Close Calls … ovvero quando ci sono andato vicino

Sarà successo altre volte. Magari senza che me ne rendessi conto. Ma per almeno tre volte la morte l’ho proprio vista in faccia. E non c’è nulla di eroico. Niente di fico. Non c’è il tunnel con la luce in fondo. Non c’è niente. Solo il buio o il terrore. L’assenza di sensazioni o una sensazione totalizzante che ti invade. Ti annulla. E quando arriva il momento, se sei fortunato ti pisci addosso. Se ti dice male, non lo racconti.

Inizio da quella che ancora mi fa sudare freddo quando provo a mettere in fila i ricordi.

Penso fosse il 1989. Isola del Giglio. La palestra dei miei anni sotto il pelo dell’acqua. Andavo lì da quando ero piccolo. Penso di aver imparato prima a nuotare e poi a camminare. La prima maschera a 6 anni. A 8 le prime pinne. A 10 già mi immergevo con mio padre. Di quell’isola conosco ogni sasso. E non solo quelli in superficie, da cui saltavamo in acqua sempre più spesso e da sempre più in alto. Ma anche quelli sepolti fra le alghe. Dove trovare le femmine di riccio di cui si mangiano le uova. Dove pescare le murene. Dove fare le foto a polpi in fuga e stelle marine.

Quell’anno eravamo io, mio fratello e un paio di amici. Avevamo affittato un gozzo e, scoppiettando fra le onde lunghe di una mareggiata residua, avevamo raggiunto le ultime cale prima della punta di Capel Rosso. All’estremità meridionale dell’isola. Era una giornata afosa e stare al sole nelle ore più calde era quasi impossibile. Giravamo in tondo da un po’ e cercavamo un posto per gettare l’ancora. Ma il fondale in quel posto è lontano e il mare del blu cobalto che mette paura a chi non ha confidenza. Decidemmo che ci saremmo immersi a turno.

Nelle settimane in cui eravamo al mare mi piaceva sospendere ogni pratica consuetudinaria. Mi immergevo completamente nel ritmo cadenzato dell’esistenza isolana. Scandito dall’odore del pane, che dal forno del porto risaliva i pendii fino alla casa dei miei nonni. Dall’odore dei pescherecci appena rientrati, misto a quello acre del gasolio bruciato. Accompagnato dal rumore lontano di un gozzo malandato a bande bianche e blu che accompagnava la sveglia. Mangiavo quel poco che potevo permettermi. Ero famoso per riuscire a bivaccare un mese con 50 mila lire e un sacco di cereali che immergevo nel latte di soia. Li mangiavo seduto sul davanzale della finestra di casa osservando le ultime luci del tramonto. Non avevo bisogno di altro. Ero lì per immergermi nel silenzio dai rumori isolati che trovi solo sotto il pelo dell’acqua. Finché potevo camminavo scalzo. Come quando eravamo bambini e i turisti erano di meno. Poi, man mano, iniziò ad aumentare la gente che andava e veniva in giornata. E con loro i vetri a terra. I mozziconi di sigaretta ancora accesi. Nel tempo avevo imparato a schivare gli uni e gli altri. A camminare saltellando. Dopo la prima settimana le piante dei piedi perdevano sensibilità. Alla fine del mese tornavo a casa fiero con la mia suola scura sotto i piedi.

Erano gonfi quel giorno a Capel Rosso. I miei piedi. Erano gonfi e faticavo a calzare le pinne. Cotti dal sole e dalla salsedine. Erano ormai le prime ore del pomeriggio quando io e Pippo saltammo giù dalla barca. Pippo in realtà si chiama Mauro. E ancora oggi non so perché lo chiamassimo così. Era Pippo e basta. Gran fumatore, subacqueo alle prime armi. “Sempre in due. Mai da soli. Uno sotto, l’altro sopra”. Era questa la regola ferrea dell’immersione in apnea. Ovviamente la violavamo in continuazione, con il fare spavaldo di chi si sente invincibile. Ma lo facevamo solo fra subacquei esperti. Con mio fratello capitava di scendere insieme. Per vedere qualcosa. Per stanare una preda. Per far fuggire un pesce da fotografare. E lo facevamo solo per immersioni minori. Quando si scendeva sotto i 25 metri si tornava al manuale. Nel profondo sapevamo benissimo cos’era in gioco.

