Acqua: Dubbi e consapevolezza. Ma il trucco c’è?

 2 SI per dire NO alla privatizzazione dell’acqua. Doveroso. Slogan mediocre. Purtroppo però non è come credono la maggior parte dei cittadini italiani. I problemi non verranno risolti dalla vittoria dei SI. Il successo referendario sarà – tanto per rimanere in tema – la piccola diga di un castoro messa a fermare il corso del Danubio. Non impossibile. Ma molto, molto complicato. E soprattutto, ci vogliono un sacco di castori. E io in giro non li vedo.

 La consapevolezza allora è importante. Soprattutto perché lo sciacallaggio e la strumentalizzazione sono già a pieno regime. Ben fanno i comitati per l’acqua a denunciarli. Ma non servirà a molto. Ormai il referendum non è PER qualcosa. E’ solamente il secondo colpo che, dopo le comunali, si vuole infliggere a Berlusconi. Ergo anche io, che non sono elettore di nessuno dei partiti anti-berlusconiani, andrò a votare e, in caso di vittoria, sarò contato fra gli effettivi del “popolo del centro-sinistra che ha mandato al Premier un chiaro segnale. Vai a casa!”. Già m’mmagino i titoli. La cosa mi ripugna. E’ il giochino più basso della politica da salotto. Ma tant’è. Andrò a votare. Ma almeno ci andrò sapendo di che si parla.

 Visto che non mi interessa la battaglia anti-berlusconiana ho guardato un po’ in giro. Tutti gli oppositori dei comitati referendari dicono più o meno la stessa cosa. Questo però mi sembra il blog dov’è spiegato meglio perché votando NO al primo quesito in realtà si compierebbe l’unica mossa possibile perché almeno una parte della gestione idrica rimanga pubblica. In sostanza l’autore sostiene che, visto che per l’acqua si paga una bolletta, le norme europee che dal 1 novembre 2009 dobbiamo rispettare, obbligano ad agire in base alla concorrenza. In pratica non si può affidare il servizio a un Ente pubblico in regime di monopolio. Ciò che già vediamo succedere con gas ed energia elettrica. Di conseguenza l’abolizione dell’art.23 bis della legge 133/2008 avrebbe un effetto perverso. In esso, infatti, sono sanciti tre principi: 

  1. la proprietà pubblica delle rete  anche per il futuro, anche per i nuovi impianti pagati dal privato, argomento specialmente importante per la questione della distribuzione dell’acqua
  2. la universalità dei servizi, cioè la garanzia che l’acqua è un bene comune garantito a tutti, cosa che deriva dai trattati europei
  3. una limitata partecipazione delle aziende private solo dove possibile, solo al fine di innovare le reti che restano pubbliche, solo se europee e di paesi che rispettano la reciprocità, e comunque tutto governato da Bandi pubblici europei

 Abrogandolo si abrogano tutti e 3. Ovvero niente partecipazione dei privati. Ma niente proprietà pubblica garantita per i tubi, per la rete. E visto che siamo sottoposti alle leggi europee che regolano il principio 2 e 3, il referendum sarebbe in questo caso praticamente nullo. Si sarebbe comunque costretti a rispettare le norme sulla concorrenza. Mentre rimarrebbe valido per il principio 1. Ovvero avremmo abolito, anche per il futuro, la garanzia della pubblicità delle reti. La multinazionale di turno potrebbe così non solo partecipare per il 40% del capitale e del revenue, ma acquistare anche i tubi. Se fosse così la trappola è considerevole.

 Inoltre, anche se l’articolo in questione fosse abrogato, esisterebbe ancora l’art150 del d.lgs. n. 152 del 2006. Quello che stabilisce le tre tipologie di società che possono gestire l’acqua. E che era oggetto di un quesito non accettato. Solo abrogando anche quell’articolo, infatti, sarebbe stato possibile affidare le reti idriche ad aziende speciali, senza gare pubbliche.

 E ci fa capire ancora di più cosa gira intorno al tema dell’acqua.

