I referendum perduti

I quesiti ormai li conoscono tutti. 2 sull’acqua, uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento. Se vuoi dire NO la croce la devi mettere sul SI. La Corte Costituzionale ha anche sdoganato quello sul nucleare. Quindi il 12 e il 13 tutti a votare. Ma è proprio su questo “tutti” che vorrei riflettere.

Dal 1995 i referendum non raggiungono il quorum. Come mai?

La politica attiva è ormai tempo che mi interessa poco. Quasi nulla. Sono più incuriosito dall’antropologia del potere. Dall’intrecciarsi delle dinamiche socio-culturali. In questo senso “potere” inteso come dinamica relazionale. Non solo esercitabile dall’alto verso il basso ma trasversale e semmai “catturabile” dal più scaltro fra i contendenti. Un po’ alla maniera in cui lo vedeva l’ultimo Focualt. Il potere è ovunque perché ogni relazione umana è basata su rapporti di forza. Ovvero l’equilibrio, e volendo la pace, hanno bisogno di forze, volendo conflitti, che si contrappongano. In perenne cambiamento.

E dunque cos’è successo dal ’97 ad oggi di così significativo da tenere a casa la gente nell’unico momento di vero esercizio della democrazia? Smorzo subito questa affermazione. I quesiti non li propongono i cittadini. Li propongono gli apparati dei partiti per vari motivi. Fra i quali solo raramente figura il benessere della comunità. Più spesso, infatti, questi dipendono dagli interessi elettorali e proselitistici degli stessi proponenti. Quindi anche il referendum è fortemente strumentalizzabile. Anzi, il fatto che nell’immaginario comune sia visto come un’occasione in cui la delega lascia spazio al voto diretto, è ancora più strumentalizzabile del classico programma elettorale. Un partito che affianchi un referendum, oltre a caratterizzarsi fortemente rispetto al contenuto, si accredita presso l’opinione pubblica come “democratico”, “progressista”, “vicino alla gente”. La strumentalizzazione quindi opera tanto sui contenuti, quanto sulla forma.

Ma torniamo alla domanda. Cos’è successo fra il ‘95 e il ‘97? Si potrebbe rispondere abbastanza banalmente che è colpa di Berlusconi. Ovvero la frase più in voga e più deresponsabilizzante degli ultimi due decenni. Per carità, un fondo di verità c’è. Ma nel ‘95 Berlusconi era già sceso in campo. Anzi governava. Eppure i referendum si fecero. Pensare che solo 2 anni dopo il cancro del berlusconismo avesse già annichilito le coscienze del solerte popolo italico è come pensare che i dinosauri si estinsero in un giorno. Sicuramente improbabile. Forse impossibile.

Mi sono andato a riguardare le date dei referendum perduti. Piena par condicio. 3 tornate durante i governi di centro-sinistra, 3 tornate durante i Berlusconi I e II. A prima vista sembrerebbe che su questa questione la forza di trascinamento della maggioranza in carica o della relativa opposizione contino poco. Difficile pure trovare un legame fra assetti politici e temi referendari. E quindi?

Un lettura trasversale in realtà è possibile. Tranne gli improbabili quesiti del 2003 (art.18 dello Statuto dei Lavoratori e servitù coatta elettrodotto) nelle altre tornate sono sempre presenti quesiti che minano alle fondamenta i privilegi di potenti gruppi di potere. Giornalisti e magistrati nel ’97. Politici nel ’99. Politici e magistrati nel 2000. Il Clero nel 2005. Di nuovo i politici nel 2009. Quindi sembrerebbe che dal ’97 in poi le lobby siano riuscite ad attrezzarsi meglio per far pesare i propri interessi. Facendo in modo che la sensibilizzazione sui temi referendari fosse sempre minore. La mobilitazione scarsa. I risultati sicuri. Ciò appoggiandosi ovviamente all’allontanamento progressivo della gente dalla politica partecipata. Fenomeno quest’ultimo che erroneamente viene imputato al solo Berlusconi. Essendo invece una ghiotta occasione di latino-americanizzazione della politica provocata e utilizzata dall’intera classe di gestori della cosa pubblica degli ultimi due (forse più) decenni. La morte delle contrapposte ideologie dell’800 e Mani Pulite, infatti, hanno avuto un effetto di simbolica immunizzazione fortissimo. I politici di mestiere hanno dato in pasto all’opinione pubblica una nuova immagine di sé Come dopo un’onerosa catarsi. “Ci siamo liberati dal peccato ideologico e da quello corruttivo. Ora siamo puri”. E come gli dei dell’Olimpo si sono ritirati nel Palazzo. Lontani dagli occhi della gente e sempre più vicini agli artigli delle lobby.

