La scimmia che voleva imparare a volare (2)

La prima parte la trovate qui

Gibro e il piccolo Chimp fecero subito amicizia. “Questa sì che è una scimmia che vola!”, lo prendeva sempre in giro il pappagallo mentre lo scimpanzé si esibiva nei salti più alti e più lunghi che si fossero mai visti. Raggiungeva rami lontani anche per gli adulti più in forma. Riusciva ad attraversare il villaggio di albero in albero nel tempo record di 20 secondi. Tutti gli abitanti della foresta iniziarono a parlare della piccola scimmia volante. “Com’è possibile?”, si chiedeva Monky. “Non lo so, è successo così, da un momento all’altro e poi non ha più smesso. Eri appena partita e lui ti cercava. Era molto arrabbiato e una mattina ha creduto di vederti arrivare da dietro il grande baobab verso nord. Ha gridato mamma e si è lanciato. Più di 5 metri coperti con un solo salto. Siamo rimasti tutti sbalorditi. E ora migliora di giorno in giorno. Ogni volta più lontano. Ogni volta più in alto”. Monky era molto agitata per questa stranezza del figlio. Mono era molto più inquieto per le questioni riguardanti la presentazione. “Per lui voglio qualcuno intelligente, stimolante, divertente, che lo renda curioso. Sono stanca delle solite scimmie. Gli farà bene”, tagliava corto Monky. “Possiamo fidarci solo dei nostri simili. Le scimmie devono stare con le scimmie. Che esempio può essere un pappagallo. Due zampe. Le ali. Tutti quei colori. Le scimmie non volano!”, ribadiva ogni volta Mono. “Ma li hai visti insieme? Guardali come si divertono. Si sono piaciuti fin da subito!”. La legge delle scimmie diceva che spetta alla madre decidere chi sarà il guardiano del figlio. Mono lo sapeva e dopo un po’ smise di insistere.

“Questa sì che è una scimmia che vola!”. Rimbombava per tutto il villaggio la voce profonda di Gibro. Lui e Chimp erano diventati veramente inseparabili. Si alzavano la mattina e Gibro gli insegnava l’arese, la lingua dei pappagalli americani. Dopo mangiato iniziavano a cercare frutta e formiche. Gibro gli mostrava come si rompono le noci con il becco e Chimp tentava di imitarlo facendo ridere tutti i passanti. Poi era la volta dei salti che duravano fino a sera. Quando il piccolo scimpanzé esausto si addormentava sul suo letto di foglie. Monky era felicissima nel vederli così. Mono, sempre più imbronciato, continuava a preoccuparsi del fatto che il figlio iniziava a non comportarsi più come una scimmia. Sembrava sempre di più un pappagallo maldestro.

Venne il giorno della presentazione e la cerimonia fu bellissima. Il piccolo Chimp venne portato in volo da Gibro dentro una cesta e depositato al centro di una radura dove Monky e Mono lo aspettavano. Tutte le scimmie del villaggio, in fila indiana, si avvicinarono segnando il corpo di Chimp con polverine colorate. Non appena l’ultima di loro ebbe tracciato la sua riga, Monky e Mono sollevarono il figlio verso l’alto e dissero insieme “Questo e Chimp e questo è Gibro il suo guardiano”. Il grande pappagallo si alzò in volo afferrando la cesta con il giovane scimpanzé. A quel punto “Chimp!” gridarono in coro tutte le scimmie, esplosero le urla di felicità e iniziarono i festeggiamenti. Con chitarre, tamburi, grandi pezzi di frutta e le deliziose formiche caramellate che solo le scimmie africane sanno preparare.