 Partirei da un problema di terminologia. L’acqua non è un bene pubblico ma un bene comune. La differenza sta nella disponibilità. Nell’utilizzo di un bene pubblico, l’uso di uno non preclude l’uso da parte di un altro. Per un bene comune ciò avviene. Ovvero se io uso più acqua di quella che mi serve di fatto la tolgo a qualcun altro. Questo è un punto importante. Sottolinea infatti tanto la necessità di una forte responsabilità individuale, quanto la potenzialità di conflitti legati all’oro blu. Francamente, guardandosi intorno, di responsabilità individuale nemmeno l’ombra. Tutti parlano di acqua pubblica ma nessuno è disposto a farsi una doccia in meno o ad acquistare prodotti che nel ciclo industriale non consumino quantità eccessive di acqua. D’altra parte i conflitti invece sono all’ordine del giorno. Con nuove armi e insoliti protagonisti. Ma sempre presenti.

 Da che l’uomo è uomo. Da quando gli uni si sono messi insieme ai propri simili, e contro gli altri, l’acqua è sempre stata al centro delle dinamiche socio-culturali del potere. Tutte le civiltà antiche sono sorte intorno ai corsi d’acqua. E la gestione delle risorse idriche era, per le classi dominanti, garanzia del potere top-down. Il tutto accompagnato da complessi rituali, ritenuti vitali per la conservazione del prezioso liquido. L’acqua che scorre (fiume da flumen latino, dove si rintraccia la radice del nostro fluire) porta con sé le merci, la cultura, i saperi e la vita stessa. Potrebbe, non a torto, essere considerata uno dei fili rossi che hanno guidato l’evoluzione della nostra specie, quella delle culture e delle tecnologie. Via di comunicazione, motore naturale, liquido di raffreddamento, combustibile, sostanza base per nutrizione e igiene. Le più grandi rivoluzioni umane sono basate sull’uso dell’acqua. Niente è più essenziale. Ecco perché la gestione dell’acqua è così importante per l’esercizio del potere.

 Un esempio paradigmatico in quanto poco conosciuto dai non specialisti: gli Incas. Fino all’arrivo degli spagnoli governavano uno degli imperi più floridi dell’era classica sudamericana. Dalla Colombia meridionale al Chile settentrionale i loro territori si estendevano attorno all’impervia catena delle Ande. Per lungo tempo gli archeologi europei, abituati a società nate e vissute nelle pianure fluviali, si interrogarono. Com’era possibile che con strumenti così scarsi i regnanti sudamericani fossero riusciti a tenere in pugno una regione così vasta e così impervia? Gli Incas, infatti, pur conoscendone il funzionamento, non usavano la ruota per i mezzi di trasporto. Non scrivevano attraverso un alfabeto ma con complicatissimo sistema di funi colorate e nodi che chiamavano quipu. Eppure riuscirono a governare per centinaia di anni il Tahuantinsuyo. Come? L’acqua è la risposta. I fiumi scorrono da monte verso valle. E’ sufficiente sbarrarne il corso e gestirne il flusso per garantirsi fedeltà eterna. Non era necessario spedire eserciti di frequente o far visitare i territori dall’imperatore o dai suoi messi. In un territorio “in discesa” era sufficiente chiudere il rubinetto.

 Ebbene gli Incas hanno insegnato ai nostri contemporanei una grande lezione. “Governa l’acqua, governa il mondo”. Potrebbe sembrare eccessiva come affermazione ma lo scenario internazionale fa veramente paura. Quello italiano lo segue a ruota e non verrà scalfito granché dalla vittoria referendaria.

“Governa l’acqua, governa il mondo” funziona quanto più la risorsa in questione è scarsa. Scarsità che può dipendere tanto dall’aumento di chi ne usufruisce, quanto dalla diminuzione della sostanza stessa. Oggi come oggi il nostro pianeta affronta entrambe le minacce. E ciò a fronte dell’impossibilità di fare a meno dell’acqua. Tutto può scarseggiare e l’uomo si adatterebbe alle nuove condizioni. Senza acqua c’è solo la fine della vita. Di tutte queste cose i Water Barons sono consapevoli e ne fanno tesoro, utilizzandole per un unico scopo: il profitto. Sembrerebbe che il giovane Robert Kennedy avesse ragione: “stiamo assistendo a qualcosa senza precedenti: l’acqua non scorre più verso valle, scorre verso i soldi”. Belle parole. Poi si tratta di capire quanto il clan Kennedy fosse dietro a tante delle operazioni speculative di quegli anni, riguardanti proprio la gestone dei corsi d’acqua in America Latina.

