Il ballottaggio lo farei a San Siro

Quando il gioco si fa duro, non sono i duri che iniziano a giocare. In genere sono i polli. E’ quello che succede a Milano. Storie già viste. Trite e ritrite. L’innalzamento dello scontro fra i due schieramenti che sostengono Moratti e Pisapia è una specie di rituale. Sono i circenses. Dati in pasto al popolo ingenuo e sonnecchione. Avrei voluto dire bue. Ma per il popolo un po’ di rispetto mi è rimasto. Non per molto però. A meno di sconvolgimenti epocali.

Mi ricordo episodi identici quando a Roma si doveva decidere fra Rutelli e Fini. Mi sembra fosse il ’93. Ero nel movimento. Centri sociali. Quella che allora si chiamava sinistra extraparlamentare. Prima del ballottaggio Rutelli era un avversario. Poi ce li trovammo uno contro l’altro. In quei giorni ci incendiarono due volte la sede della radio. Da quei microfoni ragionavamo con la gente. Dormivamo in quelle sale riscattate dall’abbandono. Nei parchi recuperati al degrado. Ci furono lunghissime assemblee per decidere cosa fare. La città in mano ai fascisti? Mai. Decidemmo di ingoiare il rospo. L’indicazione di voto fu per Rutelli. Poi nel segreto dell’urna ognuno scelse. Io la x su quel nome la misi.

Un anno dopo era iniziato lo scempio. E la responsabilità era anche mia. La politica è una scienza. Quando diventa tifo da stadio gli errori sono assicurati. E proprio quelli che rivendicano per loro la laicità, iniziano a comportarsi come una setta. Non mettono più in discussione nulla. Tanto più si solleva lo spauracchio del nemico terribile, tanto più le persone si stringono intorno al loro leader. O a quello che si oppone meglio al nemico terribile. E chi ci guadagna sono sempre gli stessi. Le bande di affaristi, lobbisti e professionisti della politica che sanno bene come funziona il meccanismo elettorale. E come sfruttarlo a proprio vantaggio.

Ma torniamo a Milano. Personalmente lo scontro in atto mi fa sorridere. La sua ovvietà è quasi patetica per quanto è scontata. Quello che si sta giocando è solamente un passaggio di testimone fra chi non rappresenta più una garanzia e chi può rappresentarla nel futuro. Il nome. Il partito di appartenenza. La fede religiosa o politica contano poco. Forse nulla. L’importante è la garanzia. Ma non per i cittadini. Per gli elettori. Quelli al massimo sono i figuranti che servono a rendere realistica la scena.

Circenses per i cittadini. Garanzia per gli affari. Il cocktail letale della finta democrazia. E la Milano di questi giorni è in questo senso emblematica.

Della Moratti non vale nemmeno la pena parlare. Se non altro lei è ciò che sembra. Pisapia mi incuriosisce di più. In tempi non sospetti Massimo Cacciari, che di come si governa una città “in nome e per conto di” ne sa qualcosa, disse che “il candidato giusto per battere la Moratti deve rappresentare l’imprenditoria, la borghesia, le categorie professionali”. Troppo esplicito il filosofo. Ecco perché alla fine lo hanno fatto fuori e ora veleggia da solo Verso Nord. Gad Lerner dal suo blog gli diede subito contro sostenendo che Milano è ormai cambiata. Che il disagio è troppo pronunciato. I giovani sul sentiero di guerra e l’establishment ormai smascherato mentre “galleggia nella crisi economica, incurante delle disuguaglianze e dei guasti provocati intorno a sé”. E dunque:

Non è il tempo di figure nobili ma neutre, né di candidature tecniche, col rischio di apparire sbiadite. Ciò che taluni rimproverano a Giuliano Pisapia – il profilo di dirigente politico della sinistra, seppure arricchito dalla familiarità con le tradizioni migliori della borghesia milanese – a me pare esattamente il suo punto di forza. L’esperienza parlamentare di Pisapia e la sua consuetudine col mondo del lavoro dipendente, dell’associazionismo sociale, della cultura alternativa, sono in grado di incentivare una spinta di partecipazione diffusa alla campagna elettorale senza cui la partita sarebbe persa in partenza.