Quando smetti di usare la maschera e le pinne solo per guardare sotto il pelo dell’acqua e inizi a trattenere il fiato e a scendere giù, ti si apre un mondo sconosciuto. Fatto di colori che cambiano a seconda della luce che li colpisce. Del blu lontano e della trasparenza incolore che ti avvolge. Che prima ti abbraccia e poi ti schiaccia. E più scendi e più la senti. Sono i timpani che ti ricordano che lì sei un ospite. E che come tale ti devi comportare. Sembra ci sia solo silenzio. Ti illudi che l’acqua ti abbia liberato dalle voci ingombranti del mondo di sopra. E invece sono solo i rumori di fondo a sparire. Quelli secchi li senti ovunque. Lontano  o vicino non li distingui più. La nave a 100m scarica ancora e catena e a te sembra lì accanto. Le prime volte ti spaventi a morte. Poi ti abitui a resettare i sensi. Parti per un viaggio ed è come se cambiassi il fuso orario. Guardi tutto attraverso le lenti della maschera. E sai che tutto è più grande. Più vicino. Ed è in queste differenze sensoriali che si nascondono le insidie.

In genere, quando inizi a fare sul serio, scendi con una muta che ti protegge dal freddo. L’acqua disperde il calore corporeo 25 volte più velocemente dell’aria. E stai a mollo per ore anche in piena estate te ne accorgi. Il problema è che il neoprene, di cui è fatta la muta, galleggia. Quindi se vuoi scendere devi riequilibrare con una cintura dei pesi la forza che ti riporterebbe a galla. Sulle cellule del neoprene agisce anche la pressione che, in acqua, aumenta ogni 10 metri di circa un’atmosfera. Man mano che scendi quindi il neoprene perde galleggiabilità a causa della compressione. Ma allo stesso tempo viene trascinato giù dal tuo peso e da quello della cintura. Esiste quindi una linea immaginaria al di sopra della quale la muta ti riporta a galla. E al di sotto della quale pressione e peso ti portano verso il fondo. In gergo si dice “diventare negativi”. Quando uno diventa negativo vuol dire che ha superato la linea e da quel momento scende senza troppa fatica.

Sembrerebbe tutto facile fin qui. Sto sopra e galleggio. Mi immergo. Porto le pinne sotto il pelo dell’acqua. Inizio a pinneggiare e, dopo un’iniziale fatica per raggiungere la linea sono nel blu. Volendo, anche senza pinneggiare scendo verso il fondale. Sempre più veloce. Perché man mano che scendo la pressione comprime sempre di più la muta. Ma come sempre la medaglia ha il suo risvolto. Una volta raggiunto l’obiettivo dell’immersione, tocca tornare su. E a quel punto la strada e tutta in salita. L’apnea sta per esaurirsi e le gambe devono spingere su corpo e pesi aggiunti fino alla superficie. Verso l’aria. Verso la vita. Verso la stella di luce.

Sì perché quando sei sceso molto, la superficie non la vedi. Quando guardi su, vedi solo una stella bianca che ti indica il sole. Al massimo vedi la silouette scura del tuo compagno che gira in tondo come uno squalo. Immagini ti stia guardando. Speri che sia così. Perché se laggiù succede qualcosa lui è la tua sola salvezza. Il tuo corpo e i pesi ti tengono inchiodato al fondale. Senza le tue gambe su non ci torni. Se sei sceso molto, dove la luce arriva male, lui in realtà non ti vede. I colori della muta sono spariti. E lui al massimo percepisce un’ombra che si muove. Ma se sei fermo, sei solo.

