porta dovette coprirsi il naso e sventolare la mano davanti agli occhi per riuscire a non piangere. Lì per lì pensò che il fieno fosse andato a fuoco, ma si rese subito conto che non c’erano fiamme in giro. Solo una terribile puzza di qualcosa di rancido che aveva bruciato a lungo. E fumo, tanto fumo ovunque. Facendosi largo nella nebbia maleodorante, Brezza diede il benvenuto alle due ragazze e spiegò loro a cosa servissero il barattolo e la bottiglia. “Grazie mille”, rispose Retta mettendo da parte il barattolo e ammirando con piacere la bottiglia. “E ne possiamo bere quanto vogliamo?”. “Finché siete da noi sì. Quando ve ne andrete potrete portare via solo una bottiglia. Sempre che il vino vi piaccia”. “Andiamo matte per il vino”, aggiunse Siga afferrando la bottiglia e lasciando cadere il suo barattolo nella paglia. Fu allora che Brezza si accorse che entrambe avevano la pelle tutta grinzosa, l’indice e il medio della mano sinistra gialli lungo la seconda falange e i denti sporchi come quando rimani intrappolato per ore in una tempesta di sabbia.

“Non essere prevenuta come al solito”. Respiro era furioso con la giovane figlia. “Ma puzzano terribilmente, papà, e poi si portano sempre appresso quella insopportabile nuvola di fumo. Dovevi vedere come hanno scansato i barattoli per l’aria e arraffato le due bottiglie del vino. Secondo me non sono qui per farci visita”. Respiro era veramente dispiaciuto. Non riusciva proprio a far capire alla figlia che un conto era controllare che Ariafina continuasse ad essere un luogo salubre, che le sorgenti rimanessero pulite e che l’aria delle colline continuasse a portare i profumi per i quali la città era famosa. Tutt’altro era guardare con sospetto chiunque avesse abitudini diverse o addirittura un odore più intenso di quello degli abitanti di Ariafina. Alito, il padrone del saloon era d’accordo con il Sindaco. E non appena le due ragazze si ripresero un po’ le invitò ad assaggiare il Sobrio con i mirtilli, una specialità di sua invenzione.

“Un po’ amaro!” commentò Siga non appena assaggiò il liquido nel bicchiere, contraendo la fronte e socchiudendo gli occhi. “Amaro?”, obbiettò Alito, “ma se la mia specialità è famosa per essere la bevanda più dolce della California”. “Ma siete sicuri che il palato vi funzioni bene in questa città?”, aggiunse Retta, “Questa cosa è amarissima”. Alito era senza parole. Nessuno aveva mai messo in dubbio la dolcezza della sua ricetta. “Secondo me è perché qui non sapete ancora usare i nostri prodotti” e con questo Siga mostrò al curioso Alito un sottile foglio di carta e una scatola piena di piccoli frammenti secchi e marroncini provenienti dalle foglie di quella che le due ragazze dicevano essere una pianta miracolosa. Il padrone del saloon osservò con attenzione mentre Siga e Retta costruivano il “rulletto”, così si chiamava quel piccolo cilindro di carta con all’interno i frammenti marroncini.  E “tabacco” era il nome della pianta che si coltivava a Spiaggia Fumosa. Veniva essiccata, fatta a pezzetti e poi utilizzata per produrre i rulletti. Quando li si voleva usare i rulletti venivano accesi a una estremità e se ne aspirava intensamente il fumo dall’altra. Lo si tratteneva per un po’ per poi espirarlo formando pian piano la nuvola maleodorante che seguiva ovunque le due ragazze. “Vuoi provare? Così sì che sentirai il vero sapore della tua bevanda”, disse Siga. Retta annuiva indicando la scatola di rulletti già pronti per essere usati. Alito era stupito. Entrambe le ragazze dicevano che il Sobrio era amaro. Che fosse lui a sbagliarsi? Che fossero tutti gli abitanti di Ariafina a non sentire bene il sapore delle cose? Cosa poteva mai esserci di male a provare? E fu così che il curioso Alito inizio ad aspirare il rulletti.

A breve la seconda parte … stay tuned!!!!

Le altre favole pubblicate:

L’ultima avventura di Retta e Siga (Seconda Parte)

Orso, Tartaruga e le prime nevi

La scimmia che voleva imparare a volare (Prima parteSeconda Parte)


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