Stando a “The Age of Water Barons” uno studio curato da William Marsden per l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), tre grandi multinazionali dell’acqua hanno ormai in mano la gestione di gran parte delle risorse idriche del pianeta. Si tratta delle francesi Suez e Vivendi Environnement, e della Britannica Thames Water, ormai proprietà della tedesca RWE AG. Dal 1990 sono loro i Water Barons. Per intendersi la Suez, insieme a Caltagirone e alla SPA comunale sono i padroni del colabrodo romano. Definirlo acquedotto sarebbe di fatto un insulto per gli antichi romani che lo inventarono.

 Le cifre sono abbastanza raccapriccianti. Nel 1990 le tre compagnie erano attive in 12 paesi e servivano 51 milioni di persone. Nel 2003, anno dello studio, i paesi erano 56 e le teste erano salite a 300 milioni. Il giro di affari si aggira fra i 400 e i 5.000 miliardi di dollari. Ciò a fronte del fatto che in meno di 25 anni due terzi della popolazione mondiale vivrà in situazione di “water stress”. Tecnicamente si tratta del momento in cui il consumo supera del 10% la capacità di rinnovo delle fonti. A quel punto la leva della necessità assicura il business. Peter Spillett, manager della Thames chiarisce le certezze del mercato dell’acqua: “Quando si ha a che fare con un mercato così stabile, esistono potenziali di crescita immensi. Inoltre, le azioni dell’acqua rendono molto meglio delle altre in quanto i contratti di concessione durano fra i 10 e i 30 anni. Ciò garantisce un ritorno affidabile e prevedibile rispetto all’investimento. E’ per questo che tanto i fondi pensione che i singoli risparmiatori sono sempre disposti a investire lì i propri soldi”.

 Fino al 2003 le “tre sorelle” hanno operato soprattutto nei paesi poveri attraverso il solito triangolo. Ormai talmente scontato da essere quasi invisibile ai più. La multinazionale fa pressione sull’istituto di credito internazionale. Banca mondiale o Fondo Monetario Internazionale poco importa. Questo presta soldi alle corrotte élite di governo a patto che i servizi vengano privatizzati. E lì inizia lo scempio. A 4 soldi le multinazionali si accaparrano fonti di acqua, reti da gestire e milioni di clienti. Quando questi ultimi sono insolventi il servizio viene semplicemente interrotto.

 Due manifestazioni di questa logica perversa sono passate alla storia. La prima a Cochabamba, Bolivia. Nel 1999 Aguas del Tunari, un consorzio di proprietà della Bechtel e della United Utilities, si impadronì della rete idrica della città senza nessuna gara pubblica. Immediatamente la compagnia annunciò un rialzo delle bollette del 150%. Il manager Geoffrey Thorpe minacciò di tagliare l’acqua a chiunque non avesse pagato. Il percorso iniziato alla metà dei ’90 grazie alle pressioni della Banca Mondiale si concluse nel sangue. La popolazione scese in piazza infuriata e forzò il Governo a interrompere il contratto con il consorzio. Il risultato fu un processo per inadempienza e una richiesta di danni per 25 milioni di dollari a carico dell’esecutivo – e dell’erario – boliviano.

 Il secondo episodio avvenne nella Jakarta di Suharto negli anni ’90. Il racconto completo di Andreas Harsono sembra copiato da quello boliviano. Ma moltiplicato per due. Protagonista principale sempre il prestito di 92 milioni di dollari della Banca Mondiale alla PAM Jaya, compagnia pubblica di gestione della rete idrica della capitale indonesiana. Soldi indispensabili visto che l’acquedotto risaliva al 1920. Ovviamente il “consiglio” per gestire i soldi fu quello di privatizzare. Sulla torta si lanciarono tanto la Thames che la Suez. “In quel periodo chiunque volesse fare affari in Indonesia doveva avere a che fare con elementi della famiglia di Suharto. Ciò a causa del modo in cui quel paese era gestito”, rivelò il solito Peter Spillett di Thames. E come un eco Bernard Lafrogne, rappresentante di Suez a Jackarta rivelò a Harsono che “Le relazioni con la politica sono essenziali. Il business dell’acqua è sempre ‘politico’”. In sostanza i Water Barons non si fanno scrupoli. Per il profitto ci si allea con chiunque. Dittatori o stragisti poco importa. L’importante è mettere le mani sull’oro blu.