E quel giorno di agosto del 1989 ero fermo. In ginocchio in mezzo a un mare si poseidonie giganti. L’orologio segnava -30. Avevo con me la macchina fotografica. Altri 2,5 kg impedivano alla custodia di plastica di volare verso la superficie. Erano le 2 del pomeriggio e aspettavo paziente che un grosso pesce carabiniere spuntasse da in mezzo alle alghe. Il flash avrebbe fatto ricomparire la spettacolare banda rossa che percorre le sue squame dalla testa alla coda. Una bella foto. Ma il pomeriggio il Mar Mediterraneo si fa spesso insidioso. Da una certa profondità in poi inizia a farsi accarezzare da una corrente di acqua gelata. Come per liberarsi della calura del giorno. Faceva caldo in superficie e prima di immergermi avevo abbassato il cappuccio della muta. Appena la corrente ghiacciata ha oltrepassato la roccia dietro cui ero appostato, una mano possente mi ha stretto la base del collo. Ho visto la nebbia scendere davanti agli occhi e ho capito cosa stava per succedere. Più di 20 anni di esperienza nel blu mi hanno fatto capire immediatamente cosa avrei dovuto fare. I pochi soldi a disposizione in quegli anni mi hanno quasi ucciso. In quei casi infatti la manovra da fare è una sola. Molli la macchina fotografica. Sganci la cintura dei pesi e ti avvii verso al superficie. Mentre sali il neoprene si espande e ti aiuta ad arrivare fuori per respirare di nuovo. Ma allora ero giovane, invincibile e squattrinato. Perdere macchina e cintura avrebbe significato la fine della stagione. Quindi non ho esitato. Ho guardato la stella di luce e vicino l’ombra di Pippo a pelo d’acqua. Piccolo. E’ così che me lo ricordo. Piccolo e lontano. Ma non avevo dubbi che ce l’avrei fatta. Mi sono staccato dal fondo e ho iniziato e risalire. Una pinneggiata dopo l’altra. La nebbia sempre più fitta. La stella sempre più vicina. Pippo sempre più grande.

Poi il buio. Un vuoto. La prima sensazione che ricordo è l’alito pesante di sigaretta di mio fratello che mi rianima. Tossisco. Lui è bianco come un cencio. Ma io sto sicuramente peggio. Tossisco. Sono sdraiato sulla barca. Ho lo stomaco gonfio. La maschera ancora sul viso per fortuna.  La respirazione bocca a bocca non avrebbe funzionato. Vedo Pippo che è più bianco di mio fratello. Marco, il quarto del gruppo ha già acceso il motore e si dirige verso il porto. Mi alzo e mi metto a sedere. Tossisco. Tossisco. Non faccio altro che tossire ad ogni tentativo di respirare.

Durante il mio buio è successo più o meno questo. Pippo, guardando verso il basso, ha visto arrestarsi le mie pinne. Era il mio giorno fortunato, perché sono svenuto dopo aver superato la linea magica. Quella che sott’acqua separa la vita dalla morte. Sottile. Invisibile. Impalpabile. E la muta mi ha portato a galla. La mano serrata intorno al manico della macchina fotografica. La faccia verso il basso. All’inizio Pippo pensava che lo prendessi in giro. Poi si è accorto che qualcosa non andava e rapidamente mi ha messo sul dorso. Ma avevo già tenuto la testa sotto ingoiando e respirando acqua per diversi secondi. Mi hanno tirato su di peso.

Poi quel sapore nauseabondo di sigaretta. Che ancora oggi mi disgusta. Ma al quale sono quasi affezionato. Che ricordo con il groppo alla gola e i brividi freddi che mi corrono lungo la schiena.

Quell’anno la stagione si chiuse lì. Arrivati al pronto soccorso, vomitai litri di liquido verdastro. Continuai a tossire acqua per quasi una settimana. Dormire era un inferno. Se non mi svegliava la tosse, lo facevano gli incubi. Di giorno seguivo camminando sugli scogli mio fratello e gli amici che si immergevano. Paranoia totale. E più camminavo, più la mia gloriosa suola da isolano cresceva e diventava più scura. Era quella suola che scandiva le mie stagioni. Quando si staccava sapevo che erano arrivati i mesi della città. Trascorsi nel grigio e sulle pagine dei libri. Non ero triste. Cambiavo solo costume e iniziavo un altro viaggio.

L’estate successiva scesi per la prima volta vicino ai 40 m. Ora non mi immergo più.

Le altre due storie di quando ci sono andato vicino ve le racconto nei prossimi giorni.


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