La scimmia che voleva imparare a volare

Ancora una favola dal libro che ho scritto tempo fa. Alcune erano a 4 mani. Questa è un’altra delle mie, acui tengo particolarmente perché dentro c’è parte dei miei viaggi. Il libro si chiama “Le favole di Nonna Viola” ed è stato utilizzato per un progetto della Regione. Purtroppo non lo si trava in giro. Le illustrazioni sono di Adele Vita.

Monky era una scimpanzé molto allegra e socievole. Saltava spesso di albero in albero per andare a visitare gli amici lontani. Ne aveva di tutte le specie. Ma i suoi preferiti erano i grandi orsi delle terre del nord e i pappagalli colorati delle foreste tropicali. Spesso salutava la sua famiglia e partiva per lunghi viaggi verso i paesi dall’altra parte del grande mare. Nessuno del suo branco capiva bene perché sentisse il bisogno di fare tutta quella strada. “Voglio vedere come vivono gli altri. Imparare cose nuove e conoscere genti diverse”, rispondeva Monky. Eppure il suo compagno Mono era sempre più perplesso. C’era la frutta da raccogliere e stipare per avere da mangiare durante le grandi piogge. C’erano gli alberi da segnare per individuare rapidamente i sentieri nella foresta. C’erano le formiche da catturare. Ma c’era soprattutto da nutrire e allevare il piccolo Chimp. Monky, infatti, era diventata mamma l’inverno precedente, aveva allattato il suo cucciolo e tutti pensavano che finalmente si sarebbe fermata. E invece un giorno la videro di nuovo con il suo fagottello sulle spalle, pronta a lanciarsi in una nuova avventura. “Fra poche settimane ci sarà la presentazione”, le ricordò triste Mono. “Tornerò in tempo. Non preoccuparti”, lo rassicurò Monky. E partì.

Di ramo in ramo. Di liana in liana, arrivò fino alle sponde dell’oceano. Nella sabbia cercò tre sassi piatti e li lancio in sequenza facendoli rimbalzare sul pelo dell’acqua. 16 rimbalzi il primo. 4 rimbalzi il secondo. Il terzo era il più difficile. Monky si concentrò, e una dopo l’altra il sasso saltò 70 volte. Il codice era completo. La superficie dell’acqua iniziò a incresparsi e un grande soffio di aria fece arrivare gli spruzzi fino a terra. “Andiamo!”, gridò Orca saltando fuori dall’acqua, “Sono in ritardo. Io e il mio gruppo dobbiamo raggiungere le coste dell’America prima che la corrente disperda i pesci”. Monky non se lo fece ripetere due volte. Prese la rincorsa e con un grande balzo raggiunse la pinna di Orca. La afferrò saldamente e prese fiato. Iniziò così la faticosa traversata che Monky conosceva bene. Non era la prima volta, infatti, che chiedeva un passaggio al gruppo di Orca. Si saltava in continuazione fuori e dentro l’acqua. E una volta raggiunta la sponda opposta dell’oceano si era così esausti e sballottati che ci volevano un paio di ore prima di riuscire di nuovo a camminare dritti.

Ringraziata la sua amica bianca e nera, Monky saltellò fino alla stalla di Baio e bussò 16, 4 e poi 70 volte. Il codice era di nuovo completo. Le aprì la porta un cavallo un po’ vecchietto con le zampe ricurve, la criniera grigia e un paio di grossi occhiali calati sul muso. “Ti aspettavo ieri. Cosa è successo?”. “Baio, vecchio mio!”, rispose la scimmia, “Abbiamo avuto qualche problema con gli squali martello. Sembra si siano messi in testa di sperimentare una  nuova dieta ringiovanente. Il piatto principale è a base di scimmia!”. “Wow. Deve essere stato un viaggio movimentato”, ribadì Baio. “Appena un po’”, sorrise Monky, “Ma ora sono qui e dobbiamo affrettarci. Sei pronto?”. L’anziano cavallo non era uno da convincere quando si trattava di galoppare verso l’interno. Adorava la frescura che si godeva sotto gli immensi alberi della foresta. Niente galoppo. Il trotto era tutto ciò che Baio riusciva a fare alla sua età. Ma come tutti gli anziani era saggio e affidabile. E per Monky questo era più importante della velocità. Fu così che piano piano si diressero verso ovest mentre il sole tramontava.

“Da qui in poi proseguo da sola”. Così Monky salutò Baio quando il vecchio amico la depositò nella radura che precedeva l’inizio della foresta. E saltando di nuovo di ramo in ramo, di liana in liana, raggiunse verso sera Arcobaleno, la terra degli Ara, i grandi pappagalli colorati. La accolse il capo Gibro, amico di lunga data di Monky. Un tipo di poche parole. Sempre meno e sempre giuste. Ma molto affettuoso e cordiale. Non appena vide Monky oltrepassare la linea degli alberi Gibro esclamò “Arriva un scimmia che sa arrampicare. Arriva una scimmia che sa saltellare. Ma ahimé, arriva una scimmia che non sa volare”. I due scoppiarono a ridere e si abbracciarono a lungo. Era il modo scherzoso con cui Gibro accoglieva sempre Monky. Ma era anche il segnale per tutti gli Ara della tribù che era il momento di iniziare i festeggiamenti di benvenuto. Saltarono fuori chitarre, tamburi e centinaia di pezzi dei saporitissimi frutti che nascono solo ad Arcobaleno.