Un elemento di discontinuità però salta subito agli occhi. Tanto i quesiti del ’95 quanto quelli del ’97 trattano questioni sindacali. Ad analizzare la questione sembra semplicemente che nel ’95 la compagine confederale non si fosse ancora accorta dei nuovi strumenti di dissimulazione a disposizione. Il quorum fu raggiunto, ma di fatto alcuni dei quesiti furono bocciati.

Prendendo in prestito le definizioni di Beppe Grillo, si potrebbe dire che, nell’era dei due PD, quello con e quello senza la L, la politica si fa stadio. Ovvero, deserta e silenziosa fin quando le squadre non scendono in campo. Nessuno o quasi sa cosa succede fra una partita e l’altra. Si conosce solo ciò che le dirigenze decidano si conosca. Il resto è mercato. Spesso nero e occulto.  Ecco quindi che dal ’95. E man mano sempre più spesso, la gente viene tenuta lontana dai processi e chiamata a raccolta solo quando serve la ratifica del voto. Ma è ovvio che perché questo metodo abbia successo è necessaria una forte componente emotiva. Quella appunto assimilabile ai comportamenti sociali legati alla partita della squadra del cuore. In un paese in cui secondo uno studio di Demos (è del 2008 e sembra che già siamo al 52,2%) il 50,5% della popolazione tifa per una squadra e dedica il proprio tempo a seguirne gli eventi, e 2 terzi di questi si distribuiscono fra tifosi “caldi” e “militanti”, chi voglia ricorrere a un modello di coinvolgimento di sicuro successo ce l’ha lì, a portata di mano. Basta replicarlo e adattarlo. La maglietta dell’Inter che sventolava sul palco di Pisapia neo sindaco è solo il più recente dei concreti esempi di sovrapposizioni possibili.

Ma visto che il potere è ovunque. Anche l’altra parte della relazione ha le sue responsabilità. O meglio le sue colpe stanno proprio nel rifuggirle. Le responsabilità. Leggendo qui e lì sul blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto quotidiano ho trovato alcune righe che illustrano bene quello che intendo, quindi le uso:

Il potere mente. Non gli americani in quanto tali, è il potere che mente. E, stranamente, i popoli il più delle volte si adagiano su quelle menzogne, fondamentalmente sanno di essere abbindolati, ma lasciano che sia. Si crea una sorta di ipocrisia condivisa. E’ evidente perché il potere accetti questo stato di cose, non lo è altrettanto per i popoli. Secondo me il popolo accetta le menzogne del potere perché così si de-responsabilizza. Avere responsabilità è faticoso, è pesante, ti interroga, ti inquieta. I popoli occidentali, al contrario, si sono abituati a delegare il potere e la responsabilità attraverso il voto. Così si sentono in pace. Adesso ci pensino “loro” a far andare avanti le cose.