 E infatti nel 1997 l’acqua di Jakartra fu divisa in due. Metà alla Suez. Metà alla Thames. Per 25 lunghi anni. Nemmeno la rivolta del ’98 che ha messo fine alla dittatura di Suharto è riuscita a interrompere l’egemonia delle due multinazionali. Rinegoziato il contratto con il nuovo Governo, oggi gestiscono il 95% del consorzio che regola le forniture d’acqua della capitale. Alla consorziata pubblica spetta il 5% rimanente è, bontà loro, la possibilità di accedere e controllare i conti bancari.

 Non è l’affare dell’acqua ad essere ‘politico’. Semmai è la politica dell’acqua ad essere solo affaristica. Qualunque politica. Dittatoriale o pseudo-democratica che sia.

 E fin qui i poco sensibili potrebbero dire “e chissene frega”. La Bolivia e l’Indonesia sono paesi poveri. Con Governi strumentalizzabili attraverso la leva del prestito. L’Italia fa parte dei grandi della terra e quindi non c’entra nulla. Ma c’è un piccolo problema. Le tre sorelle si sono accorte che la situazione economica dei paesi poveri peggiora di giorno in giorno. E ciò riduce all’osso i possibili clienti. Quindi, a meno che un finanziatore pubblico non copra interamente l’investimento iniziale, nonostante siano facili prede, i paesi poveri non valgono più lo sforzo della caccia. Ed è per questo che è iniziata una nuova era, quella in cui i mercati prediletti stanno diventando USA, Cina e Europa Orientale. Nei soli Stati Uniti la Thames ha in progetto di raggiungere entro il 2013 i 150 milioni di utenti. Facile immaginare che bel bottino rappresenterebbero i 92 ATO italiani – per altro in via di abolizione. Gestiti da 114 società, di cui 7 private, 22 a capitale misto con partner selezionato tramite gara, 9 controllate da società quotate in borsa e ben 58 interamente pubbliche. Bottino non solo per i falchi internazionali ma anche per alcuni affaristi locali. Che ovviamente non puntano tanto alle tariffe per la gestione della rete (frenate dal tetto del 5% all’aumento possibile), quanto ai dei 64 miliardi di euro di investimenti programmati nei prossimi trent’anni per ammodernare acquedotti, fogne e impianti di depurazione di tutto il Paese.

 In un interessante articolo Erik Swyngedouw, professore di Geografia all’Università di Manchester, analizza i rapporti fra i processi sociali e i sistemi di gestione delle risorse ambientali. Come è immaginabile, per chiunque si sia posto il problema, le due cose sono strettamente legate. Inscindibili direi. L’una influenza l’altra in un feedback reciproco continuo. Un loop da cui si esce difficilmente. Swyngedouw conclude dicendo che “nella misura in cui è evidente una stretta relazione fra ordinamenti idro-sociali e assetti poltico-economici o, in altre parole, fra la “natura della società” e la “natura del modo in cui scorre la sua acqua, ogni progetto idro-sociale riflette un particolare tipo di assetto socio-ambientale. Immaginare nuove forme di organizzazioni idro-sociali, più inclusive e più sostenibili, implica immaginare differenti forme di organizzazione sociale, più democratica e più efficace”. Il professore lo dice altrove nell’articolo, ma ovviamente pensa al modello di sviluppo neo-liberale nella sua più recente e aggressiva versione finanziaria. Fa anche un esempio. L’acqua sarebbe ormai diventata un asset finanziario. Gli stessi fondi di investimento che nel 2008 hanno generato la crisi economica si sono gettati sull’oro blu. Nel 2006, ad esempio, la Macquarie, un fondo di investimento australiano ha acquistato una delle tre sorelle: la Thames Water che, fra l’altro, gestisce l’intera rete idrica di Londra.

 Aristotele sosteneva che quando due interessi di eguale spessore si contrappongono è l’uso della forza che alla fine decide il vincitore. Staremo a vedere. Certo è che in più di 2000 anni di storia è cambiato ben poco.


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