Praticamente Pisapia era il candidato perfetto per i circenses. “In grado di incentivare una spinta di partecipazione diffusa alla campagna elettorale senza cui la partita sarebbe persa in partenza”. Era il luglio del 2010 e Lerner aveva capito bene la saldatura che l’avvocato poteva rappresentare fra lo spaccio emotivo per frikkettoni e alternativi delle subculture urbane ed élite affariste della Milano bene. Quello che non poteva sapere era che la sua avversaria gli avrebbe servito una serie di assist perfetti per eccitare la folla. Ovvero il miglior modo per far passare i contenuti e l’analisi delle relazioni in secondo piano, sguainare le spade, sollevare gli scudi e giù a testa bassa. All’ultimo voto.

Un dossier assemblato male e superficialmente. In maniera affrettata e ingenua verrebbe da dire. Mai possibile con tutto il tempo a disposizione? Sono mesi che l’entourage della Moratti sa chi è l’avversario. E nessuno ha notato l’esito della sentenza che sta su Wikipedia? E poi i figuranti che fanno gli zingari e i casinari sugli autobus. Gli ingegneri che prendono le misure per la moschea. Per dirla con Crozza: “praticamente il Truman show”. O forse una bella gag di Benny Hill. Beh sì perché a guardarla bene la cosa più che triste è esilarante. E’ vero che l’ingenuità in politica è reato. Ma la stupidità attribuita ai registi della campagna della Moratti è quantomeno sospetta.

E perché mi viene il dubbio? Perché la domanda giusta da porsi è: a chi serve l’esplosione dei circenses? A chi è utile l’innalzamento dello scontro? Chi ci guadagna a eccitare le tifoserie perché i coscienziosi cittadini di Milano si rechino numerosi alle urne?

In un’intervista a La Repubblica Cesare Romiti, non proprio un cittadino a basso reddito, sdogana il candidato del Centro-sinistra. Riporto uno stralcio:

E le sembra un pericoloso estremista?

“Ma per carità! Quando frequentavo lo studio di suo padre una volta Giuliano mi accompagnò in tribunale e allora parlammo a lungo. Mi sembrò già da allora il prototipo vivente del moderato. Un signore per bene, educato, gentile, pieno di cortesia, colto. Un buon borghese di tradizione milanese”.

Poi l’ex di Fiat incita i milanesi genericamente a votare per chi meglio rappresenta gli interessi di Milano. E chi sarebbe? Probabilmente entrambi. In momenti diversi. In realtà Romiti non si rivolge ai cittadini del capoluogo lombardo, come gli ateniesi non pensavano ai contadini quando dicevano demos. I milanesi a cui si rivolge sono ad esempio i super manager da riposizionare ai vertici delle 44 municipalizzate. Prossima la scadenza. Prossimo il rinnovo. Oggi il Sole 24 Ore rivela addirittura che la compagine di Pisapia sta rispolverando l’idea di una Superholding delle partecipate con a capo una vecchia conoscenza. Niente di meno che Alessandro Profumo, ex di Unicredit. Sarà per questo che nelle piazze sventolano le bandiere con la falce e il martello?

Il secondo nulla osta al Comandante Giuliano arriva da un altro imprenditore milanese che però ha un cognome curioso. Sì perché anche lui si chiama Moratti. Ma come? Una Moratti per avversario e un Moratti come sostenitore? Eh sì perché Massimo è il cognato di Lady Letizia e la di lui moglie Emilia, in arte Milly, è a capo di una lista civica che sostiene Pisapia. A voler essere cinici verrebbe da dire che, come vada vada, i Moratti stanno in ventre di vacca. Ma sentiamo cosa dice Moratti.