Ma Monky non era lì solo per festeggiare. E appena gli amici Ara esausti iniziarono ad addormentarsi, prese Gibro da una parte e gli rivelò la vera ragione del suo viaggio. “L’anno scorso è nato il mio cucciolo. Io e Mono lo abbiamo chiamato Chimp. Fra qualche settimana ci sarà la presentazione”. Gibro era felicissimo per la bella notizia. Monky era finalmente mamma. Chiese perplesso, “Presentazione?”. “Sì. Le scimmie africane sono gente tradizionale. Quando i cuccioli compiono un anno il padre e la madre li presentano alla comunità. Tutti gridano il nome del cucciolo e poi si balla e si mangia fino a mattina. E’ una festa molto bella”. “Un giorno vedrai verrò dalle vostre parti e riuscirò a vederla”, disse Gibro. “Quel giorno è arrivato amico mio”, aggiunse Monky sorridendo, “Per la cerimonia è necessario un guardiano. Qualcuno fidato che si prenda cura di Chimp nel caso succedesse qualcosa a me o a Mono. E per il mio piccolo non voglio la solita scimmia del villaggio vicino, il solito parente che ci porta le formiche di prima scelta o la frutta matura. Per lui voglio qualcuno sveglio, intelligente che ha visto il mondo e che viene da lontano. Qualcuno che sappia insegnargli giochi nuovi, una lingua diversa e che lo renda curioso. Vorrei che fossi tu, Gibro, il suo guardiano. Che ne dici?”. Questa il capo dei pappagalli proprio non se l’aspettava. Rimase a becco aperto per un po’. Poi non sapendo se ridere o piangere strinse Monky fra le ali e accettò. Saltando di fronda in fronda lo gridò a tutto Arcolbaleno, “Sarò guardiano. Sarò guardiano di una piccola scimmia che sa arrampicare, che sa saltare ma che, ahimé, non sa volare”. E continuò così fino a quando, protestando, tutti gli Ara che dormivano solo da qualche ora non si svegliarono per festeggiare il loro capo.

Era il tramonto. Ed era ora di fare i bagagli e partire per il lungo viaggio di ritorno verso l’Africa. “Non ci penso nemmeno”, insistette Gibro, “In groppa ai tuoi amici bianchi e neri, saltellando fra le onde tutti fradici, mentre gli squali martello tentano di inventare una nuova ricetta con le mie penne? Non se ne parla neppure!”. Monky, sbuffando, si sedette nella cesta di giunchi che gli Ara avevano preparato e si lasciò trasportare in volo dall’amico pennuto. La scimmia sapeva già cosa l’aspettava. Gibro era intelligentissimo, forte e veloce. Ma era anche distrattissimo. Ogni volta che durante il viaggio incontrava un amico, si fermava di colpo e, come si usa fra gli uccelli che solcano le rotte oceaniche, scambiava con lui il grande saluto. Purtroppo per Monkey, però, per fare un grande saluto che si rispetti sono necessarie entrambe le zampe. Quindi ad ogni incontro la cesta cadeva in picchiata verso le onde ruggenti. “Gibrooooooo!”, gridava la scimmia. E il pappagallo si precipitava a recuperare l’amica prima che si schiantasse in acqua. Insomma, alla fine del viaggio, Monkey raggiunse casa ancora più nauseata che alla fine del viaggio di andata in groppa a Orca.

Chimp giocava con gli altri cuccioli fra le fronde quando Monky raggiunse il villaggio. “Ciao giovanotto”, gli disse d’alto della cesta mentre Gibro batteva le sue grandi ali per avvicinarsi ai rami. Il piccolo scimpanzé rimase a bocca aperta. Non si aspettava che la mamma tornasse così presto. E non immaginava certo che arrivasse a bordo di un cesto! Ma soprattutto non aveva mai visto tutte quelle penne colorate. Giallo, blu, rosso. E quel becco immenso che incuteva timore. “Mamma”, gridò con tutte le forze che aveva spiccando un salto di oltre 10 metri e atterrando nella cesta. “Questa sì che è una scimmia che vola!”, disse ridacchiando il vecchio Gibro. “E questo quando lo hai imparato?”, chiese Monky al suo piccolo che la guardava perplesso senza sapere cosa rispondere. “Ha iniziato due giorni dopo che sei partita”, una voce dal basso rispose al posto di Chimp. Tutti si girarono a guardare chi fosse. Era Mono che tornava dalla caccia con la sua sacca piena delle deliziose formiche arancioni. “Sei già di ritorno”, aggiunse evidentemente felice di saperla di nuovo a casa. “Pensavamo tutti che non saresti tornata prima di un mese. Lui chi è?”, chiese indicando il grande pappagallo. “E’ Gibro, il mio amico della foresta aldilà dell’Oceano. Sarà il guardiano di Chimp per la presentazione”. Mono divenne subito scuro in viso, “Lui non è una scimmia. Non è nemmeno di questi luoghi. Non può essere un guardiano”.

Domani metto il seguito ….. era troppo lunga per una sola lettura.🙂


3 responses to “La scimmia che voleva imparare a volare

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