Se si tralascia la concezione top-down del potere, che condivido poco, il resto è sostanzialmente condivisibile. E, di conseguenza, man mano che questo tipo di atteggiamento diventa più radicato, partecipare ai referendum diventa sempre più oneroso. Bisogna informarsi. Bisogna andare una volta in più al seggio. Si diventa responsabili direttamente di questo o quel cambiamento. Come se l’allenatore chiedesse ai tifosi che squadra schierare o con quali schemi giocare. O come se i giocatori chiedessero ai tifosi se giocare più di destro o di sinistro alla prossima partita. Divertente magari. Ma molto, molto responsabilizzante. Meglio inneggiare a una bandiera e insultare quella avversaria.

Interessi delle lobby, tifo da stadio e deresponsabilizzazione. Vediamo come possono agire per la prossima scadenza referendaria. Due quesiti toccano sicuramente alcuni interessi di gruppi di pressione forti. Nucleare e gestione dell’acqua. L’altro tocca quello dei vertici della politica. Ci sarebbero dunque gli estremi per una bella compagna di insabbiamento per far naufragare anche questo referendum.  Di fatto è così che il main stream dell’informazione ha trattato la faccenda. L’unico problema è che in questo caso la vicinanza con il risultato delle elezioni in luoghi chiave come Milano, Torino e Napoli ha fatto sì che il tifo da stadio sia stato riportato anche dentro la partita referendaria. L’indicazione dell’opposizione è chiara. 4 SI ai referendum sarebbero letali per Berlusconi. Per dirla con Scalfari si tratterebbe di un “uno-due” al volto del premier. A ulteriore riprova della realtà di questa affermazione tutti i giornali di oggi riportano le dichiarazioni di Berlusconi secondo il quale il suo partito non darà indicazioni di voto. Il premier sa bene come funziona l’emotività da stadio. E se una partita sei quasi sicuro di perderla, allora è meglio se i tifosi li tieni a casa. All’ultimo potrebbero anche schierarsi per l’altra squadra come nelle scene a effetto dei film americani alla Rocky 4.

Paradossalmente quindi, nel caso in cui i quesiti raggiungessero il quorum, non si tratterebbe di una nuova stagione della nostra democrazia. Sbaglierebbe chi pensasse che finalmente i cittadini si sono svegliati dall’italico sonno. Si tratterebbe infatti dell’ennesima vittoria della logica dello stadio. Gli anti-berlusconiani (difficile descriverli altrimenti) sarebbero riusciti in quel caso a trasformare i 4 quesiti in una nuova partita contro il Premier. 4 SI per mandarlo a casa. Tutti a votare senza capire nemmeno per cosa. Ciò avrà l’effetto di trascinare anche chi intende solo votare SI o NO con cognizione di causa in questa o in quest’altra tifoseria. Fino al paradosso di una stessa persona che sarà metà berlusconiana e metà anti-berlusconiana. Singolari in quest’accezione le dichiarazioni di Scalfari nell’intervista segnalata più in alto:

Per l’acqua c’è un problema di soldi. La maggior parte degli acquedotti è a pezzi e per ristrutturarla parliamo di miliardi di euro. Le amministrazioni pubbliche non li hanno. Ma io voterò lo stesso sì. Sperando che poi comuni, province e regioni trovino loro il modo di gestire le ristrutturazioni, dandole in appalto a privati

Se non ci fosse stato l’acerrimo nemico dall’altra parte, Scalfari a quel quesito avrebbe risposto NO. Anche perché sarebbe ingenuo pensare che Scalfari non sappia che gli acquedotti di tutta Italia versano nelle attuali condizioni proprio a causa della gestione da parte degli enti pubblici. Che non si capisce per quale misterioso evento catartico dovrebbero cambiare logica e atteggiamento dal 14 giugno in poi.

L’unica incognita per il raggiungimento del quorum sono i numeri. Stavolta non basta la maggioranza relativa. Stavolta ci vogliono il 50% + 1 degli aventi diritti. E’ quindi necessario gridare molto forte i propri inni. Ma soprattutto bisogna riuscire a far cantare “Rocky, Rocky, Rocky” a molti tifosi di Ivan Drago.


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