Pisapia? Non è un estremista. C’è voglia di cambiamento e Pisapia porta idee nuove, trasmette passione e sa entrare in sintonia con la gente. Il candidato sindaco del centrosinistra è riuscito ad incarnare questa richiesta della città e ne ha intercettato il vento. Giuliano mi sembra una persona perbene si rivolge a tutti e incarna i valori e la tradizione della borghesia milanese.

Come se “parlare a tutti” fosse un valore e non il sintomo principale della malattia. Di nuovo circenses e garanzie. Non a caso, infatti, entrambi gli imprenditori tirano in ballo la borghesia milanese. Pisapia, per entrambi, ne incarna i valori e, leggo io, ne tutelerà gli interessi. Anche l’Espresso (prossimo numero) affronta il tema. Modello Pisapia, lo chiama. Fattore P. Ovvero la trasversalità. Rappresenta tutti. E io leggo, non rappresenta nessuno. O meglio, ufficialmente, allo scoperto non rappresenta nessuno. Poi leggo i cognomi e le sigle dei suoi sostenitori: Tod’s, Swaroski, Camiceria Cadé, Ristorante Galleria, Rotary, Club, Profumo, Tabacci, Veronesi, Feltrinelli, Tettamanzi. Tutti uomini del popolo. Gente comune no?

Sì perché è proprio qui che il bandolo si scioglie in maniera del tutto prevedibile. Ovvero quando accanto ai circenses si dipana la rete delle garanzie. A questo proposito Piero Ostellino in un articolo di ieri sul Corriere parla di due borghesie che si fronteggiano a Milano. Una progressista, l’altra moderata. Nonostante condivida parte del ragionamento di Ostellino, l’esempio della famiglia Moratti ci dice che in realtà si tratta di una sola borghesia bifronte. Che non conta quasi nulla nella fase elettorale, ma che è determinante dopo. Quando chi vince deve pagare il conto. Ed è per questo che prima sono necessari i circenses e il rituale delle urne. Altrimenti la democrazia si rivelerebbe per ciò che è. Ovvero la coperta troppo corta che cela i bagordi in tempo di carestia. La ratifica delle masse è necessaria. Ma per quello serve lo stadio. Serve il derby. Serve eccitare gli animi e additare il nemico. Facile a Milano dove, neanche a farlo apposta, il binomio Moratti-Berlusconi corrisponde esattamente a quello delle due squadre cittadine. I due presidenti uno contro l’altro per interposta persona. Sarebbe quasi opportuno che il ballottaggio lo giocassero a San Siro.

Insomma a Milano non c’è nulla di nuovo. Tutt’altro. Quello che è in scena è solo il fisiologico cambio di guardia di cui la banda di affaristi più o meno leciti che governa i territori ha periodicamente bisogno. Oggi di qua. Domani di là. L’importante è trovare l’interlocutore adatto alla fase in corso. Non c’è nessuna Italia stanca e pronta al cambiamento. L’Italia è nata stanca e vive per dormire. E’ solo in corso una nuova partita di giro in cui lobby e lobbisti non vedono più nel PdL una garanzia sufficiente e si preparano a ribaltare la frittata. Ad affidare agli avversari la prossima fase. Nel frattempo la gente si affolla dietro alle bandiere con gli occhi bendati dai colori e le orecchie tappate dagli inni.

D’altra parte la storia della nostra nazione ebbe inizio allo stesso modo. Le influentissime famiglie inglesi, che possedevano ampie proprietà nel meridione d’Italia, erano stanche dell’incapacità gestionale dei Borboni. E fu così che le casse dei Sir d’oltre manica finanziarono le giubbe rosse di Garibaldi. Altro che gloriosa guerra di liberazione! Il bandito dei due mondi era un semplice mercenario. Che al posto del megafono aveva il moschetto.


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