Fu proprio in quel momento che fra le fronde si udì un rumore di ali affaticate. Si intravide un grande becco e tutti, alzando lo sguardo, osservarono Beak, il fratello di Gibro, atterrare nella radura. Il pappagallo guardiano aveva già capito che era successo qualcosa di grave. In sua assenza Beak aveva la responsabilità di tutti gli Ara di Arcobaleno e non si sarebbe mai allontanato di persona. “Gli umani della grande villa hanno catturato Ala e la tengono chiusa in una gabbia sul portico. Sappiamo già come liberarla ma abbiamo bisogno di te”. Ala era la loro sorella più piccola. Gibro non se lo fece ripetere due volte. Spiegò a Monky e Mono l’accaduto e salutò tutte le scimmie. Si avvicinò per ultimo a Chimp per spiegargli cos’era successo ma il piccolo scimpanzé non capiva. E scappò via piangendo e gridando “Non voglio che te ne vai!”. “Non preoccuparti, gli passerà”, lo rassicurò Monky. E i due Ara sparirono oltre le fronde più alte volando veloci verso le foreste del Sud America.

Passavano i mesi e di Gibro nessuna notizia. Chimp era sempre più triste e Monky non smetteva di preoccuparsi per l’amico. Fu allora che la piccola scimmia decise che avrebbe imparato a volare. Voleva essere come il suo guardiano e raggiungerlo per passare del tempo con lui. “Se non viene lui andrò io”, pensava. Con i suoi incredibili salti iniziò a raggiungere i rami più alti e a lanciarsi agitando le zampe anteriori come fossero ali. E se non colpiva qualche ramo, cadendo finiva dritto col naso in terra in una nuvola di polvere. “Così non funziona. Devo inventare qualcos’altro”, si disse. Andò allora vicino al fiume e raccolse le grandi ninfee galleggianti e ne legò alcune ai forti rami del pruno selvatico per costruire due ali finte. Le afferrò saldamente e, dopo aver arrampicato il grande baobab in pochi secondi grazie ai salti giganti che solo lui era in grado di fare, si gettò di nuovo nel vuoto. La velocità e il vento strapparono via le ninfee e Chimp si sarebbe fatto veramente male se non fosse stato per Tartaruga. La compagna di Orso aveva infatti deciso di prendersi una vacanza e, curiosa com’era, stava visitando la foresta africana. La fortuna volle che quando le ali di Chimp si ruppero lei stesse passando proprio sotto il grande baobab. Fece in tempo a girarsi sul guscio e a far atterrare il giovane scimpanzé sulla sua pancia morbida. “Ora ragazzo aiutami a girarmi. Da sola non posso farcela. Ma che stavi facendo? Mi sembra di aver sentito che le scimmie africane non volano”. Non appena l’ebbe rimessa sulle zampe Chimp si scusò e aggiunse “Voglio imparare. Voglio essere come il mio guardiano Gibro”. “Una scimmia che vola?”. “No, no. Lui è un pappagallo”. “Ah, ecco. Loro volano dalla nascita. Le scimmie no”, ridendo Tartaruga aggiunse, “E’ come se io mi dipingessi a macchie gialle e nere per correre veloce come il Ghepardo. Sai che ridere”. “Parli come mio padre. Scusa per prima e grazie di avermi salvato ma ho da fare”. Chimp voltò le spalle e riprese il suo cammino. Tartaruga scuotendo la testa si girò ad ammirare i grandi alberi della foresta e sbuffando riprese la sua strada. “Ma che caldo quest’Africa”, aggiunse. Nel frattempo il giovane scimpanzé non si dava pace. Era convinto che gli alberi da cui si era lanciato fossero troppo bassi e che le ali non funzionassero perché mancavano le piume. Iniziò quindi a saltare in alto e lontano come solo lui sapeva fare e a strappare piume ai vari uccelli che incontrava. Era talmente veloce che i pennuti non si accorgevano nemmeno di cosa fosse successo. Si ritrovavano all’improvviso doloranti e senza qualche piuma. Dopo una giornata di duro lavoro Chimp era di nuovo nella radura ad incollare le piume sulle sue nuove ali di tronchi e ninfee. Quello seguente sarebbe stato il grande giorno.

Appena il sole spuntò dietro l’orizzonte il piccolo scimpanzé afferrò un fagottello pieno di cibo e inizio ad allontanarsi a grandi salti dal villaggio. Era talmente concentrato che non si accorse che Mono e Monky, preoccupati, lo stavano seguendo. Facevano una gran fatica per stargli dietro. Nonostante fossero fra le scimmie più in forma del villaggio, i balzi di Chimp erano incredibili. Più cresceva, più gareggiare con lui era impossibile anche per un adulto. I due genitori arrivarono alla grande rupe quando Chimp aveva già tirato fuori dal suo nascondiglio le ali di tronchi, ricoperte completamente di piume colorate di tutti gli uccelli della foresta. “Lo sapevo io”, sussurrò Mono, “Guardalo, non è più una scimmia. Imita il tuo amico pappagallo. Finirà per farsi male. Dobbiamo fermarlo”. Monky fece appena in tempo a fermare Mono per una zampa. “Non spaventarlo”, le disse, “Potrebbe essere peggio. Fai provare me”. Quando Monky usci dagli arbusti e si diresse verso il ciglio della rupe, Chimp indossava ormai le grandi ali di tronchi e guardava verso il basso. Mille metri più giù il fiume scorreva veloce verso il mare. Visto da lì era poco più di un piccolo rigagnolo blu in mezzo a una mare di alberi verdi. “Ciao figliolo, cosa fai qui tutto solo?”, chiese quasi sussurrando Monky mentre usciva dagli arbusti. Non voleva rischiare di spaventare Chimp, facendolo cadere nel vuoto. “Mamma”, rispose meravigliato Chimp, “Come facevi a sapere che ero qui?”. “Ti abbiamo seguito”, affermò Mono crucciato raggiungendoli. “Ho costruito ali come quelle di Gibro. Volerò come lui e andrò a trovarlo”. “Sei una scimmia, non un pappagallo”, gridò Mono battendo i pugni sulle rocce. Monky lo fulminò con lo sguardo e sorridendo si rivolse al figlio, “Gibro tornerà fra poco. Verrà lui a trovarti. Se salti dalla rupe le ali non ti sorreggeranno e cadrai in mezzo alle rocce. Ti farai molto male”. “Le mie ali funzioneranno. Ho fatto molti esperimenti”. Chimp non diede alla madre nemmeno il tempo di replicare e si lanciò nel vuoto. “No!”, grido Mono correndogli incontro e cercando di afferrarlo. Ma il giovane scimpanzé aveva già iniziato a cadere verso il basso. Per un po’ le ali lo sorressero ma poi, come aveva previsto Monky, le piume e le ninfee cedettero e in pochi istanti Chimp iniziò a precipitare sempre più velocemente. Cadeva, cadeva e nessuno poteva fare nulla per lui. Mono e Monky lo guardavano impotenti e inorriditi. Cadeva, cadeva e gli alberi erano sempre più vicini. Diventavano grandi e minacciosi. E stava quasi per colpirli quando un lampo giallo blu e rosso lo raggiunse e due artigli possenti gli afferrarono la coda. “Ecco una scimmia che sa arrampicare. Ecco una scimmia che sa saltare come nessun altro sa fare. Ma ecco una scimmia che non può e non deve volare”. Gibro lo aveva raggiunto e lo stava riportando in volo in cima alla rupe.

Il piccolo scimpanzé corse piangendo fra le braccia della madre. “Cosa volevi fare ragazzo?”, gli chiese il pappagallo guardiano, “Le scimmie non sono fatte per volare come i pappagalli non sono fatti per saltare da un ramo all’altro. E come te non salta nessuno. Hai un grande dono e non puoi sprecarlo cercando di imitare qualcun altro”. A quel punto Mono si avvicinò a Gibro e gli strinse l’ala, “Ti avevo giudicato male. Perdonami”. Gibro sorrise.

Alcuni mesi più tardi a soli 2 anni, grazie ai consigli di Mono e Gibro che insieme lo avevano allenato, Chimp aveva vinto ogni gara indetta nella foresta ed era conosciuto da tutti come “la scimmia che saltava più in alto degli alberi”.


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